Fondo Atlante: e se non bastasse?

Il Fondo Atlante è una delle novità più interessanti in assoluto nell’ultimo periodo per quanto riguarda le banche italiane. In breve, si tratta di uno strumento che, con poco più di 4 miliardi di euro, dovrebbe riuscire in qualche modo a tirare giù il primo tassello del domino che rappresenta la montagna di sofferenze bancarie, pari a circa 200 miliardi di euro.

Se, da un lato, si tratta di uno strumento che ancora mancava, dall’altro in tanti dicono che è come una goccia in un oceano: inutile.

Ma cosa dovrebbe accadere se il Fondo Atlante non bastasse?

In questo scenario, che nel 99% dei casi si realizzerà, sarà lo Stato che dovrebbe intervenire nel mercato mettendo in piedi delle soluzioni più o meno comuni, un po’ sul modello del BIN, Banche di Interesse Nazionale, che vennero create nel 1936 per far fronte a quell’esigenza bancaria e che furono partecipate dall’IRI.

E’ così che possiamo pensare ad uno scenario in cui lo stato finisca per creare alcune BIN ed entrando in ognuna di esse con delle partecipazioni, nel rispetto delle regole stabilito dal principio dell’investitore privato. Una quota che non è ancora stata stabilita, ma che dovrebbe comunque essere compresa tra il 20 e il 25%.

Tutte le banche che sono in difficoltà verrebbero praticamente obbligate ad entrare in queste nuove BIN, condividendo rischi e patrimonio, creando una massa critica che potrebbe finalmente riuscire a mantenere il peso delle sofferenze che si sono create fino a quel momento.

L’ipotesi del modello BIN può sembrare un po’ datata, una vecchia realtà storica, che però dobbiamo dire che, ai tempi, ha avuto il suo bell’effetto. Il punto è che spesso i piccoli istituti di credito usano i soldi per esercitare il potere invece che per dar vita ad un certo sviluppo economico, quindi bisogna veramente cambiare le cose “a monte”, e il BIN potrebbe essere una buona soluzione.

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