Lavoro: calcolo dei contributi obbligatori INPS per i lavoratori dipendenti

In Italia è obbligatorio pagare i contributi per il lavoro che si svolge. A farlo devono essere tutti i lavoratori dipendenti, oltre che gli autonomi, nel rispetto delle norme che sono stabilite per legge. Si tratta di un obbligo che permetterà al lavoratore, tra le altre cose, di:

  • avere una pensione dal momento in cui potrà smettere di lavorare, sia per raggiungimento dell’età minima contributiva (pensione di anzianità) che per     raggiungimento dell’età minima pensionabile (pensione di vecchiaia);
  • nel caso in cui avesse bisogno di un contributo economico per diminuzione della propria capacità lavorativa, quale che ne sia la causa;
  • nel caso in cui ci fosse bisogno di un contributo economico a sostegno del proprio reddito familiare;
  • nel caso in cui si avesse bisogno della liquidazione della propria pensione, nei termini     previsti per legge.

Dal 2011, l’ente che si occupa delle pensioni in Italia è l’INPS. Oltre che per i lavoratori dipendenti del settore privato, questo ente si occupa anche del trattamento pensionistico delle seguenti categorie di lavoratori:

  • Lavoratori dipendenti del settore pubblico e ministeriale, i cui contributi pensionistici prima del 2011 erano gestiti dall’INPDAP, che è stato chiuso quell’anno per volere del decreto Salva Italia dell’allora governo Monti e le cui funzioni sono passate all’INPS;
  • I lavoratori autonomi di ogni settore economico ed i professionisti senza cassa;
  • I lavoratori parasubordinati;
  • Chi effettua vendite a domicilio;
  • I lavoratori occasionali;
  • I lavoratori associati in partecipazione che appartengono alla gestione separata;
  • Gli iscritti ai Fondi speciali.

Come effettuare il calcolo dei contributi

I lavoratori dipendenti hanno i contributi versati dai rispettivi datori di lavoro, nei cui calcolo essi dovranno versare mensilmente una certa somma che viene calcolata secondo le indicazioni date dall’INPS.

I contributi obbligatori devono essere versati dal datore di lavoro secondo i termini che sono previsti dalla legge, obbligatoriamente, altrimenti si incorre nel rischio di venire multati, con sanzioni aggravate.

I contributi vengono calcolati tenendo presente che una quota degli stessi deve essere versata dal datore di lavoro, mentre un’altra dal dipendente.

Il calcolo dei contributi viene calcolato in maniera percentuale sulla retribuzione lorda che il lavoratore ha conseguito nel periodo di riferimento. Il conteggio di tale retribuzione lorda viene fatto tenendo presente qualunque somma di denaro che il lavoratore ha percepito dal datore di lavoro, al lordo delle ritenute.

Su queste somme di denaro vengono calcolate le aliquote che sono a carico sia della ditta che del dipendente, tenendo presente che la prima è del 32,70% (potrebbero esserci delle agevolazioni a seconda di determinate condizioni previste per legge), mentre la seconda è del 9,19%.

Non devono essere incluse nel conteggio della retribuzione imponibile:

  • Tutte le somme che sono percepite a titolo di (TFR);
  • Le somme che sono percepite come risarcimento danni;
  • I proventi che derivano dalle polizze assicurative;
  • Tutti i trattamenti di famiglia;
  • le mance che sono percepite dagli impiegati che lavorano presso le case da gioco, entro la misura del 25% del loro ammontare;
  • Alcune somme di indennità di trasporto

Per agevolare il calcolo dei contributi, l’INPS ha messo a disposizione un comodo strumento di calcolo direttamente sul suo sito ufficiale.

Contributi INPS: come si calcolano le aliquote per i commercianti e per la ditta individuale

Quando si parla di contributi INPS per commercianti e per proprietari di una ditta individuale, bisogna far riferimento alla circolare numero 15 del 29 gennaio 2016 che ha reso noti gli importi e le aliquote per quest’anno, sia per i commercianti che per gli artigiani.

Da dire che, dopo la manovra Monti di qualche anno fa, tutti i commercianti e gli artigiani che sono iscritti alla gestione autonoma INPS, devono pagare dei contributi che aumentano di anno in anno di una percentuale pari allo 0,45%, con l’obiettivo di arrivare a pagare il 24% entro il 2018.

