L’ultima analisi di Jim O’Neill

 

Mi piacerebbe dare un’occhiata, insieme a voi,  ai dettagli dell’ultimo report scritto da Jim O’Neill per Goldman Sachs.

La ricerca è divisa in due parti: la prima analizza le condizioni economiche  dell’Europa mentre la seconda fa un’analisi di massima della governance mondiale, andando a dilungarsi sulla sempre più sentita esigenza di allargare la cerchia dei paesi che devono decidere delle sorti del pianeta. Lascio ai politici i commenti su quest’ultima parte, piuttosto lapalissiana e di poco valore aggiunto e mi concentrerei sulla prima.

Le sorti dell’Europa

O’Neill dimostra di essere particolarmente ottimista sulle sorti europee e su un punto possiamo senza indugio concordare con lui. La crisi che ha colpito l’Eurozona, come si vede dal grafico qui sotto riportato, direttamente dall’articolo dell’economista di Goldman Sachs, non ha intaccato i numeri che stanno alla base della struttura economica di Euroland.  Il current account, costituito dalla nettizzazione di esportazioni ed importazioni, dai ricavi sugli investimenti e dai trasferimenti di cassa, è in surplus da quattro anni ormai, dopo aver sofferto le conseguenze della crisi finanziaria del 2008. Con esso, anche la bilancia dei pagamenti, che aggiunge a questo numero l’effettivo capitale utilizzato per investimenti, dentro e fuori dall’Eurozona, non è mai scesa al di sotto della soglia fatidica che separa surplus da deficit.

Basta guardare il grafico riportato qui sotto per rendersene conto.

E’ innegabile che questo sia un punto estremamente positivo e ci dimostra che la crisi, benché pesantissima, è sostenuta dalla crescita di domanda dal resto del mondo, nonché dalla volontà delle potenze straniere di acquistare assets in Eurolandia. Jim O’Neill a questo punto si spinge un po’ oltre, a nostro avviso, eccessivamente. Egli punta su un numero che i governi, specie quelli della periferia europea, conoscono molto bene: il Cyclically Adjusted Budget Balance. In questo modo, è possibile vedere come i deficit dei paesi europei non siano molto preoccupanti se comparati con quelli attualmente registrati in altri paesi.

 

Un piccolo appunto al Guru in uscita

E’ chiaro che Giappone ed India, da questo punto di vista, si dimostrano paesi con gravi problemi ed un giorno, credo, qualcuno dovrà mettere mano ai gravi squilibri che si stanno producendo a New Dehli ed a Tokio, ma non per questo l’Europa appare migliore di quella che è. Aggiustare i valori del deficit in base al ciclo economico, comporta un ricalcolo basato su performance passate che non possono più essere considerate come buone predizioni per il futuro. Su questo punto, il deciso ottimismo di O’Neill, che condividiamo in linea di massima, va forse un po’ oltre la ragionevolezza. L’Italia ad esempio, dovrà ancora per qualche anno abituarsi all’idea di crescere meno di altre economie concorrenti, in quanto le riforme strutturali di cui il mercato del lavoro ha bisogno, non sembrano proprio essere all’ordine del giorno dei governanti che si susseguono alla guida del paese. Stesso discorso si può fare per la Francia e la Spagna mentre Irlanda, Olanda, UK  e Germania sono più avanti su questo punto. Togliere completamente dal gioco le differenze di competitività fra questi paesi non ha molto senso.

 

 

 

L’Equity Risk Premium

Dalla ricerca di Goldman Sachs esce, senza un commento degno di questo nome, il grafico sull’equity risk premium che riportiamo qui sotto.

Non si può non spendere qualche parola su quanto viene così chiaramento disegnato dalla curva dell’ERP. L’equity risk premium viene misurato dal rendimento che gli investitori richiedono all’equity per poter decidere di investire sull’azionario piuttosto che detenere i propri soldi in altre attività. Notiamo, allora, come nonostante la crescita del mercato azionario di questi ultimi tre anni, l’ERP non accenni a ridursi, anzi, sempre maggior rendimento viene richiesto alle singole stock per decidere di detenerle in portafoglio. Questo è dovuto certamente al regime di tassi bassi voluto dalla Banche Centrali di tutto il mondo, ma anche ad un sentimento piuttosto negativo che ancora tiene lontano il risparmio dal mercato azionario. Le Borse non sono sopravvalutate e la differenza con il 2007, quando l’ERP era ridotto al di sotto del 2% è davvero stridente. L’investimento azionario è oggi particolarmente premiante in rapporto a qualsiasi investimento a reddito fisso, dal conto corrente alle obbligazioni corporate.

 

 

Autore: Andrea Luzzi

Andrea ha una laurea in economia, un Master in Finanza Quantitativa e diverse certificazioni internazionali. Ha lavorato per banche ed hedge fund in qualità di risk manager, analista quantitativo e portfolio manager. Nel 2009 ha fondato la Quantyx, una società di consulenza operante in Italia ed in Svizzera, che si occupa di risk management, sviluppo di software finanziari ed analisi di investimenti non tradizionali. Vive in Svizzera e lavora fra Milano e Zurigo (almeno per ora).

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