Pensione Part Time: che cosa è e chi può averla

Dal prossimo 20 maggio partirà la possibilità di andare in pensione part time, una novità che è stata prevista dalla legge di stabilità 2016 e che interesserà tutte le persone che potranno contare su una pensione di vecchiaia, per il raggiungimento dell’età pensionabile, entro il 2018.

In sostanza, viene data la facoltà di passare da un lavoro full time ad uno part time senza che questa decisione vada a intaccare l’assegno pensionistico.

Chi può fare domanda del part time agevolato

I requisiti fondamentali che il lavoratore deve avere per poter fare domanda di questo part time agevolato sono:

  • contratto di lavoro a tempo indeterminato;
  • essere un lavoratore dipendente del settore privato;
  • avere un orario di lavoro full time;
  • avere il requisito anagrafico fondamentale per poter prendere la pensione di vecchiaia entro il 2018, ovvero:
    • 66 anni e 7 mesi per gli uomini
    • 65 anni e 7 mesi per le donne, nel biennio 2016/2017, 66 anni e 7 mesi per le donne, nel 2018

Che novità ci saranno

Tutti coloro che decideranno di presentare domanda di part time agevolato potranno scegliere se continuare a lavorare a tempo pieno, oppure andare già per metà in pensione. In questo secondo caso si potrà scegliere di lavorare scegliere un parziale compreso tra il 40% e il 60% dell’orario lavorativo pieno.

Lo stipendio mensile verrà ovviamente ridotto di conseguenza, ma a tale importo si andrà ad aggiungere una contribuzione figurativa che verrà pagata dallo Stato per la prestazione lavorativa non effettuata, così che al raggiungimento dell’età della pensione non ci sarà alcuna penalizzazione in tal senso.

Chi pagherà i contributi

I contributi saranno versati al 100% dall’azienda per la parte del lavoro compiuta dal dipendente, mentre dell’altra parte se ne occuperà lo stato.

Dal momento in cui verrà raggiunta l’età della pensione, il lavoratore potrà andare in pensione percependo l’intero importo previsto, come se avesse lavorato a tempo pieno fino all’ultimo giorno utile.

Tutto sulle pensioni precoci dei lavoratori per il 2016

Uno dei dilemmi che il mondo lavorativo e contributivo italiano sta affrontando nel periodo più recente è quello relativo alle pensioni precoci. Si tratta, in sostanza, della possibilità di andare in pensione ed iniziare a godere del trattamento previdenziale al raggiungimento dei 41 anni di contributi e senza dover necessariamente attendere l’età anagrafica minima per poter andare in pensione.

Per tutti quei lavoratori che hanno iniziato ad operare in giovane età e che oggi, dopo anni e anni di fatica, vogliono prendersi un po’ di riposo, è una questione particolarmente delicata, a ragione.

Uno degli ultimi problemi riguarda il fatto che nel disegno di legge Damiano (ddl 857) non si parla in assoluto della pensione precoce, cosa che invece era stata pensata in primis dalla legge Fornero.

La famosa quota 41, chiamata così in virtù del fatto che si va in pensione al raggiungimento dei 41 anni di contributi, è ancora molto fumosa.

Già i primi lavoratori hanno cominciato a manifestare il loro malessere e a dichiarare di non capire affatto questa situazione. Effettivamente, l’idea che non si parli della Quota 41 è sconvolgente, anche in considerazione del fatto che questa legge può davvero agevolare sia le persone ad andare in pensione, sia i giovani ad entrare nel mondo del lavoro (se una persona va in pensione, si libera un posto che potrebbe essere occupato proprio da chi è più giovane).

Se la legge non dovesse passare, i lavoratori di oggi sarebbe costretti a lavorare ancora per qualche mese, fino al raggiungimento di 42 anni e 10 mesi di contributi, oppure di 41 anni e 10 mesi per le donne. L’età minima contributiva salirà poi a 43 anni dal 2019 e dovrebbe ancora aumentare fino ad arrivare in totale a 45 anni di contributi.

Ora, se ci sono delle tipologie di lavoratori per i quali lavorare fino in più tarda età potrebbe non essere un problema, per altre, che svolgono lavori manuali e pesanti, la situazione potrebbe essere difficile. Immaginiamo i muratori, persone che si spaccano davvero la schiena, e per i quali pensare di sostenere certi ritmi di fatica oltre una certa età inizia a diventare davvero pesante.

C’è anche chi ha detto che per il 2016 sia tutto fermo (cosa che la legge Damiano potrebbe effettivamente significare) e che tutto è rimandato al 2017.

Nel corso degli ultimi giorni sta prendendo piede anche la proposta nota come APE, che sta per anticipo pensionistico. In sostanza, l’INPS erogherebbe un anticipo della pensione a tutti coloro che sono nati tra il 1951 e il 1953 e che, ad oggi, non hanno ancora raggiunto i requisiti minimi per la pensione di vecchiaia.

Tale somma dovrà poi essere restituita, sempre all’INPS, pagando delle piccole rate ad una penalizzazione del 4% annuo. In sostanza, è come se fosse un prestito sulla pensione che bisognerà ridare all’ente pensionistico pagando un tasso di interesse del 4%.

Al momento non è chiaro se tale APE diventerà realtà o meno, se lo fosse dovrebbe essere inserita nella legge di stabilità 2017.

Nel frattempo non ci resta che fermarci ad osservare le decisioni che i politici stanno prendendo in merito al tema delle pensioni, che sta diventando sempre più caldo.

Pensioni 2016: il calcolo del coefficienti di trasformazione

Nel sistema delle pensioni, i coefficienti di trasformazione sono usati per trasformare la pensione annua in montante contributivo, il quale viene messo da parte, dal datore di lavoro, ai fini pensionistici. Tali coefficienti variano a seconda dell’età anagrafica in cui il lavoratore inizia a godere della pensione, in maniera proporzionale: aumentano con il crescere dell’età. In sostanza, l’importo del trattamento contributivo pensionistico sarà maggiore quanto più tardi si va in pensione.

Aggiornamento dei coefficienti di trasformazione

Dopo la legge Fornero del 2011, tali coefficienti sono aggiornati ogni tre anni per far fronte all’adeguamento della speranza di vita. In futuro è previsto che si ridurranno in maniera progressiva mano a mano che la qualità della vita e la seguente speranza aumenta.

Il 2016 è stato l’anno in cui abbiamo visto proprio un aggiornamento di tali coefficienti, pertanto che è andato (o andrà) in pensione quest’anno, dovrebbe avere un coefficiente inferiore rispetto a chi, invece, è andato in pensione nel 2013, nel 2014 o nel 2015.

Giusto per fare un esempio di coefficiente, se il lavoratore ha 57 anni al momento in cui va in pensione, il coefficiente è del 4,246%, mentre se ne ha 60 è del 4,589%, a 65 è di 5,326 ed infine a 70 ed oltre è del 6,378%.

Come funziona il coefficiente di trasformazione

In realtà è molto facile da capire e da calcolare. Immaginiamo un lavoratore che ha iniziato a lavorare nel corso del 1996 e che, al 2016, ha già versato 20 anni di contributi. Se ogni anno a versato 8.000 € a tale scopo, dopo 20 anni avrà un montante di circa 160.000 € . Per poter convertire tale importo in una pensione annua lorda, è sufficiente applicare la percentuale del coefficiente. Se, ad esempio, quest’anno, questo lavoratore ha 65 anni, bisogna fare:

160.000 € x 5,326% = 8.521,6 €

Questo significa che la pensione annua sarà di 8.521,6 € , ovvero poco più di 710 euro al mese.

Se fosse andato in pensione a 70 anni, invece, il calcolo sarebbe stato:

160.000 € x 6,378% = 8.521,6 € = 10.204,8 €

Il che significa una pensione mensile di circa 850 € al mese.

E’ da tenere presente che, nel calcolo della pensione annua lorda, il coefficiente deve essere aumentato di tanti dodicesimi per ogni mese in più di lavoro che formi una frazione di anno. Questo per riflettere i mesi in più in cui il dipendente ha lavorato e prestato la sua opera.

Ad esempio, se si va in pensione a 59 anni e 6 mesi, il coefficiente del 4,447% dovrà essere aumentato dei 6/12 calcolati sul coefficiente appena dopo, che in questo caso è quello di 60 anni, ovvero 4,589%. Dunque, ai fini del nostro calcolo, il nuovo coefficiente di contribuzione sarà 4,447 + (6/12 x 0,04589). Un aggiornamento giusto ed equo, che riflette in questo caso i mesi in più lavorati.

Chi è soggetto al coefficiente di trasformazione?

  • Lavoratori che hanno i contributi versati dal 1° gennaio 1996 (da qui il nostro esempio di prima), i quali hanno un assegno mensile con il sistema del calcolo contributivo;
  • coloro che, anche se aventi una contribuzione antecedente al 31 dicembre 1995, hanno un sistema contributivo di anzianità dopo il 1° gennaio 2012 o al 1° gennaio 1996;
  • i lavoratori che optano in maniera volontaria per il calcolo della pensione usando il metodo contributivo.

Pensione militare 2016: contributi e accesso per carabinieri e forze armate

Il 2016 è stato un anno di grande rivoluzione per quanto riguarda il comparto pensioni del nostro paese. Tra le varie, ci sono state alcune novità anche per i militari, dai carabinieri fino alle forze armate in genere.

Le novità riguardano un allungamento dell’anzianità lavorativa necessaria per poter godere della meritata pensione: da quest’anno saranno necessari quattro mesi in più di servizio rispetto allo scorso, mentre dal 2017 potrebbero essere necessari 66 anni e 7 mesi.

Ci sono, però, delle deroghe specifiche che riguardano singole pensioni e singole situazioni.

Pensione di anzianità

Per poter avere la pensione di anzianità, che viene calcolata in base ai contributi che sono stati versati nel corso della propria vita lavorativa, ci sono tre soglie:

  • 35 anni di contributi e 57 anni e 7 mesi di età;
  • 40 anni di contributi versati entro il 2011 e 53 anni e 7 mesi di età;
  • 40 anni e 7 mesi di contributi, senza guardare l’età anagrafica del soggetto

Per tutti questi soggetti, le pensioni sono soggette alle finestre mobili, un meccanismo secondo il quale c’è un periodo di slittamento variabile dal momento in cui si arriva ad avere dei requisiti pensionistici e quello in cui, effettivamente, si può andare in pensione.

Questo periodo intermedio, noto anche come “finestra”, è di 12 mesi, che arrivano a 15 se si vuole avere la pensione di anzianità con 40 anni e 7 mesi di contributi versati (il terzo caso riportato in precedenza).

Pensione di vecchiaia con più di 35 anni di servizio

Per chi ha fatto più di 35 anni di servizio e ha raggiunto l’età pensionabile, può andare in pensione con una finestra mobile di 12 mesi.

L’età anagrafica necessaria varia a seconda del lavoro svolto:

  • dirigente generale, 65 anni
  • dirigente superiore, 63 anni
  • qualifiche inferiori, 60 anni

Pensione di vecchiaia con meno di 35 anni di servizio

Per chi ha prestato meno di 35 anni di servizio, l’età pensionabile cambia rispetto a prima. Resta invece fisso il requisito fondamentale della finestra mobile di 12 mesi.

L’età anagrafica necessaria, in questo caso, cambia come segue:

  • dirigente generale, 65 anni e 7 mesi
  • dirigente superiore, 63 anni e 7 mesi
  • qualifiche inferiori, 60 anni e 7 mesi

Cosa attenderci per il 2017

Come detto in apertura, per il 2017 potremmo vedere, anche per tutti i lavoratori delle forze armate, un incremento ulteriore dell’età pensionabile, tanto che potrebbe arrivare a 66 anni e 7 mesi. Resta difficile immaginare di innalzare l’età pensionabile a questa soglia anche per chi si trova, oggi, parecchio distante, come chi svolge qualifiche inferiori, ma rimaniamo in attesa di ulteriori informazioni in merito da parte del Governo.

Per chi ha raggiunto l’età anagrafica nel 2015

E’ da segnalare per le pensioni di vecchia i limiti che sono indicati sono quelli previsti per gli ordini principali. I singoli ordinamenti potrebbero indicare dei requisiti diversi, che è opportuno verificare per tutti coloro che stanno pensando di lasciare il servizio ed andare in pensione.

Infine, diciamo che se un lavoratore dipendente raggiunge, nel 2015, il limite di età anagrafico necessario per andare in pensione, allora lo stesso viene incrementato di 3 mesi.

Contributi INPS lavoratori autonomi: calcolo della gestione separata

I titolari di partita IVA lavoratori autonomi che non hanno un ordine a cui far riferimento, e dunque mancano anche di una cassa previdenziale, devono iscriversi alla “Gestione Separata INPS per i Professionisti senza Cassa”. Tale obbligo comporta anche il pagamento dei contributi per la futura pensione.

Per poter calcolare la pensione per gli iscritti a tale gestione, bisogna considerare i seguenti punti:

  • calcolare i contributi che si pagano ogni anno fino ad avere il montante, ovvero la sommatoria di tutti i contributi pagati nel corso della propria vita lavorativa;
  • fare una rivalutazione del montante considerando i tassi di capitalizzazione che sono pubblicati ogni anno dall’ISTAT;
  • calcolare la pensione annua lorda con l’applicazione al montante del coefficiente di trasformazione che viene fissato, per legge, in base all’età del lavoratore.

Le aliquote che bisogna pagare, da parte del professionista possessore di partita IVA, in termini di INPS, vanno applicate al proprio reddito.

Le tabelle INPS indicano la percentuale annua che, per il 2016 e per il 2017, è fissata nel 33,72% dei redditi. Ad esempio, ipotizzando un reddito di 20.000 € all’anno, il contributo da versare sarà di 6.744 € ogni anno.

Se tale importo rimanesse fisso per tutti gli anni di vita lavorativa dell’imprenditore, dopo 35 anni, ad esempio, egli avrà versato 236.040 € in totale. Tale importo dovrà essere rivalutato secondo un coefficiente stabilito dall’ente pensionistico, dopodiché si potrà calcolare la pensione annua lorda media del lavoratore, la quale andrà divisa per 13 mensilità.

L’esempio sopra riportato si basa su un tasso di capitalizzazione medio dello 0,5%, che riflette l’andamento dell’economia del nostro paese dall’inizio della crisi (2008) fino ad oggi. Il coefficiente di trasformazione di cui sopra è, al momento, pari al 6,50%, che diventa 6,54% nel caso di un cittadino che abbia oltre 70 anni.

Dall’inizio della gestione separata da parte dell’INPS, 1996, e fino ad oggi, sono passati esattamente 20 anni. Di conseguenza, sono usciti i primi conteggi dell’osservatorio INPS in merito alle pensioni degli iscritti proprio alla gestione separata. Secondo i primi calcoli, si parla di 160 euro al mese, davvero poco per vivere ed in considerazione di tutte le somme che sono state versate, nel corso degli anni, in termini di contributi.

Cosa potremmo aspettarci in futuro?

Le cose sono alquanto “oscure”, in quanto è difficile capire se la situazione per gli iscritti alla gestione separata INPS potranno migliorare. Quel che è certo è che la situazione, al momento, è difficile.

Certo, bisognerà vedere come evolveranno le cose nel corso dei prossimi 15 anni, ovvero quando ne saranno passati almeno 35 dal momento in cui l’INPS ha dato il via alla gestione separata e potremo vedere i primi pensionati che avranno versato contributi solo a tale gestione separata.

Si spera, come è normale, che la pensione che i pensionati del futuro iscritti a questa gestione potranno godere di una pensione migliore rispetto alle previsioni attuali, che potrebbe significare almeno 1.000 euro al mese.

Ma sarà una cosa possibile? Ricordiamo quando l’ex Presidente dell’INPS, Antonio Mastrapasqua, disse, qualche anno fa, che era meglio non obbligare gli imprenditori ad iscriversi alla gestione separata per evitare dei movimenti popolari. Avrà avuto ragione?

Andare in Pensione: i Requisiti per il Pensionamento di Anzianità aggiornati al 2016

Il 2016 ha visto delle novità decisamente poco piacevoli per i lavoratori: a partire da quest’anno, infatti, saranno necessari 4 mesi in più prima di poter andare in pensione. Le regole generali, previste dalla Riforma Fornero, sono le seguenti:

  • lavoratrici dipendenti del settore privato, 65 anni e 7 mesi di età;
  • lavoratori dipendenti del settore privato, 66 anni e 7 mesi di età;
  • lavoratrici autonome, 66 anni e 1 mese di età;
  • lavoratori autonomi, 66 anni e 7 mesi di età.

Questi sono i requisiti di età che occorre avere quest’anno, in incremento a partire dal 2018 in poi, come segue:

  • lavoratrici dipendenti del settore privato, 66 anni e 7 mesi di età;
  • lavoratori dipendenti del settore privato, 66 anni e 7 mesi di età;
  • lavoratrici autonome, 66 anni e 7 mesi di età;
  • lavoratori autonomi, 66 anni e 7 mesi di età.

Praticamente, tra due anni ci sarà un adeguamento dell’età pensionabile tra uomini e donne, che potranno smettere di lavorare esattamente alla stessa età. Dal 2019 in poi l’età pensionabile potrebbe slittare ancora nel tempo per far fronte all’adeguamento delle speranze di vita, che saranno calcolate in futuro.

Quando si può andare in pensione in via anticipata

Cambiano anche le norme relative all’età necessaria per poter andare in pensione in via anticipata. A differenza della pensione di anzianità, per la quale conta l’età, in questo caso viene considerato il requisito dei contributi versati, come segue:

  • dal 2016 al 2018, gli uomini potranno andare in pensione con 42 anni e 10 mesi di contributi, le donne con 41 anni e 10 mesi;
  • dal 2019 al 2020, sia per gli uomini che per le donne, alle stesse tempistiche occorrerà aggiungere il nuovo adeguamento sulla base dell’aspettativa di vita (che dovrebbe sempre aumentare).

Andare in pensione con il sistema delle quote

Per chi può, invece, andare in pensione con il sistema delle quote, dal 1° gennaio 2016 è necessario avere 35 anni di contributi e un’età di 61 anni e 7 mesi per i dipendenti (raggiungimento di quota 97,6) , e un’età di 62 anni e 7 mesi per gli autonomi (raggiungimento di quota 98,6).

Da tenere presente anche che cambia la modalità di calcolo della quota, come segue:

  • per i dipendenti si fa la verifica dell’età anagrafica e dell’anzianità contributiva al 31 ottobre 2016. Prendendo l’esempio di un dipendente nato il 20 marzo 1955, in questo caso la quota derivante dall’età sarebbe di 61,616 anni, mentre quella dei contributi sarebbe di 36,096 anni (ovvero 1877 settimane), la somma tra questi due valori è di 97,712, un valore maggiore rispetto al minimo di 97,6;
  • per gli autonomi si fa la verifica al 1° dicembre 2016. Ipotizzando una persona nata sempre il 20 marzo 1955, la quota dell’età anagrafica è di 61,701, mentre quella legata all’anzianità contributiva è pari a 35,900 (ipotizzando che abbia lavorato 35 anni, 10 mesi e 24 giorni). La sommatoria dei due valori è di 97,601, un dato anche in questo caso superiore a 97,6.

In entrambi i casi è possibile andare in pensione. Come abbiamo visto, si tratta di un calcolo non troppo complesso da fare, che ci si può far dare presso la propria sede INPS locale, in maniera veloce.

Da tenere presente che questi calcoli sono diversi per il personale delle Forze Armate, della Polizia e dei Vigili del Fuoco, come da apposita circolare INPS.

INPS: la guida completa per la rateizzazione dei contributi inps

Il Mancato Versamento Dei Contributi Inps

In questo ormai lungo periodo di crisi è facile per molte famiglie trovarsi in difficoltà e non avere liquidità sufficiente per far fronte a tutte le spese che si presentano. Lo stesso discorso è riferibile alle imprese che sull’intero territorio nazionale hanno sofferto come non mai questo forte rallentamento dell’economia. Il calo delle vendite ha infatti causato grosse difficoltà nel reperimento della liquidità disponibile, arrivando addirittura a mettere molte aziende di fronte al bivio della chiusura.
Questa scarsa liquidità ha indotto molte imprese ad accumulare debiti, di cui quello riguardante il mancato pagamento dei contributi ai lavoratori rappresenta una voce piuttosto ricorrente.
Ad onore del vero e per completezza va detto che il problema non riguarda in realtà solo le imprese ma anche tutti quei lavoratori autonomi soggetti alla contribuzione volontaria, comunemente definito popolo delle partite iva.
Tuttavia, affrontando il problema dei mancati versamenti INPS, ci si concentra sempre verso le imprese in quanto un omesso versamento comporta problemi anche per il dipendente, a volte ignaro di quanto sta accadendo.

Le Sanzioni All’azienda Per Il Mancato Versamento Dei Contributi

Quando un’azienda omette di pagare i contributi ai propri dipendenti, il datore di lavoro incorre in sanzioni di tipo civile e di tipo penale.
La normativa al riguardo è stata disciplinata attraverso la legge n. 388/2000: essa distingue le casistiche in omissione contributiva (che si verifica quando il datore di lavoro ha ritardato il versamento o ha versato i contributi in quantità inferiore a quella richiesta) che prevede una sanzione pari al tasso di riferimento dell’eurozona maggiorato di 5,5 punti percentuali; diverso è il caso dell’evasione contributiva (che si verifica nel caso in cui siano presenti registrazioni omesse, o denunce obbligatorie false quando addirittura mancanti) per la quale è prevista dalla normativa una sanzione pari al 30% dell’importo del mancato versamento contributivo.
In caso di evasione contributiva il datore di lavoro può sanare volontariamente la propria posizione debitoria attraverso una denuncia spontanea da far pervenire all’Ente previdenziale prima che quest’ultimo proceda con un accertamento, in tal caso al datore di lavoro si applicano le medesime sanzioni previste per l’omissione contributiva.

La Dilazione Dei Debiti Contributivi

Per i debiti contributivi non ancora scaduti, sia se essi siano stati accertati dall’inps, sia se siano stati denunciati volontariamente dal contribuente, è possibile ottenere una rateizzazione dall’istituto di previdenza, che nell’ultimo periodo è apparso molto propenso a favorire contribuenti ed imprese a regolarizzare le proprie posizioni debitorie.
Oggetto della dilazione di pagamento possono essere i debiti contributivi, le sanzioni previste per il mancato pagamento entro i termini dovuti e gli interessi accessori per la dilazione. Questi ultimi sono pari a 6 punti percentuali da aggiungere al tasso di riferimento dell’eurozona.
Ovviamente non è possibile chiedere all’inps la rateazione di debiti non ancora scaduti, così come è condizione di ammissibilità della richiesta la presentazione nella domanda di tutti i debiti contratti dal soggetto debitore nei confronti del ente di previdenza.
Per chi intende effettuare una richiesta di dilazione del debito è pertanto necessario effettuare una ricognizione precisa della propria situazione contributiva, al fine di valutare che non vi siano ulteriori debiti per i quali non è ancora stato inviato il relativo avviso di pagamento.
E’ possibile effettuare tale verifica attraverso la stampa di un estratto conto contributivo, documento riepilogativo della situazione del contribuente, documento che dovrà essere allegato all’istanza da presentare per la richiesta di dilazione.
Qualora la rateizzazione fosse accordata è importante attenersi scrupolosamente al piano di rateizzazione: il mancato versamento della prima rata porta all’annullamento del piano e preclude la possibilità di richiedere un’altra per gli stessi debiti contributivi.

La Domanda Di Dilazione Del Debito Contributivo In Cartella Esattoriale

Il datore di lavoro o il lavoratore autonomo che desidera vedersi accordare una dilazione del debito dei contributi non versati entro i tempi previsti deve munirsi di una richiesta su apposito modulo predisposto dall’inps e reperibile presso qualsiasi sede territoriale dell’ente di previdenza, per chi vuole tale modulo può essere scaricato direttamente dal sito internet dell’ente (www.inps.it) nella sezione dedicata e denominata Moduli aziende e contributi.
La domanda va predisposta in maniera diversa se sul debito è presente una cartella esattoriale o se il debito è ancora in fase amministrativa.
Nel caso in cui sia presente una cartella esattoriale infatti, il contribuente che vuole regolarizzare la propria posizione deve innanzitutto accertarsi sul numero delle cartelle esattoriali eventualmente intestate a lui e richiedere la dilazione del pagamento per la loro totalità.
Assieme all’istanza di rateizzazione il contribuente è tenuto ad effettuare un versamento di importo almeno pari alla dodicesima parte del totale del debito contributivo regresso, al netto dell’importo delle sanzioni e degli oneri accessori presenti nella cartella. Questo pagamento può essere eseguito presso l’esattoria o presso sportelli postali o bancari attraverso il modello F35. La quietanza di tale versamento dovrà essere allegata all’istanza di rateizzazione.
Il contribuente dovrà inoltre presentare:

 

  • un attestato di avvenuto pagamento delle quote a carico dei dipendenti (ovviamente solo se si tratta di un’azienda)
  • una copia del proprio documento d’identità (non occorre se la domanda viene effettuata alla presenza di un funzionario dell’inps che ne certifichi le generalità)

In attesa dell’approvazione del piano di rateizzazione il contribuente è tenuto a continuare a versare gli acconti mensili dovuti.

La Domanda Di Dilazione Del Debito Contributivo In Fase Amministrativa

Per il contribuente che desidera ottenere una rateizzazione ed il suo debito si trovi ancora in fase amministrativa, in fase legale o già iscritto a ruolo, ma ancora non è stata fatta la notifica al contribuente, la procedura è piuttosto simile alla precedente.
Per avere assoluta certezza del debito maturato è opportuno che il contribuente effettui una ricognizione della propria situazione contributiva, o della posizione della sua azienda nel caso si tratti di un datore di lavoro, per verificare l’esatto importo del debito maturato con l’inps. Tale ricognizione può essere effettuata presso qualsiasi sede territoriale dell’Ente.
Come nel caso della rateizzazione delle cartelle, la domanda dovrà essere reperita presso una sede dell’Inps, oppure scaricata dal suo sito internet.
Anche per i contribuenti con debito in fase amministrativa è necessario effettuare un versamento di importo pari almeno alla dodicesima parte del totale del debito contributivo regresso, allegare il proprio documento d’identità (in assenza del funzionario dell’inps) ed allegare, nel caso in cui si tratti di un’azienda, l’attestato di avvenuto pagamento delle quote a carico dei dipendenti.
In attesa dell’approvazione dell’istanza il contribuente dovrà continuare a versare gli acconti dei contributi mensili fino all’invio del piano di rateizzazione.

Durata Del Piano Di Rateizzazione

Il contribuente che desidera richiedere una rateizzazione del proprio debito contributivo potrà richiedere un numero massimo di 24 rate mensili.
Tuttavia la normativa prevede un numero di rate superiori in casi particolari: nella fattispecie è possibile ottenere una dilazione in 36 rate, previa autorizzazione del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale se sussistono una serie di requisiti come: la presenza di calamità naturali per le quali sono stati emessi decreti di sospensione dei termini; la presenza di procedure concorsuali dichiarate; la carenza di liquidità finanziaria le cui cause sono attribuibili ad un ritardo nell’arrivo di pagamenti da parte di amministrazioni statali o enti territoriali; la carenza di liquidità derivante da un ritardo nell’erogazione di contributi e finanziamenti pubblici; la presenza di uno stato di crisi aziendale la cui responsabilità non è attribuibile all’azienda; la presenza di un percorso di riorganizzazione, ristrutturazione e riconversione aziendale. Un ultimo caso è la presenza di debiti contributivi non superiori a 10 mila euro, derivanti da una dimostrabile precaria situazione reddituale del debitore.
Inoltre esistono altri due casi in cui è possibile ottenere una rateizzazione fino a 60 rate, sempre previa autorizzazione ministeriale: il primo caso riguarda oggettive incertezze normative o sopraggiunti diversi orientamenti giurisprudenziali attinenti all’obbligo contributivo del soggetto. L’altro caso è la presenza di un evento doloso regolarmente denunciato presso l’autorità competente.

INPS, fondo casalinghe: tutto sulla pensione della casalinga

Il tema della pensione per le casalinghe è stato fonte di discussione per molti anni. Il motivo della stessa è molto serio e risiede in particolare nella funzione sociale svolta dalle persone che decidono di non cercare lavoro all’esterno e di badare alle faccende domestiche, equiparandole ad una vera e propria occupazione a tempo pieno. Una funzione ancora più preziosa in quanto in tal modo la casalinga va a fare fronte alle mancanze di un sistema di welfare che nel nostro Paese continua ad avere macroscopici buchi.
Il lavoro domestico in effetti, pur importantissimo per le ricadute benefiche a favore dei propri familiari, per molti anni è stato praticamente ignorato a livello istituzionale. Una dimenticanza vissuta spesso come una vera e propria ingiustizia dalle donne che lo praticano, spesso a proprio rischio e pericolo. Basti al proposito dare uno sguardo alle statistiche relative agli incidenti che avvengono all’interno delle abitazioni proprio nello svolgimento dei lavori di casa, per capire l’assunto. Incidenti che hanno peraltro spinto al varo di una speciale polizza casalinghe, cui possono accedere tutti coloro che hanno tra i 18 e i 65 anni. Naturalmente anche la politica alla fine ha dovuto prendere atto dei benefici sociali derivanti dal lavoro casalingo e trarne le necessarie conseguenze sul piano normativo.

Cos’è la pensione della casalinga e quando è stata istituita

L’ipotesi della pensione per le casalinghe è diventata una concreta realtà a partire dal primo giorno di gennaio del 1997, quando una legge dello Stato ha dato vita al fondo di previdenza rivolto a tutte le persone le quali sono chiamate a svolgere lavori non retribuiti, che possano derivare da responsabilità familiari. La legge in questione è la numero 565 del 1996, elaborata prendendo come base quanto era stato in precedenza disposto dalla legge 335 del 1995. Il risultato di questo intenso lavoro legislativo è stato infine riversato nell’istituzione del Fondo casalinghe dell’Inps, grazie al quale è possibile ricevere la pensione anticipata a 57 anni, ove l’assegno vada a superare un determinato importo, oppure al compimento dei 65 anni. Siamo in presenza di un trattamento pensionistico naturalmente commisurato ai contributi versati, trattandosi in effetti non di una prestazione assistenziale, bensì previdenziale. In pratica proprio dalle somme versate dipende la consistenza del trattamento pensionistico, ovvero dell’assegno mensile che l’Istituto di Previdenza provvederà ad inviare a coloro che abbiano maturato il diritto.

I requisiti per l’iscrizione al fondo casalinghe

Chi può iscriversi al fondo casalinghe? Intanto va specificato che si tratta di una possibilità di cui possono usufruire anche gli uomini, quindi non riservata esclusivamente alle donne, contrariamente a quanto da molti pensato. In entrambi i casi, comunque, risulta obbligatorio il possesso dei seguenti requisiti:
1) un’età minima di sedici anni o di quindici ove sia stato assolto l’obbligo scolastico;
2) un’età massima di 65 anni;
3) lo svolgimento di un’attività all’interno della famiglia che non venga ad essere gravata da vincoli di subordinazione;
4) la non sussistenza di titolarità relativa ad una pensione diretta (mentre è ammessa la reversibilità);
5) la non esistenza di rapporti di lavoro dipendente o autonomo per i quali venga a sussistere l’obbligatorietà di iscrizione ad un ente o ad una cassa previdenziale, escludendo dal novero coloro che svolgono un’attività a tempo parziale, in cui i periodi utili alla pensione vengano perciò ad essere ridotti.

Come ci si può iscrivere al fondo casalinghe

L’iscrizione al fondo casalinghe dell’INPS può avvenire in vari modi:
– online, provvedendo ad inoltrare la domanda mediante i servizi messi a disposizione dei cittadini, per i quali è necessario richiedere preventivamente il PIN all’istituto, oppure disporre di una Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
– per telefono, chiamando il numero 06164164 da dispositivo mobile, oppure l’803164 da rete fissa, in questo caso gratuitamente;
– rivolgendosi ai patronati e a tutti gli altri intermediari i quali siano provvisti di relativa abilitazione, grazie ai servizi telematici da loro messi a disposizione.
Una volta che sia stata avanzata la domanda l’Istituto di Previdenza provvederà a dare vita ad una indagine conoscitiva al fine di verificare la mancanza di cause ostative, al termine della quale, la domanda tesa ad iscriversi al fondo verrà accolta automaticamente. Una volta superata questa fase, l’iscritto potrà iniziare regolarmente a versare i propri contributi, ma solo previo ricevimento della comunicazione di accoglimento della richiesta, cui farà seguito l’invio dei primi bollettini di conto corrente postale necessari per pagare.

Quanto occorre pagare di contributi?

L’importo dei contributi non prevede una quota minima o massima, ma perché sia accreditato almeno un mese di contributi, e quindi il pagamento di una mensilità, è necessario versare almeno 25,82 euro, ovvero su base annuale 309,84 euro. I versamenti possono essere compiuti in qualsiasi periodo dell’anno, utilizzando i bollettini di conto corrente inviati a domicilio dall’INPS. Per maturare il diritto alla pensione occorre comunque arrivare ad un minimo di cinque annualità. Ove esse non vengano raggiunte, si perdono tutti i versamenti effettuati.

A quanto ammontano gli importi della pensione per le casalinghe?

Per quanto concerne gli importi va ricordato con forza che questo trattamento pensionistico viene calcolato tramite metodo contributivo. Ciò vuol dire che l’entità del trattamento pensionistico dipende solo ed esclusivamente da quanto sia stato versato nel corso della propria vita lavorativa, senza la possibilità di integrarlo al minimo. Di conseguenza se una casalinga avrà versato nel corso della sua vita lavorativa il minimo, avrà come contropartita un trattamento abbastanza limitato, se non addirittura irrisorio. Se si prende come base il minimo contributivo, ovvero 309,84 euro all’anno per 40 anni, cui applicare un coefficiente di rivalutazione medio, si arriverebbe ad un montante contributivo attestato a quota 14mila euro, il quale andrebbe a generare un assegno mensile variabile tra poco meno di 50 e 70 euro circa. Si tratta in effetti di trattamenti talmente bassi o spesso trascurabili da aver spinto l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale a corrispondere quanto dovuto in una sola soluzione annuale.

Conviene l’iscrizione al fondo casalinghe?

Da quanto detto in relazione agli importi che possono essere maturati, si può agevolmente comprendere come anche in considerazione del fatto che non si prevede almeno nell’immediato futuro un innalzamento dei tassi, per ottenere una pensione che possa essere quantomeno definita dignitosa l’unica strada sia rappresentata da versamenti di una certa entità. Una considerazione tale da dover quindi spingere a considerare attentamente la propria situazione e cercare di capire se non sia invece il caso di dirottare le cifre in questione su altre ipotesi, che potrebbero rivelarsi infine più remunerative. Se mettere i soldi sotto il materasso non rappresenta in effetti una alternativa praticabile, allo stesso tempo potrebbero essere prese in considerazione altre strade in grado di garantire rendimenti tali da giustificare l’investimento di cifre, che vengono comunque ad essere sottratte ai già magri bilanci familiari.
Se dal punto di vista dei rendimenti, l’ipotesi della pensione per casalinghe non sembra presentarsi molto appetibile, va però considerato l’aspetto puramente fiscale dell’operazione. Sotto tale punto di vista, in effetti si presenta un vantaggio da considerare con attenzione, ovvero la totale deducibilità dei versamenti, con il pratico abbattimento della base imponibile su cui vengono strutturate le imposte da pagare. Una deducibilità che riguarda anche i familiari fiscalmente a carico del dichiarante. Allo stesso tempo, la pensione per le casalinghe non può essere corrisposta sotto forma di reversibilità agli eventuali superstiti familiari.
Va anche ricordato che il fondo prevede la possibilità di avere una pensione d’invalidità che può essere riconosciuta a prescindere dall’età. Essa viene a maturare nel caso che sia stata riconosciuta una perdita della propria capacità lavorativa pari ad almeno un terzo.

La valenza simbolica del provvedimento

Se la pensione per le casalinghe ha innescato un dibattito durato anni, portando anche alla formazione di un partito politico impegnato a portare avanti la tematica anche a livello istituzionale, va peraltro precisato che il tema ha una valenza simbolica, più che pratica. In effetti i trattamenti economici resi possibili dalla legge che l’ha introdotta a partire dal 1997 non sembrano tali da poter garantire autonomia finanziaria ai titolari di questo diritto. Nondimeno l’istituzione del trattamento pensionistico anche alle casalinghe ha provveduto a sanare quella che era vissuta come una sorta di ingiustizia di lungo corso. Con il riconoscimento della pensione, in effetti le casalinghe si sono viste riconoscere uno status sociale assolutamente meritato.

INPS, estratto conto contributivo: come verificare i contributi versati?

Estratto conto contributivo: di cosa si tratta e a cosa serve

L’estratto conto contributivo, è l’insieme dei contributi versati da un soggetto lavorativo o dal suo datore di lavoro, durante tutta la durata della sua carriera. Sembrerebbe un’analisi facile da poter calcolare ma, durante la vita lavorativa di una qualsiasi persona, tanti sono gli eventi, i dati e le situazioni che ci si ritrova ad affrontare, anche in materia fiscale. Il calcolo, infatti, non è una cosa semplice e vanno rispettati alcuni parametri fondamentali per avere il quadro completo della propria situazione in modo affidabile e veritiero. Soprattutto quando ci si ritrova con contratti oscillanti, con situazioni di lavoro particolari, il calcolo ovviamente ne subisce gli effetti.

Che cos’è l’estratto conto contributivo?

Quando si parla di estratto conto contributivo, s’intende in realtà uno specchio illustrativo dei contributi versati, dei versamenti effettuati dal soggetto stesso, o dal suo datore di lavoro, durante il periodo regolamentato da un contratto. L’estratto conto contributivo, quindi, è un documento fondamentale per poter monitorare la propria situazione fiscale e quella concernente la posizione previdenziale, ossia i dati riguardanti la propria pensione e il suo raggiungimento. Consultare lo storico dei propri versamenti, per restare così sempre aggiornati sulla propria situazione fiscale, è quindi importante per potersi tutelare e per poter gestire al meglio la propria posizione previdenziale.

I modi per poter consultare l’estratto conto contributivo sono molteplici. Gli utenti possono scegliere tra diversi metodi: si parte dai metodi più tecnologici e rapidi che vedono accesso al sito e consultazione online, a quelli più tradizionali via telefono o semplicemente recandosi negli uffici dell’ente. Vediamo allora, più nel dettaglio, le varie modalità di consultazione disponibili per poter conoscere e verificare i contributi versati.

Come consultare e verificare i contributi versati e la propria situazione

Grazie ai nuovi metodi e ai nuovi sistemi informatici, la consultazione dei propri contributi versati è un’azione che si può facilmente svolgere da qualsiasi dispositivo mobile a nostra disposizione. In questo modo, la consultazione è facilmente monitorabile, è consultabile in modo costante (essendo i database costantemente aggiornati con cadenza settimanale), e velocizza eventuali richieste burocratiche come la richiesta di un documento di certificazione oppure una segnalazione per eventuali inesattezze nel proprio storico fiscale. Tutto quello che vi servirà, sarà il vostro codice identificativo PIN per poter avere le credenziali d’accesso al sito. Infatti, una volta effettuato l’accesso al sito www.inps.it, e scegliendo la sezione dei servizi online, si avrà l’opportunità di accedere ai servizi per il cittadino semplicemente inserendo tale codice. Immettendo le proprie credenziali, si avrà accesso allo storico dei versamenti, visualizzabile nella sezione denominata Fascicolo Previdenziale del Cittadino. Si tratta, infatti, di un vero e proprio fascicolo personale, un database con tutti i contributi versati. I contributi, saranno elencati in base al piano pensionistico ed assicurativo prescelto.

Se non volete affidarvi troppo alla tecnologia e intendete consultare il vostro storico dei contributi versati, evitando tutti i passaggi sopraindicati, sarà possibile contattare telefonicamente l’ente INPS. Vi sono due contatti telefonici a disposizione del cittadino. E’ possibile chiamare al numero 803164, se si chiama da rete fissa, oppure chiamando al numero 06164164, qualora chiamaste da rete mobile. Questo servizio destinato alle reti mobili però è a pagamento ed il costo della chiamata vi verrà addebitato a seconda della tariffa previste dal vostro piano tariffario. Se volete ricorrere al metodo più tradizionale possibile, recatevi ad un ufficio INPS. Per questa ultima opzione è possibile trovare l’ufficio di patronato più vicino alla vostra pozione sempre consultando sul sito e cliccando sulla sezione “Le sedi INPS”.

Come si presenta l’estratto

La documentazione si presenterà in due sezioni: una con tutti i vostri estremi anagrafici e la sezione riguardante i versamenti. Questo tipo di dati saranno forniti sotto forma di elenco presentato in una tabella, completa delle informazioni necessarie per monitorare e verificare in modo semplice, ordinato e rapido la propria situazione.

I dati riscontrabili nell’elenco saranno: i tempi di riferimento, il proprio reddito, il tipo di contribuzione relativa alla classificazione del proprio impiego, gli estremi dell’azienda o del proprio datore di lavoro, nonché eventuali note aggiuntive.

Segnalazioni e risoluzioni problemi

Qualora si riscontrassero inesattezze o anomalie in merito ai propri dati, sarà possibile inviare immediatamente una segnalazione nella sezione segnalazioni contributive.
Queste molteplici modalità di consultazione, vi daranno quindi l’opportunità di gestire in modo rapido la vostra situazione e il vostro estratto conto contributivo. Avere un quadro della situazione chiaro e sempre consultabile, vi fornirà la possibilità di seguire in modo costante tutti i movimenti di natura fiscale e previdenziale. Sarà possibile, infatti monitorare il vostro storico, gestirlo al meglio e, provvedere alla risoluzione di eventuali dati errati o di inesattezze. In questo modo riuscirete a risolvere anche piccoli problemi, in anticipo coi tempi, evitando di ritrovarvi in spiacevoli situazioni, magari ancora più grandi, in seguito.

INPS, calcolo per il riscatto di laurea: come ottenere i contributi?

Operazione riscatto

Il primo passo verso il proprio futuro previdenziale può essere compiuto prima ancora di entrare nel mondo del lavoro, quando si passa ancora da un libro ad un altro e da un esame ad una prova scritta, ossia durante gli anni della laurea.
Considerando che la durata di un corso di laurea, tra laurea triennale e specialistica, senza contare eventuali altri corsi o master, si aggira intorno ai 5 anni, è da prendere in seria considerazione la possibilità del cosiddetto riscatto. Con il riscatto è possibile, dietro il pagamento di una certa somma, trasformare gli anni del corso di laurea in anni di contribuzione.
Possono essere riscattati anche i diplomi universitari, quelli di specializzazione ed i dottorati di ricerca, è possibile inoltre riscattare anche una laurea conseguita all’estero, purché abbia valore legale in Italia, infine, ma solo in particolari condizioni, rientrano nella lista anche i diplomi rilasciati dagli istituti di alta formazione artistica e musicale.
Gli anni riscattati andranno ad aggiungersi a quelli derivanti dall’attività lavorativa, che si andrà a svolgere negli anni successivi, e parteciperanno quindi alla determinazione della propria pensione.

Esclusioni

Oggi, rispetto al passato, è molto più semplice richiedere il riscatto della laurea. Può farlo anche chi non ha ancora trovato un’occupazione, pagando un importo che è fisso per ogni anno, rateizzabile fino ad un massimo di 10 anni e che può essere inoltre detratto dalle tasse.
Naturalmente gli anni della laurea non devono essere già coperti da contributi e non possono essere riscattati gli anni fuori corso. E’ ammesso il riscatto solo nel caso in cui l’interessato abbia conseguito il titolo di studio.
Il riscatto può comprendere tutto il periodo degli anni di studio oppure solo singoli periodi, è inoltre facoltà del richiedente, dal 12 luglio 1997, riscattare 2 o più corsi di laurea, anche se conseguiti prima di questa data.

Cosa si può riscattare

Si possono riscattare i diplomi universitari, con corsi non inferiori ai 2 anni, né superiori ai 3, i diplomi di laurea, con durata non inferiore a 4 e superiore a 6 anni, i diplomi di specializzazione che si ottengono dopo la laurea, i dottorati di ricerca ed infine i titoli accademici.
Discorso a parte meritano i diplomi che vengono rilasciati dagli istituti di alta formazione musicale e artistica. Possono infatti essere ammessi per la richiesta di riscatto soltanto i nuovi corsi con decorrenza a partire dall’anno accademico 2005/06 e solo quelli che danno luogo al conseguimento di questi titoli di studi:
diploma accademico di primo livello
diploma accademico di secondo livello
diploma di specializzazione
diploma accademico di formazione alla ricerca.

Domanda di riscatto

Come già detto, le principali condizioni per poter chiedere il riscatto degli anni della laurea sono:

 

  • l’aver conseguito il titolo di studio,
  • che gli anni in questione non siano già coperti da contribuzione figurativa o obbligatoria
  • essere titolari di almeno un contributo obbligatorio nello stesso ordinamento pensionistico presso il quale viene richiesto il riscatto.

 

Se in possesso di questi requisiti, è possibile presentare la propria domanda di riscatto.
La domanda deve essere presentata online collegandosi al sito www.inps.it, accedendo alla sezione servizi online (scheda blu in alto a destra) e selezionando: Per tipologia di utente, poi Cittadino, infine Riscatto di laurea.
E’ necessario essere in possesso del PIN.

Come si richiede il PIN

Il PIN è un codice strettamente personale, che viene utilizzato per accedere a tutti i servizi online dell’Inps. E’ indispensabile quindi munirsene per poter operare per via telematica.
Il PIN è un codice di 16 caratteri che, per ragioni di sicurezza, una volta fatta la richiesta, viene inviato al cittadino diviso in 2 comunicazioni differenti.
I primi 8 caratteri del PIN vengono inviati, a scelta dell’interessato, attraverso SMS, via email oppure per posta elettronica certificata. La parte restante del PIN, i secondi 8 numeri, vengono spediti con posta ordinaria direttamente all’indirizzo di residenza del richiedente.
Al primo utilizzo del PIN di 16 caratteri, questo viene sostituito con un altro codice di soli 8 caratteri, che resterà valido per tutti i successivi accessi e future necessità.
Si può richiedere per via telematica o tramite il contact center al numero 803164, gratuito da rete fissa, o allo 06164164 per chi chiama da cellulare.
In entrambi i casi bisogna comunicare il codice fiscale, i dati anagrafici, i dati di residenza, presso la quale si riceverà la seconda parte del PIN, e i propri recapiti, con obbligatoriamente un recapito telefonico ed almeno un contatto tra numero di cellulare, email o indirizzo di posta elettronica certificata, contatto che sarà il destinatario della prima parte del PIN.
In caso di smarrimento di quest’ultimo è sempre possibile ripristinarlo, attraverso la sezione Ripristina PIN ed inserendo il proprio codice fiscale insieme ai 2 recapiti forniti nella fase di registrazione o aggiornati successivamente, ai quali saranno inviati separatamente i 2 codici da 8 caratteri ciascuno.

Calcolo dell’importo del riscatto

L’importo da pagare, per ogni anno di cui si chiede il riscatto, è calcolato secondo le norme che regolano la liquidazione della pensione attraverso il sistema retributivo o contributivo a seconda della collocazione temporale dei periodi di studi interessati dal riscatto stesso e che fanno riferimento alla data del 31 dicembre 1995.
Per gli anni di studi che fanno riferimento a periodi antecedenti a questa data, l’importo della somma è determinato dai criteri che sono contenuti nell’articolo 13 della legge 1338 del 1962 e dipendono anche da fattori quali l’età, il sesso, il periodo da riscattare e le ultime retribuzioni percepite.
Essendo un valore dipendente da molteplici variabili, risulta poco utile fare degli esempi. E’ importante invece sapere che, se alla data del 31 dicembre 1995 si è già in possesso di un’anzianità contributiva almeno pari o superiore ai 18 anni, allora questo sistema di calcolo si applica anche a periodi, che si vogliono riscattare, successivi a questa data.
Successivamente a questa data, rientrando il calcolo della pensione nel sistema contributivo, l’importo da pagare è quello che si ottiene applicando, alla retribuzione lorda dell’ultimo anno di lavoro, l’aliquota contributiva in vigore alla data della presentazione della domanda di riscatto e moltiplicando infine questo dato per tanti anni, quanti sono quelli oggetto di riscatto.

Il caso dei soggetti inoccupati

Il riscatto degli anni della laurea possono essere richiesti anche da quei soggetti, che non sono mai stati iscritti ad alcuna forma di previdenza obbligatoria.
In questo caso l’importo che dovranno pagare è rappresentato dal versamento di un contributo, per ogni anno che vogliono riscattare, pari al livello minimo annuo dei commercianti ed artigiani moltiplicato per l’aliquota delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria per l’anno di richiesta.
Nell’anno 2012, ad esempio, il reddito minimo annuo degli artigiani e commercianti è stato di 14.930 euro. Applicando a questa somma l’aliquota del 33%, un inoccupato che nel 2012 abbia presentato domanda per il riscatto degli anni di laurea, si troverebbe a dover pagare, per ogni anno di corso, una cifra pari a 4.926,90 euro.
Per periodi antecedenti al primo gennaio 1996, il calcolo sarà ottenuto con metodo contributivo.

Pagamento rateale

Un’importante novità ed agevolazione è stata introdotta il primo gennaio 2008.
Questa prevede che gli importi dovuti per il riscatto degli anni della laurea, possano essere versati in unica soluzione oppure fino ad un massimo di 120 rate mensili, senza che a queste sia applicata alcuna forma di interesse.
Il mancato pagamento della totalità dell’importo o della prima rata, comporta la decadenza della richiesta, che verrà archiviata dall’Inps. Tale decadenza non preclude comunque la possibilità di presentare una seconda domanda di riscatto, che verrà ricalcolata in base alla nuova data di presentazione.
Per le rate successive alle prima è ammesso per 5 volte il pagamento oltre la scadenza, purché questo non superi i 30 giorni di ritardo.

Modalità di pagamento

Il pagamento dell’importo calcolato, avviene tramite bollettino Mav inviato dall’Inps o scaricabile dal sito nella sezione Portale dei Pagamenti.
E’ inoltre possibile effettuare il pagamento attraverso questi canali alternativi: le tabaccherie che aderiscono al circuito Reti Amiche, presso gli sportelli o il sito internet di Unicredit, direttamente sul sito internet o al contact center dell’Inps.
Per coloro che hanno aderito al pagamento rateale è possibile richiederne l’addebito diretto sul proprio conto corrente o postale tramite l’apposito modulo RID.

INPS, calcolo della pensione col sistema contributivo

Pensione: miraggio o realtà?

Dall’avvento della riforma Fornero sulle pensioni, molti ragazzi sulla trentina hanno iniziato a tremare pensando al loro futuro. Calcolando la scarsità di contributi che le professioni moderne (quasi tutte precarie) prevedono, unita all’entrata tardiva nel mondo del lavoro, secondo alcune simulazioni molti corrono il rischio di vedere uno straccio di assegno pensionistico solo dopo i 70 anni. È davvero così? Quali sono i calcoli giusti da fare? I prossimi paragrafi potranno fornire un quadro più chiaro sul futuro delle pensioni di tutti i cittadini italiani.

Le variazioni della riforma Fornero

L’introduzione del sistema contributivo vero e proprio risale al 1995, e stabilì per la prima volta che la pensione per ogni cittadino fosse calcolata in base ai contributi versati durante la propria vita lavorativa e che potesse essere riscattata solo al raggiungimento di un’età minima (fissata mediamente intorno ai 57 anni). Il metodo precedente, quello retributivo, si basava invece sulla media degli ultimi stipendi percepiti dall’utente. La riforma Fornero è stata accolta con odio perché ha spostato di quasi un decennio la riscossione del primo assegno pensionistico (dal 2018 tutti andranno in pensione a 66 anni), ed ha lasciato intatto il sistema di calcolo della somma sulla base dei contributi versati, che rispetto a quello retributivo offre pensioni più “leggere”.

Il sistema contributivo come salvadanaio del lavoratore

I contributi che ogni anno un lavoratore versa all’Inps si basano sul vecchio concetto del salvadanaio, dove in base al reddito imponibile si calcola una percentuale di denaro (33% per i dipendenti, 20% per i lavoratori autonomi) che l’utente deve destinare all’accumulo pensionistico. Una volta raggiunta l’età pensionabile, i contributi versati negli anni danno forma ad una cifra che è convertita in una rendita mensile, che a sua volta deriva da un calcolo che tiene conto dell’età della persona e delle sue aspettative di vita. Per la cronaca, l’assegno pensionistico ogni anno andrebbe sottoposto a quello che viene chiamato tasso di capitalizzazione, che si ottiene in base alla variazione media del PIL nei cinque anni precedenti, e il cui calcolo è all’appannaggio dell’ISTAT. Il tasso di capitalizzazione dovrebbe essere calcolato entro il 31 dicembre, per poi essere applicato sin dalle pensioni del gennaio successivo, ma gli anni di crisi che il sistema economico mondiale sta vivendo ne hanno sempre annullato o limitato gli effetti.

Chi si salva dal sistema contributivo?

La risposta a questa domanda è facile: nessuno. Dal 31 dicembre 2011, infatti, tutti i contributi versati all’INPS sono calcolati in base al sistema contributivo. Hanno limitato i danni solo coloro che erano a pochi passi dalla pensione: per i lavoratori che fino al dicembre 2011 avevano accumulato almeno 18 anni di lavoro, i contributi versati in precedenza saranno conteggiati con il sistema retributivo, mentre quelli successivi con il contributivo; quelli che invece al 2011 non avevano ancora raggiunto i 18 anni di lavoro si vedono convertire anche i contributi versati in precedenza al nuovo metodo pensionistico, perdendo, di fatto, una bella somma sull’assegno mensile finale. In buona sostanza, più si è vicini alla pensione, meno si subiranno i danni del sistema contributivo.

Un esempio pratico

Si consideri il signor Giuseppe Brambilla, lavoratore dipendente, che nel corso di un anno ipotetico N andrà in pensione. Per calcolare la sua pensione il signor Brambilla dovrà calcolare dalla sua retribuzione annua (RA) il 33% di contributi, e moltiplicando i due valori verrà fuori il montante (M). La formula è la seguente

M= RA x 33%

Il montante è la base dalla quale viene tirata fuori la cifra dell’assegno pensionistico, che di anno in anno è rivalutato fino al valore finale che il signor Brambilla percepirà nell’anno N. La rivalutazione che il montante subisce ogni anno è data dal coefficiente di trasformazione (CT), che si basa sull’età dell’utente: più la persona è vecchia, più proficuo sarà il coefficiente di trasformazione. La pensione annua (PA) del signor Brambilla è data quindi dal montante nell’anno N moltiplicato per il coefficiente di trasformazione:

PA= M anno N x CT

Sia il sito dell’INPS che molti portali in rete offrono a tantissimi lavoratori la possibilità di calcolare la propria pensione, ma se per coloro a cui mancano pochi anni i conti tornano, per i più giovani che sono agli inizi i numeri che vengono fuori sono poco attendibili.

La pensione integrativa per i più giovani

Il problema del sistema contributivo è che “partorisce” pensioni ben più leggere rispetto a quello retributivo. Non avendo l’integrazione al minimo, inoltre, anche chi ha accumulato numerosi anni di contributi rischia di avere un assegno pensionistico molto povero. Per avere quindi una pensione all’altezza dei propri padri o dei propri nonni, il consiglio per i più giovani è di ricorrere a delle pensioni integrative, al fine di non incappare domani in una cifra mensile che sia troppo bassa per assicurarsi un tenore di vita dignitoso.

Pensioni, la politica continua l’opera di scarica-barile

Secondo Maurizio Petriccioli, segretario della Cisl, il Fondo Pensione è “sbagliato e pericoloso”

Il futuro del Fondo Pensione in Italia è stato sotto il fuoco nemico per almeno un decennio. Il ministro Giulio Tremonti ha suggerito al COVIP l’annullamento dei senza mercato finanziari di Silvio Berlusconi. Un dato che è regolato dalla Commissione Nazionale.

L’attuale governo di Matteo Renzi è alla ricerca di un risparmio di circa € 5 miliardi entro il prossimo semestre

Nel caso in cui Berlusconi decidesse di lasciare i regolatori operare separatamente nei “migliori interessi dei risparmiatori e degli investitori”, più tardi, la somministrazione di Mario Monti, e il suo cosiddetto esecutivo che ha anche tentato la demolizione dell’Autorità nel 2013, avrebbe non poco da ridire. L’attuale governo di Matteo Renzi è alla ricerca di un risparmio di circa € 5 miliardi entro il prossimo semestre. Questo dato ablativo dovrà avvolgere il governo assumendo potenti e radicati sindacati del paese e trovare modi per ridurre i costi del servizio civile.

I sindacalisti stanno trovando un’ondata di sostegno da parte della popolazione

Come Berlusconi e il governo Monti, risulterà importante tagliare la bolletta del servizio civile, troppo onerosa del paese, sarebbe una soluzione rapida. Un’idea popolare con il FMI e la CE , ma in senso lato, potrebbe essere un pathos pericoloso per un governo di fronte. Potremmo assistere a una forte reazione da parte dei sindacalisti del paese. Autentici maestri dei poteri pubblici. I sindacalisti stanno trovando un’ondata di sostegno da parte della popolazione. L’italiano medio ha visto il tenore di vita precipitare negli ultimi anni. Le notizie sul tasso di disoccupazione di oggi è sempre nei pressi del più preoccupante 12,5 % e al 40 % per gli under 25. Sondaggi iniziali del governo parlano di 85.000 posti di lavoro all’interno del servizio civile. Ma questo è un ruolo che suscita davvero poca credibilità nei giovani italiani. Stando a quanto afferma, in particolar modo, il ministro del Lavoro Giuliano Ugo Poletti, ci si è ripetutamente messi in guardia nel corso dell’edizione 2014. L’arruolamento nel Servizio Civile risulterà essere molto utile perché, questo, sarà ancora un altro anno di “sofferenza per i disoccupati”.

Ma la sofferenza per i disoccupati da chi è creata?

Ancora si parla di preoccupazione per la disoccupazione. Un dato che può risultare anche ironico se si pensa a CHI dovrebbe risolvere il problema. Non ci rimane che attendere e capire l’evolversi dei “curiosi” problemi politici.

Molte aziende stanno richiamando in servizio i pensionati, pro e contro

In questo modo, dopo Bosch e il gruppo Otto, anche Daimler ha deciso di puntare sull’esperienza

A quanto pare le ditte hanno deciso di rottamare un po’ troppo in fretta, anche a causa della crisi. In questo modo, dopo Bosch e il gruppo Otto, anche Daimler ha deciso di puntare sull’esperienza e sulle conoscenze specifiche di chi ha raggiunto la pensione nel corso di questi anni, richiamando già 100 persone in servizio. Ovviamente anche in Italia non poteva non succedere, con Bottega Veneta che ha deciso, in fretta e furia, di riprendere alcune delle sue “mani d’oro”.

Per quanto concerne, invece, i 100 re-impiegati, che prendono una paga esclusivamente giornaliera, hanno già raccolto 7.000 giornate lavorative

Appare strano dare un’occhiata alla bacheca della Daimler dove il capo del personale, Wilfried Porth, concede ai pensionati che lo desiderano, di iscriversi per rinfrescare la memoria dell’azienda e fare lezione alle nuove leve, si sono già iscritte circa 390 persone. Per quanto concerne, invece, i 100 re-impiegati, che prendono una paga esclusivamente giornaliera, hanno già raccolto 7.000 giornate lavorative.

Il progetto prende il nome di «Space Cowboys» e fa riferimento al famoso film di Clint Eastwood con Tommy Lee Jones e Donald Sutherland

Il progetto prende il nome di «Space Cowboys» e fa riferimento al famoso film di Clint Eastwood con Tommy Lee Jones e Donald Sutherland. Film in cui possiamo vedere un gruppo di ex piloti militari che viene spedito nello spazio per poter recuperare un vecchio satellite sovietico. Il progetto è partito da più di un anno e Porth sostiene che «l’idea è un pieno successo. I dipendenti approfittano dell’esperienza e del know-how degli Space cowboys, che accostano la loro esperienza a tutti i progetti e li tramandano ai colleghi più giovani».

Offrire l’opportunità ai pensionati di tramandare la propria esperienza alle giovani leve lavorative, senza ombra di dubbio, è una scelta molto più che ottima

L’idea è molto buona, anche se, ovviamente, necessiterebbe di alcune precisazioni. Offrire l’opportunità ai pensionati di tramandare la propria esperienza alle giovani leve lavorative, senza ombra di dubbio, è una scelta molto più che ottima. I giovani imparano prima a dare all’azienda ciò che vuole. I pensionati possono godersi la pensione rendendosi anche utili, ancora, a livello professionale. Ovviamente non si può parlare di tenere gli anziani a discapito dei giovani. Nel lavoro occorre il giusto ricambio generazionale e, se ciò non avviene, l’economia non va avanti.

Pensioni e lavoratori, arrivano schiaffi o agevolazioni?

Il pensionamento anticipato potrebbe creare il rischio di divisioni con i lavoratori del settore privato

La Camusso non fa mai sentire la mancanza della sua voce. Il leader della più grande confederazione sindacale in Italia, in questa settimana, ha detto che il governo prevede di offrire il pensionamento anticipato con il rischio di creare divisioni con i lavoratori del settore privato. E, questo, deve essere assolutamente combattuto. Susanna Camusso , segretario della Cgil, ha detto in una riunione nazionale a favore dei lavoratori del settore trasporti, che i dipendenti del settore pubblico e privato dovrebbero essere trattati allo stesso modo, altrimenti si “esercita una rottura drammatica nel nuovo mondo del lavoro” . ” Chiediamo una soluzione universale , che riguardi tutti, non solo i lavoratori del settore pubblico e, questo, sarà come valutare l’insieme delle politiche che vengono proposte dal governo”, ha detto.

Il progetto nasce col fine di incoraggiare i lavoratori anziani al prepensionamento, aprendo, così, nuove posizioni per i giovani

All’inizio della settimana , il ministro della funzione pubblica Marianna Madia ha affermato che il governo sta sviluppando “un grande progetto” di cambiamento generazionale all’interno del servizio civile, e che spera di incoraggiare i lavoratori anziani al prepensionamento, aprendo, così, nuove posizioni per i giovani, e tutte le persone senza lavoro. La Camusso ha detto che un piano migliore comporterebbe “alleanze” tra i lavoratori sindacalizzati, in tutti i settori e gruppi di età.

Nel corso della riunione di lavoro, la Camusso ha anche chiesto maggiore protezione per i piani pensionistici

All’interno, una testimonianza del comitato della Camera sul lavoro, ha detto che il governo punta a un processo “non traumatico” al fine di ridurre il numero dei dipendenti, incoraggiando il rinnovamento attraverso le “competenze fresche” di una nuova generazione di lavoratori. Il mancato rinnovo del servizio pubblico potrebbe significare “solo agonia”, ha aggiunto. Nel corso della riunione di lavoro, la Camusso ha anche chiesto maggiore protezione per i piani pensionistici , e ha affermato che i datori di lavoro devono assicurarsi che gli stessi siano offerti a lavoratori giovani e a basso reddito, al fine di proteggere il loro futuro e la sicurezza del reddito.

Non ci rimane che attendere e vedere sul campo quanto potrà cambiare nel mondo del lavoro. La situazione attuale crea molti paradossi. Non si capisce, infatti, se le future innovazioni potranno essere in grado di concedere dei reali guadagni a lavoratori e pensionati.

Lavoro e disoccupazione, Mario Draghi traccia la linea del problema

Mario Draghi: «Il miglioramento nel tempo è stato molto più che impressionante»

«Il miglioramento nel tempo è stato molto più che impressionante». Queste sono le parole rilasciate da Mario Draghi. Parole rilasciate nonostante il durissimo colpo sulle borse strettamente collegato all’Argentina. Il presidente della BCE mette in fila tutti i risultati ottenuti all’interno dei mercati dal “whatever it takes” svolto nell’estate 2012. Un discorso pronunciato a difesa dell’euro. Anche nel momento in cui Spagna e Italia erano intente a far tremare le borse. Ovviamente, però, l’argomento principale, ancora una volta, non poteva non essere la piaga della disoccupazione giovanile.

La ripresa è ancora molto incerta, la disoccupazione giovanile, neanche a dirlo, è a livelli molto più che inaccettabili

Ma il presidente della Banca centrale europea, trovandosi davanti alla platea internazionale del Forum economico mondiale che sta svolgendosi a Davos proprio in questi giorni, non nasconde i rischi presenti, ancora e ancora, all’interno dell’economia dell’euro. La ripresa è ancora molto incerta, la disoccupazione giovanile, neanche a dirlo, è a livelli molto più che inaccettabili. E una deflazione che «se dovesse verificarsi», porterebbe la Bce a replicare con ogni mezzo a sua disposizione. A intervistarlo a Davos, proprio di fronte a una vasta platea di finanzieri ed esperti di economia, è Philipp Hildebrand, finanziere che, in passato, è già stato capo della banca centrale svizzera. L’evento in auge ha avuto il suo inizio con un richiamo a Larry Summers. L’ex ministro del Tesoro Usa che, attraverso una indiscutibile forzatura, aveva citato Churchill per descrivere Draghi e il suo lavoro; avendo, quest’ultimo, ottenuto risultati enormi e inimmaginabili «con pochissime parole».

Mancanza di lavoro, la colpa è davvero tutta della recessione?

Ma di chi è la colpa del danno all’occupazione che, ormai, siamo abituati a vedere ogni singolo giorno? Il presidente della Banca Centrale Europea non ha dubbi, dobbiamo volgere lo sguardo alla recessione. Noi, in tal senso, ci sentiamo di dissentire. Ovviamente anche la recessione ha la sua grande percentuale di colpe, ma è anche vero che il colpo principale è stato assestato dalla mancanza di idee e alla scarsissima attenzione al mondo del lavoro, soprattutto per quanto riguarda i giovani. In Italia, questo, lo sappiamo molto bene. Il forum di Davos farà bene a trattare con forza questi argomenti. Ben consapevole che il problema principale è da ricercare nella mancanza di lavoro e nella mancanza di valorizzazione dei giovani.

Riforma delle pensioni, arriva un nuovo progetto per anticipare i tempi del decreto Fornero

Il progetto in questione dovrà sottolineare alcuni passaggi fondamentali, a cominciare dalla robustezza finanziaria

Il governo sta muovendosi con vigore affinché la possibile (o quanto meno probabile) uscita anticipata rispetto all’età di pensionamento con il contributo di Stato, per tutte le aziende e per i lavoratori, possa essere molto più semplice e molto più ravvicinata. Questo, senza ombra di dubbio, rappresenta il piano messo in auge dal ministro del lavoro, Enrico Giovannini. Il progetto in questione dovrà sottolineare, però, alcuni passaggi fondamentali. In primis il dovere di avere la giusta “robustezza finanziaria”. In seguito, poi, dovrà essere in grado rappresentare uno “strumento del tutto flessibile in funzione delle numerose necessità personali degli impiegati”.

La riforma Fornero, e un’idea che, per numeri e necessità, si dimostra sempre più impresentabile al giorno d’oggi

Andando maggiormente nel dettaglio, agendo ai margini di una conferenza stampa dai risovlti importantissimi tenutasi all’Inail, Giovannini ha dichiarato, infatti, che al ministero si sta lavorando su importanti aspetti tecnici di un progetto che possa essere pioniere di un percorso che anticipi la pensione rispetto all’età prevista della riforma Fornero. Una riforma che, per numeri e necessità, si dimostra sempre più impresentabile al giorno d’oggi.

Giovannini: “Il nuovo piano in auge non cambierà le regole volute dalla Fornero”

“Il procedimento cui puntiamo è sicuramente molto complesso – ha sciorinato – e può attendersi finanche il contributo da parte di tutte le aziende interessate. L’idea generale consiste nell’avere un contributo e da parte di tutti e tre i soggetti interessati”, stiamo parlando del lavoratore, dell’azienda, e, neanche a dirlo, anche dello Stato. Alla preparazione del progetto sta contribuendo anche il ministero dell’Economia. Una volta ultimato, il documento sarà sottoposto al giudizio delle parti sociali. “Il nuovo piano in auge non cambierà le regole volute dalla Fornero”.  Con queste parole, Giovannini, c’ha tenuto a precisare che “lo strumento allo studio è indirizzato al favoreggiamento della transizione, su base volontaria, dal lavoro quotidiano fino a raggiungere la pensione. Ovviamente, mantenendo invariati i requisiti dell’attuale normativa”. “Il progetto – ha continuato – procederebbe verso quelle persone e tutte quelle imprese (anche quelle di minori dimensioni) che, al momento, non sono in grado di utilizzare tutti i vari strumenti previsti”. Non ci rimane che attendere e capire, adesso, quale sarà il futuro delle nostre pensioni.

Problema disoccupazione: la colpa è dei candidati inadeguati

Il 47% dei datori di lavoro italiani afferma che la propria azienda è stata nuociuta dall’incapacità dei candidati

Le prime parole, senza ombra di dubbio, mostrano una news già abbastanza datata, una notizia che, se vogliamo, è già tristemente in archivio: “Il dato offerto dalla disoccupazione giovanile mostra un numero doppio rispetto al 2007 e, praticamente, in grado di toccare il feroce 40% nel 2013”. In data odierna, poi, la percentuale precisa è del 41,6%. Questa, ovviamente, è la “notizia storica” ma ci sono anche le mazzate fresche – fresche: “La cifra in auge è dovuta solo in parte all’attuale crisi economica, la maggior parte delle problematiche, nasce da questioni molto più profonde e matematicamente complesse. Il 47% dei datori di lavoro italiani afferma che la propria azienda è stata nuociuta dall’incapacità di scorgere i lavoratori adatti, e questa è la percentuale più alta rilevante fra tutti i Paesi esaminati”.

Ma siamo veramente sicuri che, se in Italia, il lavoro mostra similitudini non troppo distanti da una debole parvenza è soltanto a causa delle incapacità degli impiegati?

La stessa lamentela, poi, è stata enunciata dal 45% degli imprenditori greci, il 33% degli spagnoli e il 26% dei tedeschi. Ovviamente, e poteva mai essere, nessuna parte è anche lontanamente paragonabile a quanto evidenziato in Italia. Ma siamo veramente sicuri che, se in Italia, il lavoro mostra similitudini non troppo distanti da una debole parvenza è soltanto a causa delle incapacità degli impiegati? Le proverbiali attitudini, capacità, talento (se vogliamo) di questo e di quel settore, una volta erano innate. Come può essere possibile, in data 2014, che l’uomo abbia perso la propria manualità, al pari di come si può perdere la memoria storica?

Oggigiorno, la volontà di assumere viene giustificata affermando che i candidati non sono all’altezza

Appare molto più semplice accorgersi di un volgare sotterfugio. Di un banale tentativo di fare scarica-barile sull’impiegato. Oggigiorno, la volontà di assumere viene giustificata affermando che i candidati non sono all’altezza. Ma allora, quando parliamo della cosiddetta “Fuga di cervelli”, quando, con orgoglio, celebriamo i successi internazionali, dei nostri brillanti laureati/connazionali, fuggiti in fretta e furia dal Belpaese per soddisfare il desiderio di ingrassare una busta paga che, nel paese natio, avrebbe avuto, vita natural durante, i contorni di un eterno stage.
Forse, alla fine, è vero… davvero, in Italia, la professionalità, le capacità e, finanche, l’onesta sta venendo professionalmente meno… stiamo parlando dei datori di lavoro stessi.

Emergenza disoccupazione, numeri record in tutte le categorie

Il tasso di disoccupazione, nel mese di novembre, ha toccato una percentuale pari al 12,7%

L’emergenza disoccupazione continua a mietere vittime e a dare spazio a numeri che, senza ombra di dubbio, fanno rabbrividire. Il tasso di disoccupazione, nel mese di novembre, ha toccato una percentuale pari al 12,7%. Un valore superiore superiore alla media dell’Eurozona nel medesimo mese dell’anno (12,1%). Questo, ancora, è il livello più alto dal 1977, anno in cui ebbero inizio le serie storiche trimestrali. L’Istat, in tal senso, ha certificato che, per il mese di novembre, il numero dei disoccupati aveva raggiunto quota 3.254.000, in forte aumento di 351.000 sulle unità di base annue di oltre 1,7 milioni. Questo valore, confrontato con lo stesso mese del 2007, porta alla luce la difficile situazione di chi è alla ricerca di un impiego. Ancora, poi, si evince chiaramente dai dati dell’Inps sulle richieste di sussidio e di disoccupazione che quest’ultime, sono cresciute nei primissimi 11 mesi dell’anno 2013. Un aumento pari al 32% confrontato con lo stesso periodo del 2012. Nel periodo in questione, sono arrivate all’interno degli uffici dell’Inps la bellezza di 1,95 milioni di richieste di sussidio. Un numero spaventoso a fronte dell’1,47 milioni dell’anno 2012.

I numeri di perdita parlano di 1,1 milioni di posti di lavoro persi nei sei anni di lunga crisi

Con questi numeri, nessuno può negare che gli occupati proseguono a diminuire raggiungendo, nel mese di novembre, la roboante quota di 22.292.000; (Per la precisione stiamo parlando di 55.000 unità ad ottobre e, ancora, 448.000 unità per novembre 2012). I numeri di perdita parlano di 1,1 milioni di posti di lavoro persi nei sei anni di lunga crisi. I più percossi dalla crisi economica, stando a quanto affermano i dati Istat, sono sempre i più giovani. Il tasso di disoccupazione è pari a 41,6, in aggiuntivo aumento anche in confronto al mese di ottobre. Se, poi, per le donne, l’occupazione è rimasta tutto sommato stabile negli anni di “moderna depressione” per quanto riguarda gli uomini è caduta in picchiata. 448.000 lavoratori in meno tra il mese di novembre 2012 e il mese di novembre 2013. 377.000, tra questi, sono uomini. Il tasso di disoccupazione complessivo a novembre è rimasto fondamentalmente stabile se confrontato a novembre 2012 mentre il numero di disoccupati si è certificato al 55,4% in pesante calo di un drammatico punto percentuale sull’anno 2013. Con il 2014, appena iniziato, che non offre molte garanzie.

Tasso di disoccupazione alle stelle, l’Eurozone corre ai ripari

Il tasso di disoccupazione della zona euro ha raggiunto livelli record nel mese di novembre. I responsabili politici hanno lottato per sostenere la ripresa dalla recessione più lunga del blocco della moneta .

Il mercato del lavoro fragile rimane una grande preoccupazione per i leader europei che cercano di favorire la ripresa

Il tasso di disoccupazione è rimasto al 12,%. L’Unione europea presenterà le statistiche nella giornata di oggi, ovviamente a Lussemburgo. Questo è in linea con la stima mediana di un sondaggio Bloomberg News di 26 economisti . Dopo diverse revisioni dei dati dei precedenti mesi, Eurostat ha detto che la disoccupazione è rimasta stabile a tale livello dal mese di aprile. Il mercato del lavoro fragile rimane una grande preoccupazione per i leader europei che cercano di favorire la ripresa . Il mese scorso, quest’ultimi, hanno riconosciuto che il tasso di disoccupazione rimane ” inaccettabilmente alto “, soprattutto tra i giovani. 18 mesi dopo aver presentato 120 miliardi di euro ( 163 miliardi dollari ) del pacchetto nato per far ripartire l’economia e creare posti di lavoro.

Evelyn Herrmann ha dichiarato quanto segue: L’economia della zona euro non sta crescendo abbastanza velocemente per ridurre significativamente la disoccupazione “

“L’economia della zona euro non sta crescendo abbastanza velocemente per ridurre significativamente la disoccupazione “, ha detto Evelyn Herrmann , economista di BNP Paribas SA a Londra . “Questo non cambierà in alcun modo la difficilissima situazione attuale , con tassi di crescita annua pari a, circa, l’1%. Quest’anno e anche nel 2015”.

La disoccupazione media è del 12,1% quest’anno e si prevede dell’11,8% durante il corso del 2015

La Banca centrale europea stima che l’economia dell’area dell’euro si espanderà dell’1,1% quest’anno. Dopo aver assistito alla contrazione dello 0,4% nel 2013 . La disoccupazione media è del 12,1% quest’anno e si prevede dell’11,8% durante il corso del 2015. Questo è quanto hanno previsto gli economisti in un sondaggio Bloomberg. La scarsa crescita ha costretto le imprese europee a versare posti di lavoro nel tentativo di tagliare i costi e rimanere competitivi . European Aeronautic , Defence and Space Co. Hanno affermato, il mese scorso, che avrebbero tagliato 5.800 posti di lavoro in Germania, Francia , Spagna e Regno Unito.
Non ci rimane che attendere per capire, finalmente, quale sarà la svolta economica che, finalmente, caratterizzerà la situazione dell’Eurozone per quanto concerne il mondo del lavoro.

Inchiesta sul mondo delle pensioni e del lavoro

La crisi del pensionamento globale sta riguardando i lavoratori di tutte le età

Anni trascorsi a risparmiare prima che la recessione e la crisi finanziaria partita nel 2008 facesse il suo percorso. La crisi è significativamente peggiorata da quei singoli traumi. La crisi play out per decenni, e le sue conseguenze saranno di vasta portata.

Molte persone saranno costrette a lavorare ben oltre la tradizionale età pensionabile di 65 anni. Il tenore di vita cadrà e il tasso di povertà aumenterà per gli anziani anche nei paesi ricchi che hanno costruito reti di sicurezza per gli anziani dopo la Seconda Guerra Mondiale . Nei paesi in via di sviluppo , le crescenti aspettative dei cittadini, sono frustrate se i governi non possono permettersi sistemi pensionistici in grado di sostituire la generazione precedente di lavoratori .

I problemi sono emersi nel momento in cui è andata in pensione la generazione nata dopo la seconda guerra mondiale

” La prima ondata di lavoratori sta cercando di andare in pensione e sta anche rendendosi conto che non può permettersi di farlo “, dice Norman Dreger , uno specialista di pensione della società di consulenza Mercer a Francoforte, Germania .

La crisi è una convergenza di tre fattori :

I paesi stanno tagliando le prestazioni pensionistiche e puntano sull’innalzamento dell’età per iniziare a raccogliere qualche risultato. Questi paesi sono inondati di debiti dopo gli eccessi di spesa nell’ultimo decennio e il disavanzo enorme dalla recessione. Ora si trovano ad affrontare un disastro demografico. I pensionati vivono più a lungo e il tasso di natalità è in caduta libera. Questo significa che ci saranno meno lavoratori per sostenerli.

Le aziende hanno eliminato i piani pensionistici tradizionali che non costano nulla ai dipendenti e garantivano loro un assegno mensile

Gli individui hanno speso liberamente e non sono riusciti a salvarlo prima della recessione.
Questi fattori sono stati documentati individualmente . Quello che è meno apprezzato è la loro ferocia combinata alla loro portata globale.

Il Centro di studi strategici e internazionali di Washington conclude il suo discorso con una frase decisamente poco rassicurante:

“La maggior parte dei paesi non sono pronti a soddisfare ciò che viene considerata come una delle sfide più spaventose del 21 ° secolo “.