Il reddito minimo annuo che bisogna avere per poter calcolare i contributi IVS è di 15.548 € e le aliquote sono le seguenti:

  • Artigiani di qualunque età titolari di azienda o coadiuvanti / coadiutori che hanno più di 21 anni, 23,10%. Contributo 3.599,03 (3.591,59 IVS + 7,44 maternità);
  • Commercianti di ogni età titolari di azienda oppure coadiuvanti / coadiutori che hanno più di 21 anni, 23,19%. Contributo 3.613,02 (3.605,58 IVS + 7,44 maternità);
  • Artigiani coadiuvanti o coadiutori che abbiano un’età inferiore a 21 anni, 20,10%. Contributo 3.132,59 (3.125,15 IVS + 7,44 maternità);
  • Commercianti coadiuvanti o coadiutori che abbiano un’età inferiore a 21 anni, 20,19% . Contributo 3.146,58 (3.139,14 IVS + 7,44 maternità).

Diverso è il calcolo nel caso in cui il periodo di riferimento sia inferiore all’anno solare, nel qual caso bisogna usare il seguente conteggio mensile, riportato secondo lo stesso ordine di cui sopra:

  • 299,92 (299,30 IVS + 0,62 maternità);
  • 301,09 (300,47 IVS +0,62 maternità);
  • 261,05 (260,43 IVS + 0,62 maternità);
  • 262,22 (261,60 IVS + 0,62 maternità).

Nel caso in cui i redditi d’impresa realizzati lo scorso anno sono compresi tra il minimo di 15.548,00 € e un valore massimo di 46.123 € , le aliquote previste sono le seguenti, riportante sempre secondo l’ordine iniziale:

  • artigiani titolari + coadiuvanti o coadiutori > 21 anni, 24,10%;
  • commercianti titolari + coadiuvanti o coadiutori > 21 anni, 24,19%;
  • artigiani coadiuvanti o coadiutori fino a 21 anni, 21,10%;
  • commercianti coadiuvanti o coadiutori fino a 21 anni, 21,19%

In sostanza, si ha un aumento di 1 punto percentuale.

Il massimale di reddito entro il quale vengono calcolati i contributi IVS è di 76.872 € (ovvero 46.123 € + 30.749 €).

Questi redditi sono dei limiti del singolo soggetto, non di tutta l’impresa e valgono solo per i soggetti che sono iscritti alla Gestione già da prima del 1° gennaio 1996 o che hanno un’anzianità contributiva calcolata a quella data.

La tabella contributiva, nel solito ordine, è la seguente:

  • 064,92;
  • 134,10;
  • 758,76;
  • 827,94.

Per tutti coloro che non rientrano nelle date descritte in precedenza, il massimale personale è di 100.324,00 € non frazionabile mensilmente. Per tali soggetti, la tabella di calcolo è come segue:

  • 716,85;
  • 807,14;
  • 707,13;
  • 797,42.

Il pagamento dei contributi per gli artigiani e per i commercianti dovrà essere effettuato tramite F24, è da tenere presente però che non si riceverà più alcuna lettera da parte dell’ente previdenziale per quanto riguarda il modello in questione o la sua compilazione, che rimangono dunque a carico del contribuente.

Le scadenze attualmente in vigore relative al versamento degli importi contributivi sono il 22 agosto, il 16 novembre e il 16 febbraio 2017.

La compilazione del modello F24 deve avvenire con indicazione, tra le altre cose, del codice della sede INPS presso cui si ha una posizione contributiva, della causale del contributo come stabilito dall’INPS, del codice INPS, del periodo di riferimento e degli importi che vengono versati con quel dato pagamento.

Tutto sul riscatto e accredito dei contributi figurativi INPS

I contributi figurativi sono una soluzione pensata dallo Stato per aiutare tutti quei lavoratori dipendenti che, per un certo periodo di tempo, non possono lavorare e, dunque, non avrebbero diritto ad avere contributi.

Nello specifico, se un dipendente non può prestare la sua opera lavorativa prezzo un’azienda per un periodo di tempo, il datore di lavoro non ha più l’obbligo legale di versare i contributi al suo dipendente. Per evitare che questo si traduca in una perdita di denaro e di contributi, la legge stabilisce che, in questi periodi di tempo, tale obbligo ricada in capo all’INPS.

Quando si ha diritto ai contributi figurativi

Ci sono dei momenti, esattamente stabiliti per legge, durante i quali un soggetto ha diritto ai contributi figurativi:

  • Quando percepisce un’indennità di disoccupazione per aver perso il lavoro in maniera involontaria;
  • Quando si trova in cassa integrazione guadagni, ordinaria o straordinaria che sia;
  • Quando percepisce un’indennità di mobilità (tranne se la stessa viene erogata in un’unica soluzione);
  • Se il lavoratore non può prestare la sua opera a causa di un infortunio o di una malattia;
  • Quando una donna si trova in congedo di maternità, o comunque il lavoratore è in congedo parentale;
  • Nel caso di contratti di solidarietà, ma solo per la parte di contributi persi;
  • Nel caso di lavoratori che sono impiegati in lavori socialmente utili;
  • Se non si può lavorare a causa di una calamità;
  • Per periodi di assistenza sanitaria dovuta a malattia tubercolare;
  • Nel caso di candidatura elettorale, quando si ha diritto ad una certa aspettativa;
  • Se il lavoratore ha un’invalidità superiore al 74%. In questo caso si ha diritto ad un contributo figurativo pari a 2 mesi all’anno per un massimo di 5 anni;
  • Nel caso di lavoratori non vedenti, ma solo per un massimo di 4 mesi ogni anno;
  • Nel caso di lavoratori che assistono dei familiari che abbiano un grave handicap, in questo caso il periodo massimo è di 2 anni;
  • Se si è donatore di sangue, nei giorni in cui si fa la donazione;
  • Per tutte le altre assenze ad ore previste dalla legge 104/1992.

Tutte queste situazioni prevedono l’accredito dei contributi figurativi in maniera automatica da parte dell’INPS, senza bisogno che il lavoratore presenti domanda.

Riscatto dei contributi figurativi

Essendo dei contributi che sono a carico dell’INPS e che vengono accreditati in favore del datore di lavoro in maniera automatica, tali contributi vengono riscattati nel momento in cui si presenterà domanda di pensione.

Non c’è nessuna richiesta extra da fare, essi vengono semplicemente conteggiati come se fossero stati pagati dal datore di lavoro (anche se in realtà sono a carico dell’ente pensionistico).

Vantaggi dei contributi figurativi per il lavoratore e per il datore di lavoro

Il principale vantaggio di questa tipologia di contributi è da trovare sia nel datore di lavoro che nel lavoratore dipendente stesso. Il primo non ha l’onere di versare i contributi non avendo ricevuto il vantaggio della prestazione lavorativa del soggetto, il secondo invece non perde nessun contributo in concomitanza dell’impossibilità a lavorare per delle cause previste per legge, che abbiamo visto sopra.

Pensione: come richiedere i contributi di riscatto INPS

Si parla di contributi di riscatto per indicare la situazione secondo la quale l’INPS permette a tutti i lavoratori di coprire dei periodi di tempo in cui sono stati privi di contributi tramite il versamento dei cosiddetti contributi di riscatto.

Essi possono essere considerati utili per poter avere diritti ad ogni tipologia di prestazione previdenziale, per accertare il diritto alla prosecuzione volontaria e per avere diritto a tutte le prestazioni pensionistiche, inclusa quella di anzianità.

In maniera particolare ci si riferisce a quei periodi di tempo durante i quali non si sono versati contributi per omissione, oppure perché non c’è stato alcun obbligo legale di farlo e, per qualunque motivo, si è deciso di non procedere, oppure ancora perché sono state introdotte delle particolari disposizioni di legge che hanno reso possibile versare dei contributi di riscatto.

Può presentare domanda di pagamento dei contributi di riscatto chi è iscritto all’assicurazione generale obbligatoria, chi fa parte della gestione speciale dei lavoratori autonomi, i parasubordinati che sono iscritti alla gestione separata, chi fa parte dei fondi speciali INPS, oltre che tutti i superstiti nel caso di un lavoratore deceduto.

Dopo aver presentato domanda, l’ente previdenziale studia il caso e fa sapere la risposta, ovvero se accetta la richiesta di versamento dei contributi aggiuntivi o meno. Nel primo caso, rende noto anche l’importo che occorre versare per potersi rimettere “in pari”.

Il pagamento della somma in questione può essere fatto in un’unica soluzione entro 60 giorni di tempo dall’accettazione della domanda oppure a rate, ma questa seconda opzione è possibile solo se chi fa richiesta non è già pensionato e se i contributi aggiuntivi da pagare non devono essere usati sin da subito per poterne beneficiare in termini di pensione.

Da tenere presente che la rateizzazione viene interrotta dal momento in cui si presenta domanda di pensionamento e tutta la parte che doveva ancora essere pagata, va saldata in una sola soluzione.

