Tutto sulla ritenuta d’acconto per prestazione di lavoro occasionale

Ci troviamo in una situazione dal punto di vista lavorativo in base alla quale diventa sempre più difficile riuscire a trovare il posto fisso. Ecco perché sono sempre di più i datori di lavoro che, piuttosto che farsi carico del costo dell’assunzione di un dipendente, anche se a tempo determinato, preferiscono proporre un contratto di lavoro a prestazione occasionale, ovvero limitata ad un certo periodo di tempo e ad un certo lavoro.

Come funziona la ritenuta d’acconto per prestazione occasionale

In sostanza, con questo strumento il datore di lavoro effettua un pagamento come se stesse collaborando con un professionista con partita IVA.

E’ fondamentale che si configuri la situazione secondo la quale il rapporto di lavoro sia occasionale e che il collaboratore, ovvero colui che svolge il lavoro, non è obbligato ad avere una partita IVA (dunque deve avere un guadagno annuo inferiore a 5.000 €).

Il collaboratore deve emettere una ricevuta, che il committente deve pagare. A volte si potrebbe configurare la situazione opposta, ovvero quando è il committente che emette a sé stesso una fattura come se fosse il collaboratore, ma questo capita solo perché quest’ultimo non sa come emettere ricevuta in maniera pratica.

La ricevuta deve contenere, oltre alla data, anche i dati di ambo le parti, la descrizione dell’attività lavorativa che è stata prestata, l’importo lordo e quello netto, ovvero diminuito del 20%.

Pertanto:

  • Il committente, ovvero il “datore di lavoro”, paga effettivamente la somma lorda;
  • Il collaboratore incassa la somma netta;
  • La rimanente parte, ovvero il 20% del lordo, viene versato dal committente come tasse.

Al momento della dichiarazione dei redditi, l’anno successivo, lo stato potrà restituire al collaboratore una parte della somma pagata, tutta la somma pagata (se l’importo del 20% non era in realtà dovuto), chiedere un conguaglio se è stato versato meno del dovuto.

A chi conviene lavorare con contratto di prestazione occasionale?

In realtà è una situazione che non conviene a nessuna delle due parti, salvo il fatto che si tratta di un rapporto di lavoro veramente occasionale.

Il committente, infatti, si ritrova a pagare la stessa somma che pagherebbe per un libero professionista, ma ha in più l’obbligo di dover gestire, fiscalmente parlando, le ritenute d’acconto.

Il collaboratore ha l’unico “vantaggio” che la somma che incassa non è assoggettata all’INPS, dunque non è ulteriormente tassata. D’altro canto, questo vuole dire che quel dato periodo lavorativo non è valido ai fini della pensione.

E’ meglio avere una partita IVA?

E’ una domanda a cui è difficile dare una risposta perché molto dipende da sé stessi e dalla propria situazione. In linea di massima, la partita IVA conviene perché si possono dedurre le spese, si possono pagare le tasse solo l’anno successivo, e solo se effettivamente dovute, si può avere un credito di imposta se la somma delle tasse pagate è superiore al dovuto. Secondo il regime forfettario 2016, infatti, il collaboratore non potrà portare nulla in deduzione dal calcolo del reddito proprio in virtù del fatto che il conteggio dell’imponibile ai fini fiscali viene calcolato in via forfettaria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *