Carceri e Giustizia: le novità su Amnistia e Indulto 2016

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo visto diverse discussioni in merito all’amnistia e all’indulto, con vari disegni di legge che sono stati oggetto di discussione presso la Commissione Giustizia del Senato.

E’ dello scorso aprile la decisione in merito alla riforma del processo penale, correlato in qualche maniera proprio a questi due argomenti. Il punto principale della questione è che le carceri del nostro paese sono sempre più affollate e addirittura il 20% del totale dei detenuti è in attesa di un giudizio. Ecco dunque che riuscire a riformare realmente i procedimenti penali con l’obiettivo di snellirli e renderli più veloci potrebbe aiutare molto da questo punto di vista.

Riforma del processo penale, in che cosa consiste?

Principalmente, la riforma del processo penale consiste in un totale di 35 articoli che mirano a cambiare alcune disposizioni del codice penale e quello di procedura penale.

In maniera particolare, ad esempio, si prevede che il giudice potrà dichiarare estinto il reato nel caso in cui l’imputato abbia ripagato al 100% il danno causato e/o se ha eliminato le conseguenze del reato.

Una delle novità più importanti riguarda il codice di procedura penale, con l’introduzione di due diversi processi per le incapacità reversibili e quelle che non lo sono, e l’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere, che verrà articolata su un totale di due gradi di giudizio.

Saranno inoltre modificati alcuni aspetti del codice di procedura penale, andando a riformare alcuni riti speciali (come quello abbreviato), il ripristino della distinzione tra PM e altre parti, abbassato il valore di un giorno di detenzione da 250 a 75 € .

L’introduzione delle “love rooms”

E’ più recente la novità che si vorrebbero introdurre nelle carceri italiane le “love rooms”, ovvero stanze appositamente pensate per permettere a tutti i carcerati di prendersi cura dei loro affetti anche mentre sono in detenzione.

Questo porterebbe alla fine della pena accessoria di fatto, intesa invece come la negazione della sessualità nei confronti dei detenuti.

Ovviamente le “love rooms” stanno facendo molto discutere e ci sono già diverse persone che si dicono contrarie a questa novità, come ad esempio il sindacato di Polizia Penitenziaria (SAPPE).

Daniele Capece, segretario generale del sindacato, ha infatti detto che quando un detenuto si chiuderebbe in queste “love rooms” lo farebbe per un periodo di tempo che va da 12 a 24 ore, e in queste ore nessuno può sapere che cosa sta realmente facendo.

Se è vero che il ddl sulla riforma del processo penale dovrebbe essere approvato entro l’estate, ecco che anche queste stanze potrebbero essere vicine ad essere realizzate.

Secondo i fautori della novità, le “love rooms” sono importanti perché, grazie ad esse, il detenuto potrà passare del tempo con i propri cari e avrà il diritto di riservatezza dell’affettività, che viene riconosciuto di particolare importanza, soprattutto nei paesi laici.

L’obiettivo è quello di non costringere la moglie all’astinenza, altrimenti potrebbe esserci addirittura un invito al tradimento e all’adulterio, una condizione che le carceri non dovrebbero portare.

Se le “love rooms” dovessero passare, sarebbe semplicemente un adeguamento del nostro paese ad altre realtà europee, dove i detenuti hanno degli spazi per poter passare del tempo con la moglie, ma anche con i bambini.

Flessibilità Pensioni 2017 e Bonus 500 euro: due punti nell’agenda Renzi

Matteo Renzi, presidente del Consiglio, ha detto di recente che conferma la decisione del consiglio dei ministri di impegnarsi, entro il prossimo anno, a rendere più semplice e flessibile l’uscita lavorativa per andare in pensione, in maniera particolare per tutti coloro che oggi hanno 64 o 65 anni e sono praticamente prossimi al pensionamento.

Il nuovo meccanismo di pensionamento verrà chiamato Ape e si riferisce, in maniera particolare, ai nati negli anni ’51 e ’52, che a causa della riforma Fornero hanno visto sfumata l’opportunità di andare in pensione, e secondo Renzi questo “non è giusto”.

Diminuzione delle aliquote Irpef

Il Premier parla anche dell’Irpef, affermando che c’è in programma uno “sfoltimento” della tassa sulle persone fisiche (al momento ci sono 5 aliquote differenti) e presumibilmente anche una sua diminuzione.

Effettivamente, oggi, la tassazione italiana è tra le più alte in Europa, tra persone fisiche ed imprese. In totale, la media, è di oltre il 64%, una percentuale che strozza famiglie ed aziende, tant’è che poi sono tantissimi a lasciare il nostro paese e andare a cercare fortuna all’estero.

Conferme per il bonus 500 euro

Matteo Renzi ha confermato che ci sarà, tra questo e il prossimo anno, il bonus 500 euro per chi ha 18 anni. La distribuzione dello stesso dovrebbe iniziare proprio nel 2016.

Accordo economico Europa – USA

Renzi ha confermato il suo piacere circa la possibilità di stringere un accordo economico tra USA e Europa, anche se occorre verificare con attenzione le condizioni dello stesso.

Un aiuto alle imprese del sud Italia

Infine, nel suo discorso, il premier ha anche speso delle parole per le aziende del sud Italia, quelle che stanno risentendo maggiormente della crisi. Lo stesso premier ha affermato che per il sud si stanno spendendo davvero tanti soldi, ma che c’è bisogno di farlo e che si farà.

Insomma, un premier che dimostra di essere impegnato su più fronti per cercare di risollevare l’economia del nostro paese.

Demografia, Popolazione Mondiale: Numero e Crescita degli Abitanti del Mondo

E’ uno dei problemi principali con i quali dovremo avere a che fare in futuro, uno di quelli sul quale più di qualche esperto sta “sbattendo la testa” già da un po’, ovvero il dilemma della popolazione mondiale, un numero in continua crescita.

I problemi principali che sono legati all’aumento, secondo alcuni esponenziale, del numero di abitanti sul nostro pianeta, è legato sia all’ambiente che al cibo: e se un giorno dovessimo accorgerci che siamo così tanti che il pianeta Terra non è più in grado di far fronte alle nostre necessità?

Quanti siamo oggi?

Secondo delle stime, oggi nel mondo siamo circa 7,3 miliardi di persone, un numero spropositato se si pensa che solo 100 anni fa eravamo poco più di 1,6 miliardi. Cina, India e Stati Uniti sono le prime tre nazioni al mondo per numero di persone, rispettivamente con 1,4 miliardi, 1,2 miliardi e 320 milioni di persone. Nessuno degli stati europei si trova entro i primi 10 posti, con la Germania che è il paese più popoloso, con circa 80 milioni di persone, e l’Italia che si trova in 23° posizione con poco più di 60 milioni di persone circa.

Quanto cresce la popolazione mondiale?

Secondo alcuni esperti, l’incremento della popolazione mondiale in termini di velocità ha già raggiunto il suo zenit e ora sta rallentando. L’ONU, tuttavia, ha previsto che entro il 2030 saremo circa 8,5 miliardi di persone, nel 2050 9,7 miliardi e nel 2100 saremo circa 11,2 miliardi.

L‘aumento della popolazione maggiore in termini di velocità lo si avrà in quei paesi in via di sviluppo, come in Africa, dove il tasso di natalità è di circa 45 , mentre quello di mortalità si attesta attorno a 10. Di conseguenza, ogni anno, sono 3 volte di più le persone che nascono rispetto a quelle che muoiono. Per fare un confronto con il nostro paese, il tasso di natalità è di 9, mentre quello di mortalità è pari a 10. Entro il 2100 si prevede che l’Africa aumenterà il numero della sua popolazione di oltre il 270%, arrivando a circa 4,2 miliardi di persone.

Andando ad approfondire il tasso di natalità tra le nazioni africane, al primo posto troviamo la Nigeria, il paese dove, si prevede, il numero di abitanti aumenterà in maniera più veloce.

Rischi della sovrappopolazione

Ma quali sono i rischi più grandi di un eccessivo numero di persone nel mondo? Il primo, quello che preoccupa di più, è la mancanza di risorse. Ad oggi, la popolazione mondiale consuma tutte le risorse prodotte in 12 mesi, in un arco di tempo di soli 6 mesi. Questo significa che ci vogliono 2 anni di produzioni per sfamarci per 1 anno intero.

Con l’incremento della popolazione mondiale è lecito pensare che questa disparità aumenterà ancora, dunque ci sarà un bel da fare nel corso dei prossimi anni.

Oltre che per un discorso di risorse, gli esperti sono molto preoccupati anche del cambio climatico: oggi, ogni anno, muoiono circa 300.000 persone per problemi legati all’ambiente, mentre solo 15 anni fa questo numero era fermo a 150.000 .

Come si può risolvere il problema della sovrappopolazione?

Controllare le nascite è sicuramente un punto importante, ma anche riuscire a trovare altre risorse e altre soluzioni che possano garantire la vita nel medio / lungo periodo è fondamentale.

Affitto: tutto sulla locazione con contratto a canone concordato

E’ indubbiamente una delle tipologie di locazione tra le più vantaggiose in assoluto da un punto di vista fiscale, e questo grazie alle novità che sono state introdotte dalla legge di Stabilità 2016: stiamo parlando del contratto di locazione a canone concordato (o agevolato).

Regolato dalla legge 431/1998, questa tipologia di contratto prevede un accordo di base tra le organizzazioni della proprietà edilizia e le associazioni dei conduttori in merito ai criteri da rispettare con cui tali contratti devono essere stipulati.

Nello specifico, ecco i punti che vengono regolati:

  • tipologia di contratto, tra transitorio, agevolato e per universitari;
  • durata del contratto e rinnovo;
  • importo del canone periodico, mensile o annuale
  • aggiornamento ISTAT del valore del canone
  • stipula delle clausole di rescissione
  • spese accessorie
  • uso e consegna del locale;
  • suddivisione delle spese;
  • eventuali modifiche e migliorie;
  • indicazione di esigenze particolari da parte del locatore o del conduttore;
  • varie ed eventuali, dove andare ad indicare tutto quanto non espressamente previsto dai punti sopra.

I comuni al momento interessati da questo tipo di contratto di affitto sono i vari capoluoghi di provincia, oltre che tutti quelli che confinano con le aree metropolitane italiane di Roma nel Lazio, Milano in Lombardia, Torino in Piemonte, Venezia nel Veneto, Genova in Liguria, Bologna in Emilia Romagna, Firenze in Toscana, Napoli in Campania, Bari in Puglia, Palermo e Catania in Sicilia.

Tutte queste città vengono divise in aree urbane e ad ognuna di esse viene assegnato un canone minimo ed uno massimo. I criteri nell’assegnazione di tale intervallo di valori dipendono principalmente dai servizi che ogni area urbana ha, in termini di asili nido, verde pubblico, servizi sanitari e così via. In linea di massima, migliore è la qualità della vita che si può fare in un’area urbana, più alto sarà, in media, l’affitto di un alloggio.

Sottoscrivere questa tipologia di contratto ha dei vantaggi evidenti sia per il proprietario di casa, sia per chi affitta.

Vantaggi per il proprietario di casa

Per il primo soggetto si parla di vantaggi ai fini del reddito IRPEF e di quello dichiarato dalla cedolare secca e viene rappresentato nella pratica da uno sconto della base imponibile IRPEF pari al 30%.

Se il proprietario di casa decide di aderire alla cedolare secca, invece, le tasse da pagare vengono abbassate direttamente del 10%.

Vantaggi per chi affitta casa

Per il secondo, ovvero chi affitta casa, c’è il vantaggio di pagare un canone di affitto che è inferiore rispetto alla media del mercato. Inoltre, se la casa viene affittata ed usata come abitazione principale, si può godere di una detrazione dell’imposta Irpef pari a € 495,80 nel caso in cui il reddito del soggetto sia inferiore o uguale a € 15.493,71, oppure di € 247,90 nel caso in cui il reddito sia compreso tra € 15.493,72 e € 30.987,41.

Conviene sottoscrivere un contratto di locazione con contratto a canone concordato?

Assolutamente si, la risposta a questa domanda è indubbiamente positiva. La convenienza c’è sia per il proprietario di casa, che riceve delle agevolazioni fiscali ed è meno spinto a correre il rischio di affittare in nero, che per l’affittuario, che può pagare di meno la propria permanenza.

Legge di stabilità 2016: cosa cambia per gli affitti in nero

La legge prevede delle pene molto severe per tutti i proprietari di casa che non denunciano di aver affittato un immobile, nel tentativo di farla franca con le tasse. La Legge di Stabilità 2016 ha portato in vita tutta una serie di norme che tutelano l’inquilino e danneggiano il proprietario.

Quest’ultimo deve procedere alla registrazione del contratto presso l’Agenzia delle Entrate entro 30 giorni dalla stipula dello stesso ed entro 60 giorni, invece, deve dare comunicazione all’inquilino di tale registrazione, fornendogli una copia della stessa, da dove risulta anche il pagamento dell’imposta dovuta. Se l’immobile affittato si trova in un condominio, il proprietario deve comunicare anche all’amministratore tutte le informazioni sull’affittuario, in maniera tale che l’anagrafe del condominio possa essere aggiornata.

Cosa accade se il proprietario non registra il contratto

Se il contratto non viene registrato regolarmente entro i termini previsti per legge, esso si considera come non esistente.

Nonostante questo, il proprietario di casa non può sfrattare l’affittuario come se nulla fosse, ma deve necessariamente rispettare la presenza di quest’ultimo nella casa: questo comporta l’obbligo di ricorrere di fronte al tribunale, soluzione che ha tempi particolarmente lunghi.

Canone di locazione più alto rispetto a quello indicato nel contratto

Se il canone di locazione pattuito è più alto di quello che viene indicato, nel chiaro tentativo di pagare meno tasse, il contratto è nullo.

In questo caso l’inquilino può rivolgersi al tribunale per chiedere la restituzione delle somme in più che sono state versate, ma questo solo dopo la riconsegna dell’immobile ed entro i primi 6 mesi da tale avvenimento. Spetta, in questo caso, all’ex inquilino dimostrare di aver pagato delle somme di denaro in più.

Se l’inquilino va dal giudice mentre occupa ancora la casa, il contratto continua ad esistere e l’inquilino è costretto a pagare l’affitto periodico, ma quello indicato nel contratto.

Cosa accade se è l’inquilino che denuncia il proprietario di casa

Qualora sia l’inquilino che denuncia la mancata registrazione del contratto di affitto da parte del proprietario di casa, ci si trova di fronte ad una situazione particolarmente complessa.

Il decreto legislativo 23 del 2011 ha previsto forti sanzioni sul proprietario di casa e il vantaggio, per l’inquilino, di vedersi prorogato in maniera automatica il contratto con la formula del 4 + 4, oltre che la possibilità di pagare un canone di locazione davvero minimo.

Per chi non lo sapesse, il contratto 4 + 4 prevede una locazione della durata di 4 anni, rinnovabile per altri 4, tranne nel caso in cui non venga disdetto dal proprietario o dall’inquilino, che devono tuttavia avvenire nel rispetto di quanto previsto per legge.

Contratti di affitto in nero, un riepilogo dei rischi

Abbiamo capito che mettersi in casa qualcuno senza un regolare contratto di affitto equivale a correre dei rischi molto grandi.

Basta una qualunque cosa che il proprietario di casa si ritrovi con delle multe molto salate da dover pagare, l’impossibilità di riavere indietro l’immobile come previsto dal contratto non denunciato e la perdita monetaria dovuta al fatto che la nuova locazione ha un costo minimo.

In considerazione di tutto questo, non conviene assolutamente rischiare. Anche perché, se l’inquilino “in nero” dovesse farsi male mentre si trova in casa, come la si giustifica la presenza di un’altra persona in casa propria?

Disoccupazione: a chi spetta e quanto dura

A chi spetta la disoccupazione? Quali sono le categorie di lavoratori che possono accedere a questo trattamento e quanto dura? Andiamo a rispondere, in questo approfondimento, a tutte queste domande.

La situazione attuale relativa alla disoccupazione risale al 2015, quando il Jobs Act del Governo Renzi ha introdotto tre nuove indennità di disoccupazione: NASpI, ASDI e Dis Coll.

NASpI, la classica indennità di disoccupazione

La NASpI è il classico sussidio di disoccupazione, quello che sostituisce l’assegno di disoccupazione che venne introdotto con la riforma Fornero. Entrata in vigore a partire dal 1° maggio 2015, prevede delle nuove modalità di calcolo dell’assegno stesso.

ASDI, per chi a fine NASpI non ha ancora un lavoro

L’ASDI spetta a quei lavoratori che, finita la NASpI, sono ancora senza lavoro. Tre i requisiti per potervi accedere: avere più di 55 anni, avere dei minori carico, avere un reddito ISEE inferiore a 5.000 € . L’ASDI dura 6 mesi.

Dis Coll, per i collaboratori coordinati e continuativi

Dis Coll è una misura di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi a progetto, a sostegno di tutti quei lavoratori che perdono il posto di lavoro in maniera involontaria, che non sono pensionati e non hanno partita IVA.

L’importo della Dis Coll è del 75% del proprio reddito, a patto che sia inferiore a 1.195 € . Se, invece, il reddito è sopra tale valore, allora l’indennità sale fino a 1.300 € .

La durata della Dis Coll è uguale al 50% del numero di mesi in cui si sono versati i contributi a partire dal primo gennaio dell’anno solare precedente a quello in cui si è cessato il lavoro.

Chi può avere la NASpI

L’indennità di disoccupazione NASpI spetta a tutti coloro che hanno perso il lavoro in maniera involontaria a partire dal 1° maggio 2015 e rispettano determinati requisiti:

  • sono in disoccupazione;
  • nei 4 anni precedenti al licenziamento hanno almeno 13 mesi di contributi;
  • hanno fatto almeno 30 giornate di lavoro nei 12 mesi prima del periodo di disoccupazione, indipendentemente dai contributi versati.

Questa nuova indennità di disoccupazione è accessibile a tutti i dipendenti a tempo indeterminato, determinato, apprendisti, soci di cooperative e personale artistico con rapporto di lavoro subordinato.

Non possono accedervi, invece, i co.co.co., per i quali è possibile avere accesso alla Dis Coll.

NASpI per chi lascia il lavoro per giusta causa o per rescissione consensuale

L’indennità di disoccupazione spetta anche a quei lavoratori che hanno lasciato il lavoro volontariamente, ma per giusta causa, e quelli che hanno rescisso, in maniera consensuale con il datore di lavoro, il contratto.

Durata della disoccupazione

Al momento attuale, la disoccupazione NASpI dura 24 mesi e spetta per un numero di settimane pari al 59% delle settimane di contributi versati nei 4 anni precedenti.

Per i precari, invece, la durata massima della disoccupazione è pari a 6 mesi.

Calcolare l’indennità di disoccupazione

L’importo che si riceve in qualità di indennità viene calcolato sulla base della retribuzione mensile: si sommano tutte le retribuzioni imponibili da un punto di vista previdenziale che sono state ricevute negli ultimi 4 anni, si divide il risultato per il numero di settimane in cui si sono versati i contributi ed il risultato va moltiplicato per 4,33.

Brexit, secondo Osborne il paese sarebbe “più povero per sempre”

Con il termine Brexit si indica la possibile uscita della Gran Bretagna dall’UE. Coniato sulla base del tanto famoso Grexit, un acronimo tra Greece e exit, che stava ad indicare la possibile uscita della Grecia dall’UE e dalla moneta unica, il Brexit spaventa molto, non solo il paese britannico e l’Europa, ma tutto il mondo in generale.

Come detto più volte in passato, il Brexit farebbe entrare il Regno Unito in un tunnel incognito, sconosciuto, un’avventura che non è mai stata pensata prima.

George Osborne, cancelliere dello Scacchiere, ha detto che il Brexit porterebbe il paese ad uno stato di “povertà permanente”. Non una crisi passeggera in attesa di riorganizzarsi, dunque, ma l’entrata in scenari economici di difficile immaginazione, se non per il loro stato negativo, e in grado potenzialmente di diminuire la qualità della vita di qualunque britannico.

A fare eco alle voci di Osborne arriva anche il Ministro del Tesoro Italiano Piercarlo Padoan, il quale ha affermato che l’uscita dall’UE rappresenterebbe un danno economico non da poco, non solo per il Regno Unito, ma anche per l’UE, la quale si troverebbe a dover affrontare una vera e propria disfatta economica. Ai due si è unito anche il Ministro dell’Economia Francese, Emmanuel Macron, il quale ha affermato che la Gran Bretagna uscirebbe distrutta dal Brexit perché la sua forza commerciale deriva solo dal fatto che fa parte dell’UE.

Siamo di fronte a scenari che è difficile prevedere, se non addirittura impossibile. Quel che è certo è che se gli inglesi dovessero votare per abbandonare l’UE al referendum del prossimo 23 giugno, il paese britannico si troverebbe di fronte a tre scelte:

  • entrare nello Spazio Economico Europeo, come la Norvegia;
  • negoziare un accordo bilaterale con l’UE, come Svizzera o Canada;
  • restare membro del WTO ma non negoziare alcun accordo con l’UE.

I costi che il paese si troverebbe ad affrontare sarebbero in ogni caso altissimi: le stime parlano di 20 miliardi di sterline nel primo caso, 36 miliardi nel secondo a 45 miliardi nel terzo.

Questo conferma i timori di Osborne: quale che sarà la scelta del Governo su come agire nel post-UE, alla fine si avrebbe una Gran Bretagna più povera, con meno business e meno investimenti.

La Grecia rimane ottimista sulle prospettive di un accordo

Con Alexis Tsipras che va a Bruxelles per cercare di riavviare i colloqui con i creditori, molti greci sono sorprendentemente ottimisti circa le possibilità di un nuovo accordo nonostante gli avvertimenti da Berlino e Bruxelles che la pazienza è esaurita e non ci saranno ulteriori concessioni.

A dispetto delle indicazioni chiare che i tedeschi, in particolare, ne hanno avuto abbastanza della politica del rischio calcolato di Tsipras, una gran parte della popolazione greca è fiduciosa che presto ci sarà un accordo e la Grecia non sarà abbandonata a sé stessa.

Si dice che il referendum di domenica, in cui quasi il 62 per cento degli elettori ha rifiutato nuove misure di austerità, ha rinforzato la situazione del primo ministro e ha rafforzato il suo mandato.

Siamo ora in una posizione più forte per combattere con l’Europa per un accordo, dicono i grecei a gran voce. Ovviamente il paese deve pagare i suoi debiti, ma il popolo cerca anche i suoi diritti umani. Non è possibile pagare domani. L’economia deve tornare a crescere e se non si fanno soldi, non si può pagare il debito.

C’è anche chi va contro il primo ministro ellenico, accusato di aver giocato in maniera completamente sbagliata (sin dallo scorso gennaio) contro la Troika, finendo per inimicarsi senza motivo i creditori e ponendo le basi per un confronto disastroso che potrebbe vedere il paese ritornare alla dracma (con tutto quello che ne consegue, ovviamente).

Il problema principale della situazione è che il governo di sinistra radicale Syriza fatica a trovare simpatia dal resto d’Europa.

Tspiras chiederà ora la rinegoziazione del debito, ma se i sostenitori della linea dura in Europa dovessero dirgli di prendere o lasciare (dunque o si fa come dicono loro o il paese potrebbe uscire dall’euro), alla fine i rischi di una Grexit possono notevolmente aumentare.

Fitch, l’agenzia di rating, ha detto che la vittoria del No al referendum di Domenica “aumenta notevolmente” il rischio del paese di lasciare la zona euro. Secondo l’agenzia, una soluzione si può ancora trovare ma il tempo sta per scadere.

Jeroen Dijsselbloem, alto funzionario della zona euro, ha detto che vuole che la Grecia rimanga nella zona euro, ma ha avvertito che “non ci sono soluzioni facili”.

La Germania, nel frattempo, ha ribadito che non contempla la ristrutturazione del debito fino a quando i Greci non presenteranno un pacchetto di riforme credibili e di tagli di bilancio.

La BCE pronta con il suo arsenale “anti-contagio”

Tre anni fa, i mercati obbligazionari della zona euro hanno quasi sventrato l’Unione Europea. Non questa volta. Anche se i rischi che la Grecia possa essere buttata fuori dalla zona euro sono aumentati, la reazione del mercato obbligazionario è rimasta docile.

Una spiegazione è che gli investitori che hanno avuto il tempo di prepararsi ad un possibile “Grexit” e credono che i rischi di “contagio” al resto della zona euro sarebbero gestibili.

Un altro motivo – probabilmente più forte – è la fede degli investitori nella Banca centrale europea e nei 60 miliardi di euro al mese di acquisti di asset che attualmente è in essere.

I mercati la fiducia e la fiducia nella BCE spiegano la blanda reazione dei mercati ai rischi di eventi greci. Proprio la banca centrale di Draghi ha guadagnato in maniera massiccia credibilità da quando ha cominciato il QE.

Già nel luglio 2012, quando la crisi della zona euro era al culmine, Mario Draghi ha promesso che avrebbe fatto qualunque cosa per preservare l’integrità dell’unione monetaria. Ora gli interessi si scontrano, però, anche perché le restrizioni imposte alle banche greche possono spingere il Paese verso un Grexit, creando instabilità in tutta la zona euro.

I mercati sono sicuri del fatto che la BCE potrà, nel caso, mettere mano a tutto il suo arsenale per combattere gli effetti negativi e limitare la ricaduta sui mercati finanziari. La percezione è che Draghi agirà, se necessario, per garantire che non ci siano grandi “tsnìunami” nel resto della zona euro e una cosa che si è imparata nel corso degli anni è di non dubitare mai della creatività della banca centrale.

Nonostante i drammi politici, i rendimenti dei titoli di Stato della “periferia” europea – Italia, Spagna e Portogallo – sono aumentati solo di poco. Nei primi scambi di oggi, i rendimenti italiani e spagnoli a dieci anni sono rimasti ad un livello inferiore rispetto ai picchi della scorsa settimana. Ciò implica che gli investitori non richiedono un premio di “rischio” supplementare per compensare i “rischi di contagio” dopo il voto di domenica.

Ciò che ha attirato gli occhi di alcuni degli investitori è stato di riferimento della BCE ai “rischi per la stabilità dei prezzi”. Draghi ha suggerito che può intervenire con il pretesto di riportare l’inflazione della zona euro ad un valore inferiore ma prossimo al 2 per cento, cosa a cui anche gli estremisti conservatori del suo Consiglio direttivo troverebbero difficile opporsi.

In Grecia vince il “no”, che futuro per il paese?

Gli elettori greci hanno respinto l’austerità e chiedono un miglior trattamento. Questo potrebbe portare al crollo del sistema bancario e ad un ritorno alla dracma.

Il “no” è stato votato dal 61% dei greci, mentre il “si” solo dal 39%. ll popolo greco ha rivelato in massa la rabbia e la frustrazione derivante da sei anni di depressione economica e di umiliazioni nazionali. Una rivolta vulcanica sembrava essere passata per le isole greche.

La Banca centrale europea si trova ora di fronte alla decisione immediata sulla possibilità di continuare a congelare la liquidità di ultima istanza (ELA) per le banche greche a 89 miliardi di euro, una posizione che significherebbe “soffocamento”. Euclid Tsakalotos, capo negoziatore del debito del paese, ha detto che “se lo faranno, la situazione sarebbe molto grave, un tentativo di far cadere il governo”.

La leadership dell’UE è in totale confusione, come è emerso chiaramente. Il popolo greco ha dimostrato che non può essere ricattato, terrorizzato e minacciato”, ha detto Panos Kammenos, ministro della difesa e capo del partito ANEL.

Il presidente francese Francois Hollande ha detto che questa sera terrà un discorso con la Merkel per elaborare una risposta comune a quello che si è trasformata nel più grande fiasco dopo la bocciatura della Costituzione europea da parte di Francia e Olanda nel 2005.

Martin Schulz, capo del Parlamento europeo, sta ancora insistendo che un “no” deve significare l’espulsione dall’euro, ma il suo punto di vista è insostenibile.

Jean-Claude Juncker, capo della Commissione Europea, è intrappolato dalla sua stessa retorica dopo aver avvertito la scorsa settimana che un “no” sarebbe stato un rifiuto alla stessa Europa, il che potrebbe portare a conseguenze disastrose.

“Se necessario, emetteremo della liquidità parallela, in stile californiano”, lo ha fatto sapere l’ex ministro delle finanze greco Varoufakis (dimessosi stamattina). La California, infatti, emise dei buoni temporanei per pagare le bollette agli appaltatori dopo crisi Lehman nel 2008.

Ci sono dei segnali che dicono che i creditori faranno fare un passo indietro ai greci, concedendo nuovi colloqui a Syriza, anche se è tutt’altro che chiaro dove porteranno. Alti funzionari tedeschi hanno detto che la Grecia non avrà un centesimo finché il premier Alexis Tsipras resterà al potere.

Vi è ora una chiara spaccatura tra la Germania e la Francia, forse abbastanza grave da causare danni a lungo termine alla coerenza dell’Unione monetaria. Questa è un’altra cosa a cui stare attenti. L’incoerenza politica viene forse al pettine?

Tsipras sta apprendendo a sue spese la lezione di non contrastare la Merkel

Alexis Tsipras è trasgredito la regola della sopravvivenza politica in Europa: non dispiacere Angela Merkel. La disapprovazione del cancelliere tedesco ha contribuito a porre fine alle carriere politiche dell’ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi e del leader greco George Papandreou.

Dopo aver mandato alle ortiche qualsiasi buona volontà che aveva con i legislatori tedeschi della Merkel e con il pubblico, l’attuale premier greco potrebbe essere il prossimo a “saltare”.

Il sostegno della Merkel, politicamente sicura in testa alla più grande economia europea, è essenziale per i governi debitor. Tsipras ha rovesciato i colloqui con i creditori la settimana scorsa chiedendo un referendum per l’austerità, una decisione che lo ha lasciato con poche opzioni se gli elettori dovessero accettare i tagli di bilancio come costo per gli aiuti.

Merkel dice che non ci saranno ulteriori negoziati del debito con la Grecia fino all’esito del referendum. I ministri delle finanze della zona euro le fanno eco (ovviamente).

La Merkel ha detto “è legittimo diritto dei greci fare un referendum quando vogliono, a qualunque domanda e a qualunque raccomandazione che il governo voglia dare. Ma, per essere chiari, gli altri 18 stati membri dell’euro hanno la stessa legittimità democratica di prendere debitamente la loro posizione in risposta alla decisione greca.”

Rifiutando di giocare a palla con la Germania è costato molto a Berlusconi. Papandreou ha imparato una dura lezione, lo stesso anno. Quando ha chiamato un referendum sul piano di salvataggio, la Merkel ha insistito che la questione si concentrasse sul rimanente nell’euro. L’agitazione seguente in Grecia, e all’interno del partito socialista, hanno costretto Papandreou a dimettersi.

Se Tsipras potrà continuare ad essere il primo ministro della Grecia in gran parte dipenderà dall’esito di domenica. Il suo partito di sinistra Syriza sta sollecitando gli elettori a respingere il programma di aumenti fiscali e di tagli alla spesa proposti dai ministri delle finanze della zona euro.

Il “no” potrebbe spingere il paese fuori dall’euro, un risultato che, secondo i sondaggi, la maggior parte dei greci vuole evitare. Tale risultato darebbe a Tsipras una leva più forte su cui avere un miglior salvataggio.

Una vittoria del “sì”, invece, costituirebbe un rimprovero pubblico per Tsipras, che probabilmente si dimetterà in caso di decisione del popolo di rimanere in zona euro (il ministro delle finanze ha già detto di dimettersi in caso di vittoria del “si”).

Comunque vada, il futuro politico di Tsipras sembra compromesso, o riuscirà a salvarsi?

In Grecia si attende il referendum, ecco le ultime novità

Tra le preoccupazioni crescenti del futuro della Grecia nella zona euro, il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha detto che si dimetterà se al referendum di domenica vincerà il “si”.

A chi gli ha chesto se anche il primo ministro greco Alexis Tsipras si dimetterà nel caso di una vittoria del “si”, Varoufakis ha risposto che il governo “può benissimo” dimettersi.

Secondo Tsipras, attuale primo ministro ellenico, un “no” domenica darebbe al governo greco una posizione più forte per negoziare con i suoi creditori in merito al programma di salvataggio. Il premier ha detto che se vinceranno i “no” già lunedì si troverà di fronte alla troika per chiedere delle condizioni migliori per il popolo greco”.

Il capo dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha detto che un “no” non porterebbe ad una posizione negoziale migliore e invece metterebbe la Grecia in una posizione ancora più difficile nei confronti dell’Europa. Effettivamente, non è assolutamente detto che anche se il popolo greco dovesse decidere di ribellarsi alle misure volute dall’UE, non sarà possibile comunque avere un default, qualora le due parti decidano di non accordarsi affatto.

Rivolgendosi al parlamento olandese, Dijsselbloem, che è anche ministro delle finanze dei Paesi Bassi, ha detto che il post referendum potrebbe alla fine nonn avere nessuna rilevanza per la situazione della Grecia in quanto il programma di salvataggio è scaduto il 30 giugno e il debito al FMI non è stato pagato.

Nel frattempo, la Spagna e la Francia hanno continuato ad esprimere sostegno per i negoziati post-referendari, che garantirebbero l’inclusione della Grecia nella zona euro se dovesse vincere il “sì” domenica. Luis de Guindos, ministro dell’Economia della Spagna, ha detto che anche se dovesse vincere il “no”, continueremo ad essere aperti al dialogo. Il ministro delle Finanze francese Michel Sapin ha espresso il supporto per il mantenimento della Grecia nella zona euro, nonostante i risultati del referendum. Egli ha detto “siamo impegnati ad evitare una catastrofe per la Grecia e delle difficoltà per l’Europa e per la Francia”.

La situazione non è certamente facile. Da oggi e fino a che i risultati del referendum non saranno resi noti non ci sarà più alcun negoziato, dato che sono stati espressamente vietati da Angela Merkel. Il popolo greco è artefice del suo destino ora e, comunque vada, è difficile che possa essere un successo. In tutto questo, quali sono le colpe di Alexis Tsipras? Quali quelle dell’Europa e della Troika?

Tsipras starebbe rivalutando l’ultima offerta di Juncker

Il capo della Commissione europea ha fatto un’offerta dell’ultimo minuto per cercare di convincere il primo ministro greco Alexis Tsipras ad accettare un accordo di salvataggio. In un primo momento sembrava che tale proposta fosse stata rimandata al mittente, ora sembra (secondo il quotidiano greco Kathimerini) che Tsipras la sta invece considerando.

Dopo mesi di dispute, la crescente possibilità che Atene potrebbe essere costretta ad uscire dalla moneta unica ha portato ad un grande caos che potrebbe mettere “a ferro e fuoco” la Grecia e mettere in pericolo la stabilità dell’euro.

Cosa succederebbe se la Grecia fosse costretta ad uscire dall’euro? “Ci sarebbe un messaggio negativo che l’adesione all’euro è reversibile”, ha detto il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, che ha dichiarato una settimana fa che non ha paura di un contagio dalla Grecia.

Le persone possono pensare che se un paese può lasciare l’euro, altri potrebbero farlo in futuro. Questo è il problema più grave in cui si potrebbe incappare.

Delle fonti UE e del governo greco hanno detto che Jean-Claude Juncker aveva offerto di convocare una riunione di emergenza dei ministri delle finanze della zona euro oggi per approvare un pagamento affinché Atene non diventi inadempiente, se Tsipras avesse accettato in maniera scritta i termini proposti.

L’ultima disperata offerta da Bruxelles è venuta con l’incertezza del referendum di domenica, con una serie di leader europei in allarme tra le possibilità di una scelta negativa per l’euro e favorevole alla dracma.

I sondaggi di opinione mostrano che i greci sono più a favore dell’euro che contro, ma una manifestazione di decine di migliaia di manifestanti anti-austerità ad Atene ieri ha evidenziato come molti sono in favore di Tsipras.

I negoziati che il primo ministro greco ha interrotto con la Commissione europea, con il Fondo monetario internazionale e con la Banca centrale europea erano forse l’ultima spiaggia di poter raggiungere un accordo. Al rifiuto è seguito un referendum (indetto senza informare la controparte) sui termini di salvataggio, domenica prossima, e ora spetta agli elettori prendere la decisione finale sulle questioni chiave.

Sotto l’offerta di Juncker, Tsipras dovrebbe inviare un’accettazione scritta dei termini entro la giornata di oggi all’esecutivo Ue e accettare di interrompere, a questo punto, il referendum.

I leader dell’Unione europea hanno martellato il messaggio che la vera scelta cui i greci sono di fronte è se rimanere nella zona euro o tornare alla dracma, anche se l’Unione europea non ha modo legale per costringere uno Stato membro a lasciare la moneta unica.

Grecia: euro o dracma?

Tsipras deve essere fermato: è il pensiero che emerge tra i leader europei

Poche ore prima che la scadenza del 30 giugno volta al e l’ancora di salvezza finanziaria del paese sia perduta, i leader europei sono allineati uno dopo l’altro nell’informare i greci che, inequivocabilmente, una prevalenza dei “no” nel referendum di domenica significherà un addio all’euro.

Non c’era alcun dubbio circa la gravità delle circostanze cui la Grecia e l’Europa s trovano di fronte.

Ci sono stati attacchi aspri su Alexis Tsipras, il giovane primo ministro greco che è andato più in là di quanto si ritenesse possibile nella sua politica del rischio calcolato.

Una misura della gravità delle circostanze è deducibile dal numero di meeting che i leader stanno facendo per parlare della situazione di Atene. A Berlino, Bruxelles, Parigi e Londra sono state convocate diverse riunioni di gabinetto dedicate esclusivamente alla Grecia.

Il presidente francese, Francois Hollande ha detto. “E’ diritto del popolo greco sapere quale sarà il loro futuro. Si tratta di decidere se i greci vogliono restare nella zona euro o correre il rischio di lasciare.”

In quello che è stato probabilmente il più grande discorso della sua carriera, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è apparso davanti una sala stampa gremita di Bruxelles come sottofondo una gigantografia delle bandiere greca e dell’Unione europea. Egli ha fatto un appello appassionato al popolo greco per votare sì all’euro e alle sue condizioni di salvataggio, sostenendo che lui e i creditori – piuttosto che il governo di Syriza – hanno a cuore i migliori interessi dei greci. Tsipras ha mentito al suo popolo, li ha ingannati e ha tradito i negoziatori europei distorcendo i termini di salvataggio.

Vorrei chiedere al popolo greco di votare sì … Il “no” significherebbe che la Grecia sta dicendo no all’Europa“.

La straordinarie performance di Juncker sembrava come se egli fosse già in lutto per la scomparsa di un Europa veramente Unita, cui ha dedicato la sua lunga carriera politica. Il suo discorso di 45 minuti è stato sia struggente che padronale.

Sigmar Gabriel, vice-cancelliere e capo del partito socialdemocratico del paese, ha detto che l’Europa deve affrontare la peggiore crisi da che il trattato istitutivo dell’Unione europea è stato firmato, a Roma nel 1957.

Gabriel è stato il primo politico ad esprimere pubblicamente ciò che molti pensano e dicono di Tsipras in privato: che il leader greco rappresenta una minaccia per l’ordine europeo, la sua radicalità è rivolta alle politiche tradizionali e vuole poter riscrivere le regole alla base della moneta unica. I messaggi non detti confermano che Tsipras è un uomo pericoloso e deve essere fermato.

Le banche di Grecia sono chiuse, ora si guarda al referendum

Le banche della Grecia rimarranno chiuse oggi nel tentativo di evitare che i clienti possano ritirare o risparmi e provocare il collasso del sistema finanziario già fragile del Paese.

Un assalto alle banche è stato come inevitabile dopo i drammatici eventi del fine settimana, quando Alexis Tsipras, il primo ministro greco, ha lasciato i negoziatori europei scioccati dichiarando vorrei mettere le ultime proposte di salvataggio dietro un referendum.

Fino alla dichiarazione di Tsipras nelle prime ore di Sabato mattina, era stato ampiamente previsto che il governo greco avrebbe accettato i termini dell’offerta europea. Ma Tsipras ha poi deciso di mettere la scelta del piano di salvataggio in mano al popolo.

L’attuale ancora di salvezza finanziaria della Grecia finisce domani, con il referendum invece programmato per domenica prossima. I funzionari della zona euro hanno snobbato la richiesta di Tsipras di un rimando della data di scadenza. Alcuni funzionari europei hanno chiesto un rinnovato impegno da entrambe le parti. Manuel Valls, primo ministro francese, ha detto “Dobbiamo fare tutto in modo che la Grecia rimanga nella zona euro. Ma fare tutto non significa solo rispettare la Grecia e la democrazia, anche rispettare le regole europee. La Grecia ha bisogno di tornare al tavolo dei negoziati.”

La Banca centrale europea ha mantenuto le banche della Grecia a galla con dei finanziamenti di emergenza (che sabato non sono stati aumentati).

Senza un aumento della liquidità di emergenza, che si trova attualmente a poco meno di 90 miliardi di euro, quattro grandi banche della Grecia potrebbero finire presto il denaro contante ed essere costrette a implementare controlli sui capitali. Questo significherebbe un aumento della crisi finanziaria, e la Grecia potrebbe fare un nuovo passo verso il lasciare l’euro.

La crisi bancaria del paese potrebbe assestare un colpo fatale alla stagione turistica di questa estate, con i visitatori che preferiscono rimanere lontani dal pese in mezzo dei timori di non poter essere in grado di accedere al denaro.

L’uomo che ha inventato il termine “Grexit“, l’ economista Ebrahim Rahbari di Citigroup, ha dichiarato: “Ci aspettiamo che il referendum possa portare come risultato un gran numero di “SI”, non ci aspettiamo nessun Grexit quest’anno e un minor rischio di Grexit negli anni successivi.”

Rahbari stesso e la sua squadra l’anno scorso avevano dato le probabilità di una uscita della Grecia dalla moneta unica al 90 per cento.

Due sondaggi pubblicati domenica, intanto, hanno indicato che la maggior parte dei greci vuole restare nella zona euro e fare un accordo con i creditori.

Grecia, tutto rimandato a domani. Per l’ultima volta.

Con il piano di salvataggio in Grecia che scade alla fine del mese, sta diventando chiaro che i negoziatori intendono arrivare fino all’ultimo momento prima di poter trovare eventualmente un accordo. La politica del rischio calcolato porta con sé i rischi di non raggiungere affatto un accordo, o di trovarne uno last-minute che potrebbe fare ben poco per risolvere i problemi economici di fondo della Grecia.

Sembra che entrambi i lati stiamo per raggiungere i bordi del precipizio. Ma qualsiasi accordo ci sarà, naturalmente sarà più politico che economicamente ottimale.

Giovedì, per la quarta volta in una settimana, una riunione dell’Eurogruppo dei ministri delle finanze della zona euro si è conclusa senza alcuna soluzione sul pacchetto del debito greco. Il Gruppo ha convenuto di trovarsi ancora una volta domani, sabato. Senza il piano di salvataggio da 7,2 miliardi di euro Atene potrebbe fallire e lasciare l’euro.

I possibili risultati della discussione di domani includono un compromesso disordinato che permetterà di estendere il piano di salvataggio in corso per qualche mese, ma senza più aiuti fino a che il paese non soddisfi determinate condizioni. Se così fosse, la Grecia potrebbe essere in grado di effettuare un pagamento di 1,6 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale già martedì.

I responsabili politici dell’Unione europea hanno cercato una qualche forma di accordo già ieri per evitare un peggioramento della crisi del debito greco. Prima di questo incontro al vertice, però, il primo ministro Alexis Tsipras ha detto che era sicuro che si sarebbe raggiunto un compromesso. Il cancelliere tedesco Angela Merkel, invece, ha detto che Atene sembra aver fatto marcia indietro su alcune questioni.

Il paese ellenico è diventato l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Ora fa fatica a pagare il debito, e i creditori sono irrequieti.

Per giorni, i progressi sono stati ostacolati dall’incapacità di Tsipras a raggiungere un compromesso sulle misure che vengono richieste dai creditori: Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, e Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea.

Tali misure dovrebbero prevedere ulteriori aumenti fiscali e dei nuovi tagli alla spesa pensionistica.

Il problema è che gran parte delle soluzioni elleniche sono legate ad un aumento delle tasse sulle aziende private, che però potrebbero limitarne la crescita. C’è in ogni caso poca fiducia nella capacità della Grecia di innovare per garantire un’adeguata riscossione delle imposte (il primo problema ellenico, l’evasione), per questo l’UE voleva puntare sulla riduzione delle pensioni.

Ora il tempo è poco e la soluzione sembra ancora distante.

Tsipras di fronte ai negoziatori, sarà finalmente accordo?

Questa mattina il primo ministro greco Alexis Tsipras è stato coinvolto in un incontro con i responsabili delle istituzioni che sovrintendono al salvataggio del suo paese, come parte di uno sforzo per concludere un accordo dell’ultimo minuto dopo i colloqui di ieri sera che sono ancora divergenti sui tagli alle pensioni e su altre condizioni fondamentali per ottenere gli aiuti.

I ministri delle finanze dell’Eurozona hanno chiamato un incontro chiave ieri sera, portando Tsipras a lavorare su tagli di bilancio e sulle revisioni delle politiche con le istituzioni. I ministri si incontreranno nel corso della giornata, in attesa di avere una proposta definitiva da poter valutare per consentire ad Atene di ottenere il denaro di cui ha disperato bisogno per evitare un default disordinato e una possibile uscita dalla zona euro.

Senza un nuovo trasferimento di denaro del piano di salvataggio entro il 30 giugno, Atene non sarà in grado di effettuare il pagamento al Fondo monetario internazionale.

Un documento visto dal The Wall Street Journal ieri ha mostrato ancora maggiori controversie tra la Grecia e i suoi creditori su come Atene possa muoversi per far ritorno ad avere una certa salute finanziaria e ridurre il carico del debito che oggi è quasi il 180% del prodotto interno lordo.

I creditori della Grecia richiedono la riduzione degli aumenti delle tasse di Atene per le imprese e raddoppiare i tagli alla difesa. I cambiamenti segnalati richiedono anche un aumento della raccolta delle imposte sulle vendite e un taglio delle prestazioni pensionistiche, piuttosto che fare affidamento soprattutto su un aumento dei contributi.

I negoziatori hanno poco tempo per colmare le differenze. Il Parlamento greco dovrebbe passare queste misure, probabilmente appena questo fine settimana, prima che qualsiasi nuova tranche di aiuti possa essere inviata ad Atene.

Tsipras ha nel frattempo attaccato le richieste dei creditori, sostenendo che fino a quando la Grecia introdurrà delle misure che raggiungono obiettivi di disavanzo non dovrebbe importare come ci si arriva.

Le aspettative sono sempre più forti sul fatto che gli aiuti possano essere sbloccati già questa settimana, dopo che il paese ha inviato nuove proposte a Bruxelles lunedì, proposte che si sono portate molto più vicine alle richieste dei creditori.

Manca davvero poco a trovare un accordo, secondo alcuni, secondo altri invece mancherebbe ancora tanto e dunque la situazione sarebbe disperata. Una cosa è certa: riuscire a trovare un accordo sarebbe fondamentale, per la Grecia, per l’euro, per l’UE.

E se la Gran Bretagna fosse entrata nell’euro?

Il referendum sull’adesione del Regno Unito all’UE è ancora lontano, ma gli attacchi retorici sono già cominciati, chiamando all’attenzione coloro che volevano la Gran Bretagna aderire all’euro, la maggior parte dei quali hanno ritrattato questa volontà o hanno tentato di dimenticarla.

Uno degli argomenti più “caldi” in tema è se la Gran Bretagna se la sarebbe cavata meglio nella crisi all’interno della moneta unica rispetto a quanto sta facendo fuori.

La terribile performance economica della zona euro ha pesato fortemente sulla Gran Bretagna, facendo precipitare le speranze di una ripresa guidata dagli investimenti e dalle esportazioni. Questo è successo perché i leader europei non sono riusciti a perseguire delle politiche migliori, in particolare a causa della loro incapacità di porre fine alla crisi del credito e allentare prima le condizioni monetarie.

La questione importante, quindi, è come il Regno Unito sarebbe cambiato all’interno dellUE. La risposta è: in un modo che avrebbe portato ad una crescita più veloce.