Le rate mensili dei contributi di riscatto

Ci sono alcune cose da considerare per quanto riguarda i contributi di riscatto:

  • Il numero delle rate mensili non può essere superiore a 60, in alcuni casi può arrivare fino a 120 (riscatto del periodo del corso di laurea relativo alle domande che sono state presentate dopo il 31 dicembre 2007);
  • L’importo del riscatto deve essere maggiorato degli interessi legali;
  • L’importo minimo di ogni singola rata è di 27 €;
  • La prima rata deve essere pagata entro i primi 60 giorni dal momento in cui la domanda di versamento di questi contributi viene accettata.
  • Se non si paga la prima rata, l’INPS presuppone che si è deciso di non procedere e dunque archivia la pratica, rendendo di fatto impossibile procedere;
  • Se la prima rata (o l’importo totale) viene versato in ritardo, l’INPS considera la cosa come una nuova domanda.

Da tenere presente anche che se non si effettua il pagamento e si esercita il diritto alla rinuncia del versamento dei contributi, sarà sempre possibile presentare in futuro nuova domanda, anche per lo stesso periodo contributivo.

Se si decide, infine, di interrompere dopo aver versato un certo numero di rate, esse verranno comunque conteggiata ai fini previdenziali.

Gestione separata: tutto quello che c’è da sapere sulla rivalsa INPS

Una delle norme che regola la fatturazione da parte dei soggetti lavoratori autonomi è l’applicazione della rivalsa nelle loro fatture, ovvero una percentuale aggiuntiva del 4% che viene calcolata sui compensi lordi.

Da un punto di vista legale, questa percentuale si riferisce al comma 212 dell’articolo 1 della legge 23.12.1996 n. 662:, che afferma come, ai fini dell’obbligo che viene previsto della legge 8 agosto 1995 n. 335, per la precisione all’articolo 2, comma 26, tutti coloro che sono titolari di un reddito da lavoro autonomo che corrisponde come indicato dall’articolo 49, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, e successive modificazioni, possono addebitare ai committenti una percentuale pari al 4% dei compensi lordi.

Chi deve iscriversi alla gestione separata INPS

In sostanza, coloro che sono obbligati per legge ad essere iscritti alla gestione separata INPS sono:

  • Chi esercita un’attività di lavoro autonomo e non è iscritto ad una Cassa di previdenza;
  • Tutti quei lavoratori autonomi occasionali che sono esenti dall’obbligo di iscrizione ad una cassa di previdenza e che hanno un reddito maggiore di 5.000 euro all’anno;
  • I lavoratori a progetto;
  • I lavoratori occasionali con reddito fino a 5.000 euro e con una durata della collaborazione che non arriva a 30 giorni lungo l’arco di un anno;
  • Chi si occupa di vendite a domicilio e ha un reddito superiore a 5.000 euro;
  • Chi ha conseguito una borsa di studio per poter frequentare dei corsi di dottorato di ricerca;
  • I pensionati oppure i professionisti che sono iscritti agli Albi di categoria e che eseguono delle prestazioni professionali coordinate e continuative;
  • I medici che hanno un contratto di formazione specialistica;
  • I volontari che fanno parte del Servizio Civile Nazionale;
  • Chi fa parte degli organi di amministrazione e controllo di società;
  • Chi fa spedizioni doganali e non lavora da dipendente

L’iscrizione alla gestione separata INPS si fa o recandosi presso gli sportelli di questo ente, oppure direttamente dal sito ufficiale INPS, o ancora per telefono tramite il numero gratuito 803 164.

Cos’è la rivalsa INPS?

Torniamo alla rivalsa INPS che possono applicare, in fattura, tutti i lavoratori autonomi che rientrano nelle descrizioni di cui sopra.

In sostanza, si tratta di applicare un extra pari al 4% del compenso lordo che risulta a carico del committente, ovvero del cliente.

L’applicazione di questa rivalsa non è obbligatoria e ogni professionista e lavoratore autonomo può decidere se applicarla o meno, ma se decidesse di farlo bisogna tenere presente che poi è lui stesso che deve occuparsi del versamento di tale importo direttamente nelle casse dell’INPS.

Come calcolare la rivalsa in fattura?

Facciamo un esempio numerico per poter meglio il concetto. Se si svolge un servizio professionale per un importo pari a 1.000 € lordi, il 4% di rivalsa INPS deve essere applicato su questa somma, pertanto sarebbe di 40 € . L’imponibile IVA ed IRPEF rimarrebbero sempre i 1.000 € di prestazione iniziare, mentre l’IVA verrebbe calcolata sulla somma tra importo lordo e rivalsa del 4%.

E’ da tenere presente, poi, che sulla fattura ivata deve essere calcolata anche una ritenuta di acconto pari al 20%, che va detratta per avere il netto che il professionista o il lavoratore autonomo devono incassare.

Voucher INPS: cosa sono i buoni lavoro e perché sono utilizzati per prestazioni lavorative occasionali

Quando si tratta di svolgere un lavoro accessorio ed occasionale, non bisogna in alcun modo dimenticare che si ha il diritto anche ad una prestazione assistenziale, esattamente come se si fosse assunti. In linea di massima, i buoni voucher INPS, noti anche come buoni lavoro, sono pensati per remunerare chi svolge servizi di assistenza familiare.

Dall’inizio della loro vita fino ad oggi, sono state oltre 2 milioni (si stima) le persone che hanno avuto modo di usufruire di questi buoni, per un totale di 1,5 miliardi di euro di compensi in totale. Se guardiamo allo stivale, notiamo che per la maggior parte sono usati al nord, mentre per quanto riguarda l’industria economica di turno, sono molto usati nel settore del giardinaggio, nel turismo e nei servizi.

Quanto valgono?

Questi buoni sono acquistabili in tre diversi tagli: 10, 20 o 50 €. E’ da tenere presente che, di ogni taglio, il 75% va al lavoratore, il rimanente 25% è così suddiviso:

  • 7% contributi INAIL;
  • 13% contributi INPS della gestione separata;
  • 5% compensazione del concessionario.

A questo, bisogna anche aggiungere 1,50€ di commissioni nel caso in cui si acquisti il buono in tabaccheria.

Dove si possono comprare i buoni INPS?

Come detto prima, possono essere acquistati in tabaccheria (ad un costo maggiorato di 1,50 €), oppure presso gli sportelli delle banche popolari, presso gli sportelli delle sedi INPS presenti sul territorio, online sul sito dell’INPS e presso gli uffici postali.

Come incassare i buoni INPS?

Dopo aver ricevuto uno di questi buoni, il lavoratore ha 24 mesi per poterlo incassare. Il conteggio della tempistica viene calcolato a partire dal giorno dell’emissione.

In alternativa si può incassare:

  • tramite INPS card;
  • tramite bonifico bancario su un conto corrente intestato al beneficiario;
  • tramite un tabaccaio autorizzato al pagamento;
  • tramite una banca.

In che settori vengono usati?

Come detto in precedenza, i buoni INPS vengono usati in maniera particolare per remunerare chi svolge lavori occasionali e prestazioni di servizi chi fa assistenza familiare e a casa.

In linea generale, sono usati da:

  • famiglie;
  • persone che non sono imprenditori;
  • imprese familiari;
  • imprenditori agricoli;
  • committenti pubblici;
  • enti senza scopo di lucro.

Chi può beneficiare dei buoni lavoro?

Possono usare questi buoni lavoro ed incassarli:

  • i lavoratori dipendenti part time
  • chi è in cassaintegrazione;
  • i pensionati;
  • chi lavora durante il periodo di vacanza, ad esempio gli studenti che hanno meno di 25 anni e che sono iscritti all’università;
  • lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato;
  • autonomi;
  • extracomunitari, anche studenti, a condizione di essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno.

La novità della procedura telematica

Nel 2016 è stata introdotta una novità interessante per quanto riguarda la procedura telematica per l’ottenimento di un buono lavoro.

In maniera particolare ci si riferisce alla possibilità di richiedere i buoni lavoro per via telematica, direttamente sul sito web dell’INPS. L’obiettivo di questa novità è principalmente quello di evitare ulteriori abusi sui voucher INPS, in considerazione del fatto che già in passato ci sono stati diversi problemi e alcune persone hanno approfittato di questo interessante modo di remunerazione e contribuzione. Una soluzione eccellente in grado di soddisfare tutte le parti.

Lavoro e contributi: assegno ordinario d’invalidità. Caratteristiche e requisiti dati dall’INPS

L’assegno ordinario di invalidità viene concesso a tutti coloro che, pur lavorando, sono affetti da una qualche forma di invalidità che riduce la capacità produttiva stessa per oltre 2/3.

Non si tratta, dunque, di una vera e propria pensione di invalidità, che viene invece riconosciuta a chi non può lavorare per questioni fisiche, bensì di un contributo economico che lo Stato vuole riconoscere, per tramite dell’INPS, a chi ha problematiche tali da non poter essere efficiente al 100%.

