Il mercato del lavoro in Germania

A partire dal 2003, il governo Schröder mise infatti in cantiere l’Agenda 2010, un programma di misure per aumentare la competitività del sistema-paese, che incontrò non poche opposizioni sul proprio cammino. Alla base dell’Agenda 2010 c’erano proprio alcune riforme del mercato del lavoro approvate in 4 fasi (tra il 2003 e il 2005) e ideate da Peter Hartz, direttore del personale ed ex-membro del consiglio di amministrazione della Volkswagen, oltre che esperto di relazioni industriali. Innanzitutto sono nuovi contratti di lavoro a basso salario e con orario ridotto, che prevedono una paga di appena 450 euro al mese e sono soggetti a tasse e contributi modestissimi, quasi nulli. Secondo le stime, più di 7 milioni di tedeschi oggi svolgono un mini job. Per 2 milioni di persone è un secondo lavoro, mentre per altri 5 milioni è l’unica fonte di reddito. L’obiettivo che ha portato alla nascita di questi contratti era di far entrare nel mondo del lavoro regolare molte fasce di popolazione prima escluse (per esempio gli studenti o gli immigrati). L’utilizzo esteso dei mini-jobs, tuttavia, è stato criticato da più parti perché considerato una sfruttamento di manodopera malpagata. Sono stati riformati gli uffici di collocamento pubblici, unificati nell’Agenzia Federale del Lavoro (con un modello di organizzazione che somiglia a quello di una struttura privata e che anche il governo Renzi vorrebbe adottare). Gli uffici dell’Agenzia Federale gestiscono direttamente i sussidi di disoccupazione mentre le aziende che inviano un preavviso di licenziamento al dipendente, con qualche mese in anticipo, devono darne immediata notizia alla stessa agenzia, in modo che il lavoratore inizi subito un percorso di reinserimento professionale, ancor prima di diventare disoccupato.È stato posto un limite alla durata dei sussidi di disoccupazione ordinaria, che non vengono erogati per più di 12 mesi (18 mesi per i lavoratori anziani over 55). È stato inoltre reso più severo il criterio per l’erogazione dell’indennità (che di solito arriva sino al 67% dell’ultimo stipendio). Chi rifiuta un’offerta di lavoro che proviene dall’ufficio di collocamento, infatti, in Germania perde il diritto all’assistenza statale. Si tratta di un sistema che in teoria è già in vigore anche in Italia, anche se spesso i nostri centri per l’impiego pubblici non riescono a gestire la domanda di lavoro dei disoccupati e a presentare delle offerte di impiego credibili. Sono stati introdotti dei criteri più stringenti per il sussidio sociale riservato ai disoccupati di lunga durata, cioè quelli che hanno perso il lavoro da molto tempo e che ricevono una sorta di reddito minimo garantito (già esistente da tempo nel sistema di welfare tedesco). È stato escluso dall’erogazione di questa indennità chi possiede dei risparmi personali superiori a una certa soglia (fissata inizialmente a 13mila euro circa) mentre è stato stabilito un tetto massimo (attorno a 330-350 euro al mese) per l’importo assegno, a cui però si aggiungono altri contributi per i figli o per gli affitti. Prima di approvare l’Agenda 2010, l’ex-cancelliere Schröder ventilò anche l’ipotesi di varare delle leggi ad hoc per rendere più flessibili gli accordi collettivi nazionali qualora le imprese e i sindacati non avessero firmato delle intese per rafforzare la contrattazione decentrata. Il che ha spinto le parti sociali tedesche a stipulare, nei singoli territori e nelle singole aziende, nuovi contratti per gestire con maggiore autonomia i turni, le ferie, gli orari e i salari, in modo aumentare la produttività del lavoro derogando agli accordi collettivi nazionali. Tra il 2004 e il 2006, per abbassare il costo del lavoro, è stato messa in cantiere una riduzione di oltre 2 punti della quota di contributi sui salari destinati al sistema sanitario nazionale. Il taglio è stato finanziato con una riduzione delle prestazioni mediche gratuite, imponendo ai pazienti un sistema di compartecipazione alle spese per le visite e per la prescrizione delle cure. Inoltre, sono state escluse dai benefit pubblici alcune prestazioni mediche non urgenti ma costose come alcuni tipi di cure odontoiatriche. A partire dal 2004, il governo di Berlino ha attuato anche un consistente taglio delle imposte personali, con l’obiettivo di rimettere in tasca ai consumatori quasi 22 miliardi di euro di risorse. La manovra fiscale ha portato a una riduzione dal 48,5 al 42% dell’aliquota fiscale sui redditi più elevati e dal 19,9 al 15% dell’aliquota sulle retribuzioni più basse. Il programma è stato finanziato con un piano di privatizzazioni e di tagli ai sussidi statali. Analizzando nel dettaglio i provvedimenti attuati in Germania, dunque, si scopre senza dubbio che le riforme di Schröder furono tutt’altro che una passeggiata. Non a caso, l’Agenda 2010 provocò un’ondata di proteste nel paese e fu la principale causa della mancata rielezione del cancelliere socialdemocratico, sconfitto nel 2005 dalla Merkel, seppur di misura. Per imitare i tedeschi, insomma, ci vuole coraggio. Le riforme del cancelliere Schröder toccarono solo marginalmente la disciplina dei licenziamenti e si concentrarono molto di più sui sussidi alla disoccupazione, che in Germania sono stati resi assai flessibili e legati a doppio filo a dei piani di reinserimento nel mondo produttivo dei lavoratori rimasti a casa.

Autore: Michele Fascetti

Nato a Viterbo il 22/05/1991. Diplomato in maturità scientifica, attualmente iscritto al corso Magistrale di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi della Tuscia. Tirocinante e stagista nell'area contabile-amministrativa presso la Casa Circondariale di Viterbo. Ricopre il ruolo di segretario presso l'Osservatorio Ospeca.

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