Prendiamo la politica monetaria. La Banca d’Inghilterra sarebbe un peso massimo all’interno l’euro, non solo a causa delle dimensioni della sua economia. Il peso che avrebbe la BoE sulle questioni monetarie e la sua sensibilità verso i mercati finanziari, affinata da secoli di esperienza nel centro della City di Londra e ora anche a Canary Wharf.

La BoE ha compreso la necessità di una politica straordinariamente aggressiva molto meglio rispetto alla BCE. Nell’ottobre 2008, la BCE ha alzato i tassi, mentre la BoE ha intrapreso un taglio di quattro punti percentuali in sei mesi. Li ha mantenuti allo 0,5 per cento dal marzo 2009, mese in cui ha lanciato un programma di acquisto di asset che valeva un quinto del reddito nazionale annuo.

Al contrario, la BCE ha aumentato i tassi due volte nel 2011, il che ha contribuito a portare la zona euro in recessione con forti ricadute anche sulla crescita del Regno Unito. E ci sono voluti sei anni per Francoforte per seguire l’esempio di altre banche in merito al QE.

Non possiamo sapere quanto successo ci sarebbe stato, ma è chiaro che la politica monetaria della zona euro si sarebbe volta in una direzione più favorevole alla crescita, con una maggiore sicurezza nei mercati finanziari.

Anche in ambito fiscale l’adesione all’euro da parte degli UK avrebbe inclinato la politica in una direzione di crescita. E l’influenza poteva essere sostanziale: ricordiamo il “veto” del primo ministro David Cameron sulla contrazione del fiscal compact.

Forse, oggi, ci saremmo trovati in un’altra situazione.

Il dollaro sale sugli ottimismi greci, forte anche la sterlina

Il dollaro ha guadagnato nei confronti dello yen e dell’euro durante la sessione asiatica di oggi, con il sentimento che migliora dopo i recenti segni di progresso nei colloqui di salvataggio della Grecia e dopo dei dati economici ottimistici.

L’effetto complessivo dell’ottimismo rinnovato ha portato l’euro a perdere terreno nei confronti del dollaro, scendendo a 1,1265 dollari da 1,1341. Inoltre, la valuta unica è scesa rispetto allo yen a 139.46 da 139.86.

Il WSJ Dollar Index, una misura del dollaro contro un paniere di altre valute, è salito dello 0,41% arrivando a 86,20.

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, era convinto che ieri ci sarebbero stati dei passi in avanti e che il programma di salvataggio del paese sarebbe stato finalizzato questa settimana, in seguito alla presentazione di una proposta da parte della Grecia, con cui il paese ha offerto nuove concessioni.

Il biglietto verde si estende durante la notte continuando lo slancio generato dalla notizia greca, insieme ai dati ottimistici degli Stati Uniti. Questi fattori combinati hanno scatenato il più grande rendimento “daily” del biglietto verde.

Il miglioramento del sentiment è stato dimostrato anche da un aumento del Nikkei Stock Average, salito dell’1,9% nella sessione pomeridiana.

Gli investitori ora spostano gli occhi sui dati economici, con gli ordini di beni durevoli di maggio che dovrebbero plasmare il loro parere sulla probabile tempistica di una decisione della Federal Reserve per quanto riguarda l’alzare i tassi a breve termine.

Eppure, mentre il dollaro dovrebbe salire più che scendere, le plusvalenze saranno probabilmente limitate nel breve periodo. Il valore di 125 contro lo yen è ora “lontano” ed è difficile continuare a comprare dove siamo. Tra le altre cose da tenere in considerazione vediamo anche il discorso di Kuroda, governatore della BOJ, che ha portato il dollaro a scivolare contro lo yen a 124.60 (ha detto che lo yen solo in maniera improbabile continuerà ad indebolirsi).

Il dollaro rimane rangebound contro lo yen ed è tenendo questo in mente che bisogna poter operare.

La situazione rimane favorevole per la sterlina, che ha guadagnato terreno sia contro l’euro che contro la divisa americana. Siamo tuttavia di fronte ad una situazione in cui la valuta britannica sta diventando troppo forte e potrebbe far male alle imprese inglesi che esportano i loro beni/servizi. Per questo motivo potrebbe essere necessario considerare un intervento da parte del governo o della Boe per svalutare il valore della valuta (senza però incappare in una “guerra”).

Passi avanti nei colloqui greci, forse siamo vicini ad una soluzione

I leader della zona euro in generale hanno accolto con favore le nuove proposte greche per le riforme, coltivando così le speranze che un accordo possa essere raggiunto a pochi giorni dalla necessità della Grecia di pagare 1,5 miliardi di euro al FMI.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto che l’ultima offerta della Grecia ha costituito “alcuni progressi”. C’è ancora da fare e “il tempo è breve”. Anche se nessun accordo è stato ancora realizzato, gli ostacoli principali sembrano essere stati cancellati.

Tra le novità della nuova proposta Tsipras, vediamo

  • nuove tasse sui ricchi
  • incrementi selettivi dell’IVA
  • risparmio dalle pensioni legate al contenimento del prepensionamento e all’aumento dei contributi
  • ulteriori riduzioni dei salari e delle pensioni pubbliche, le famose “linee rosse” per il governo di Syriza

Solo una volta raggiunto l’accordo con i creditori si concluderà lo sblocco di 7,2 miliardi di euro della nuova tranche di fondi di salvataggio.

La mossa è stata accolta con cauto ottimismo da parte dei leader delle 18 altre nazioni della zona euro, che si sono riuniti per un vertice di emergenza a Bruxelles. Donald Tusk e Jean-Claude Juncker hanno detto che ci sono speranze per un accordo.

Dopo i colloqui conclusi nella serata di ieri, la Merkel ha detto che tutti volevano che la Grecia rimanesse nella zona euro, “me compresa”.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras ha incontrato personalmente anche i numeri uno dei tre creditori internazionali della Grecia – il Fondo monetario internazionale, la Commissione europea e la Banca centrale europea (BCE) – a Bruxelles.

Con pochissimo tempo rimasto prima di un default di fatto – e, più spaventosamente, forse, di un sistema bancario greco sull’orlo del collasso completo perché i risparmiatori hanno perso tutta la fiducia che avevano verso lo stato – Tsipras ha messo a punto un piano che gli altri leader dell’Eurozona vedono, finalmente, come base per un accordo.

Anche il presidente francese Francois Hollande ha detto che i creditori si stanno “muovendo verso un accordo”. Egli ha aggiunto detto c’è “ancora qualcosa da fare” per una definitiva, e ora i ministri delle finanze della zona euro si incontrano di nuovo domani, sperando di trovare finalmente la soluzione definitiva.

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha detto “sono convinto che arriveremo all’accordo finale nel corso di questa settimana”. Per contro, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble è stato più negativo, dicendo che non ha visto nulla di nuovo da Atene.

Leggero pessimismo anche in Grecia, con il presidente del parlamento e deputato di Syriza Alexis Mitropoulos che ha detto che i legislatori avrebbero trovato difficile far passare l’ultimo pacchetto di riforme.