L’ottenimento di questo assegno presuppone una visita medica di controllo: se essa conferma l’invalidità, allora si ha diritto all’assegno per un periodo di 3 anni, terminato il quale bisogna rifare un’altra visita e, se la situazione fosse confermata, l’assegno verrebbe concesso ancora. Qualora si ricevesse l’assegno per 3 volte di seguito (dunque per 9 anni), allora diventerebbe definitivo.

Requisiti per avere l’assegno di invalidità

Possono fare domanda di assegno di invalidità tutti coloro che rientrano nei seguenti requisiti:

  • Lavoratori dipendenti;
  • Lavoratori autonomi;
  • Lavoratori iscritti a dei fondi pensione sostitutivi ed integrativi.

Inoltre, è necessario avere:

  • Una riduzione della capacità lavorativa per più di 2/3 a causa di un difetto fisico o mentale;
  • Aver versato almeno 5 anni di contributi, di cui 3 anni devono essere stati versati entro in quinquennio precedente alla presentazione della domanda di assegno di invalidità.

Assegno di invalidità e situazione lavorativa

L’assegno di invalidità può essere ricevuto anche da chi svolge ancora un’attività lavorativa regolare. In questo caso, però, l’assegno viene ridotto se si superano determinate soglie, che possono venire controllate al momento della presentazione della domanda di pensione tramite una dichiarazione reddituale apposita.

Nel caso in cui il reddito sia compreso tra 25.012 € e 31.265 € , l’importo dell’assegno viene ridotto del 25%, mentre se è superiore a 31.265 € , la riduzione è pari al 50%.

Come ottenere l’assegno di invalidità

Nel caso in cui si presenti domanda per assegno di invalidità, saranno fatti dei controlli per verificare che si è in possesso dei requisiti previsti per legge, che abbiamo visto in precedenza. Nel caso in cui tali requisiti saranno soddisfatti, ecco che l’assegno inizia a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Ad esempio, se si fa domanda a giugno, dal 1° luglio.

Come detto in precedenza, l’assegno di invalidità ha una durata di 3 anni, al termine della quale può essere confermato nuovamente a condizione di avere ancora i requisiti che ne hanno portato alla concessione la prima volta.

Qualora venisse confermato a vita (dopo 3 conferme temporanee), al raggiungimento dell’età pensionabile da parte del lavoratore, l’assegno viene automaticamente trasformato in una pensione di vecchiaia.

Per poter calcolare l’importo dell’assegno di invalidità si possono usare due metodologie di calcolo:

  • Contributivo, nel caso in cui il soggetto in questione abbia iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995;
  • Misto, ovvero una quota che viene calcolata usando il sistema contributivo, l’altra tramite il sistema retributivo.

Come presentare la domanda

La domanda di assegno di invalidità può essere presentata via web, direttamente sul sito ufficiale dell’INPS, oppure via telefono, oppure ancora per tramite dei patronati, che svolgeranno il compito di intermediario tra ente pensionistico e chi presenta la domanda.

Assunzione Colf: come assumere e regolarizzare la badante

Sono oltre 2 milioni le famiglie del nostro paese che si avvalgono della collaborazione di colf e badanti nello svolgimento di mansioni quotidiane all’interno di casa. Considerando che si tratta di una pratica sempre più diffusa, in maniera particolare tra le persone più anziane, ecco come fare per mettere in regola una colf o una badante, così come indicato dall’INPS.

Ci sono tre casistiche entro le quasi si può “ricadere”, a seconda della nazionalità e della residenza del lavoratore domestico.

Se il lavoratore è italiano o di un paese dell’UE

Siamo nel caso più semplice, quando è possibile assumere direttamente un lavoratore facendogli semplicemente un contratto legale. Bisogna concordare direttamente con il lavoratore elementi critici del contratto come la retribuzione oraria, le ferie e l’orario di lavoro.

Il lavoratore deve essere semplicemente in possesso di un codice fiscale, di una tessera sanitaria ASL e di un documento di riconoscimento. Non è necessario essere iscritto presso le liste di collocamento.

Nel caso in cui il lavoratore sia minorenne, occorre presentare anche un certificato di idoneità al lavoro, che viene rilasciato dall’ASL locale dopo una visita medica (a carico del datore di lavoro), e una dichiarazione dei genitore o di chi esercita la potestà familiare, che acconsente al fatto che il minore viva presso la famiglia del datore di lavoro e che, in ogni caso, possa prestare lavoro ad ore.

Se il lavoratore è extracomunitario ma residente in Italia

Non è più obbligatorio compilare il modello Q (dal 15 novembre 2011) per stipulare un contratto di soggiorno. Quest’obbligo è stato recepito nella comunicazioni obbligatorie che bisogna fare al momento dell’assunzione, della variazione o della cessazione del rapporto di lavoro. Tali comunicazioni devono essere trasmesse all’INPS dal datore di lavoro per tramite di internet.

Il lavoratore deve avere ovviamente un permesso di soggiorno che sia valido per svolgere un’attività lavorativa in Italia.

Se il lavoratore è extracomunitario e non risiede ancora in Italia

Siamo nella situazione più difficili e lunga anche perché ogni anno il numero dei lavoratori ai quali viene concesso il permesso di soggiorno a fini lavorativi in Italia viene programmato grazie al “decreto Flussi”. Ecco che qualunque datore di lavoro che voglia assumere una colf o una badante che non si trova in Italia dovrà attendere la pubblicazione in G.U. (Gazzetta Ufficiale) del decreto Flussi per l’anno in corso e, entro le date indicate, presentare domanda di nulla osta.

Come regolarizzare l’assunzione

Dal 29 gennaio 2009 la comunicazione dell’assunzione deve essere fatta entro le 24 ore precedenti a quello di inizio del rapporto di lavoro (si considerano anche le giornate festive). Tale comunicazione deve essere fatta all’INPS tramite il sito web ufficiale dell’ente e compilando tutti i campi richiesti.

Il contratto di lavoro per assumere una colf o una badante deve contenere i seguenti dati ed informazioni:

  • Nome della persona da assumere ed indicazioni utili per poterla riconoscere (documento);
  • Data di inizio del rapporto di lavoro;
  • Anzianità di servizio;
  • Categoria di assunzione;
  • Durata del periodo di prova;
  • Indicazione del giorno di riposo settimanale;
  • Orario di lavoro;
  • Retribuzione oraria;
  • Condizioni di vitto e alloggio

INPS, aliquote 2016: gestione separata per i professionisti

Quando si parla di INPS, i liberi professionisti che non sono iscritti a nessuna cassa in particolare ma che fanno capo alla gestione separata, devono versare ogni anno dei contributi che vengono calcolati in percentuale. Lo stesso trattamento è riservato anche ai collaboratori a progetto e a quelli parasubordinati che sono iscritti alla gestione separata INPS.

Sappiamo che il versamento dell’INPS è obbligatorio per tutte le categorie di lavoratori, tranne in alcuni casi specifici che sono disciplinati dalla legge, come ad esempio chi lavora con un contratto di collaborazione occasionale.

Tra tutte le varie categorie, quella maggiormente penalizzata dalla normativa previdenziale 2016 sono i parasubordinati senza partita IVA, i quali devono pagare un’aliquota del 31% + lo 0,72% di aliquota aggiuntiva, per un totale del 31,72%. L’incremento, rispetto al 2015, è stato di un punto percentuale.

Le previsioni per questa categoria di lavoratori non sono certo rosee, infatti si prevede un incremento di un punto percentuale anche per il 2017 e per il 2018, quando si arriverà al 33,72%.

I lavoratori autonomi che hanno partita IVA e che non sono iscritti a nessuna cassa in particolare, continueranno a versare anche per quest’anno il 27,72%, così come gli anni precedenti. Grandi rincari a partire dal prossimo anno, quando si dovrebbe versare un’aliquota del 29,72%, mentre per il 2018 è previsto un pareggio di aliquota con i parasubordinati, dunque 33,72%.

Alla gestione separata sono iscritti anche i collaboratori a progetto occasionali e chi vende porta a porta. In questo caso la percentuale da versare è del 31,72%.

Una precisazione: nel caso in cui un lavoratore parasubordinato, un collaboratore occasionale o un venditore porta a porta sia iscritto anche ad un’altra tutela pensionistica, l’aliquota da pagare all’INPS scende al 24%.

Come vengono pagati i contributi

I contributi per la gestione separata sono per 2/3 a carico dell’azienda committente e per 1/3 a carico del collaboratore. Per i parasubordinati, il versamento “pratico” viene fatto dal “datore di lavoro” entro il 16 del mese successivo a quello di riferimento tramite uso del modello F24.

I liberi professionisti, invece, devono pagare tutto il contributo facendolo gravare sulle proprie tasche e usando sempre il modello F24.

Massimale e minimale

Per il 2016 sono rimasti invariati massimale e minimale, rispettivamente 100.324 € (pertanto l’aliquota si applica fino a che si raggiunge questa soglia) e 15.548 € . Ne consegue che il contributo minimo che bisogna versare ogni anno è pari a:

  • 931,83 € nel caso di aliquota al 31,72%;
  • 309,91 € nel caso di aliquota al 27,72%;
  • 731,52 € nel caso di aliquota al 24%.

Aliquote 2016: bloccate al 27% per i professionisti

I professionisti che non sono iscritti a nessuna cassa si sono visti bloccare, per quest’anno, l’aliquota INPS da pagare al 27% (a cui aggiungere sempre lo 0,72% di aliquota aggiuntiva.

La decisione è stata presa dalla Legge di Stabilità 2016 e ha interessato i titolari di partita IVA iscritti alla gestione separata che non sono iscritti presso altre gestioni di previdenza obbligatoria e non sono pensionati.

In sostanza, questo blocco ha permesso di evitare l’aumento del provvedimento che era originariamente previsto dalla legge Fornero che, invece, voleva un aumento della percentuale di contributi da versare alla gestione separata INPS.

Partita IVA: INPS e contributi previdenziali per professionisti. La guida per il 2016

La Legge di stabilità 2016 ha creato il nuovo regime forfettario, del quale possono entrare a far parte tutti i liberi professionisti ed autonomi senza cassa e soggetti a gestione separata. Ecco le novità che bisogna conoscere, punto per punto.

Contributi previdenziali INPS professionisti con gestione separata

Chi vuole aprire una Partita IVA nel 2016 deve prestare attenzione alle regole sui contributi previdenziali INPS, in maniera particolare per quello che riguarda i professionisti senza cassa.

In linea generale diciamo che ci sono due diverse gestioni previdenziali per quanto riguarda tutti coloro che aprono una partita IVA per gestire un’attività di servizi e non sono soggetti alla registrazione presso la Camera di Commercio: la prima riguarda la gestione separata INPS per i professionisti senza cassa, ovvero coloro che svolgono un’attività professionale ma non hanno necessità di iscriversi a qualche albo, la seconda invece riguarda tutti coloro che devono prendere parte alla cassa previdenziale di riferimento.

Tra i professionisti senza cassa possiamo poi distinguere ancora due situazioni: la prima riguarda i soggetti che sono iscritti ad altra gestione previdenziale e non hanno alcun trattamento pensionistico in favore, la seconda invece riguarda coloro che sono registrati presso un’altra gestione previdenziale o sono titolari di un reddito da pensione.

Chi non è iscritto ad alcuna gestione previdenziale o non percepisce alcun trattamento pensionistico, deve pagare una quota pari al 27,27% del reddito fiscale dichiarato, mentre chi è iscritto ad un’altra gestione previdenziale, può pagare un’aliquota più vantaggiosa, pari al 24%.

Contributi previdenziali INPS artigiani e commercianti

Nel caso specifico degli artigiani e dei commercianti, essi devono iscriversi alla Camera di Commercio e, pertanto, devono essere iscritti alla gestione separata INPS artigiani e commercianti. Il minimale contributivo che bisogna prendere in considerazione in questo caso è pari al 35% (chi aveva aperto la partita IVA lo scorso anno non era soggetto ad alcun importo minimo).

Artigiani e commercianti che hanno un sistema fiscale forfettario devono pagare, alle scadenze ordinarie del 16 febbraio, 16 maggio, 16 agosto e 16 novembre, i contributi sul minimale.

In seguito, bisogna verificare con il Modello Unico 2017 (che riguarda i redditi dell’anno precedente) se il reddito forfettario è maggiore o inferiore a quello minimale, ridotto al 35%.

Se il reddito forfettario è inferiore al minimale, allora non bisogna versare alcun acconto, in caso contrario bisognerà pagare la differenza 2016, ridotta del 35%.

Come calcolare il reddito fiscale ai fini del calcolo forfettario? Semplicemente, basta applicare la formula “fatturato x coefficiente di redditività”.

Tale coefficiente viene calcolato a seconda del codice ATECO di iscrizione della propria attività produttiva.

Tale importo è fondamentale anche per calcolare l’imposta sostitutiva del 15% tipica di chi lavora con il regime forfettario.

Per poterne sapere di più e con maggior precisione, rimaniamo in ogni caso in attesa della circolare INPS sulla gestione separata dei contributi previdenziali previsti per le nuove partite IVA, ovvero quelle aperte più di recente. Tale circolare potrebbe sia confermare l’interpretazione della norma che dare un nuovo punto di vista, da cui partire per poter fare un calcolo contributivo diverso e più preciso.