Lavoro e stipendi: il pagamento della tredicesima mensilità la sua maturazione

La tredicesima ci fa venire in mente lo shopping natalizio, una somma che viene solitamente spesa per fare i regali, ed in fondo è il periodo dell’anno durante il quale si può beneficiare di questo mese di stipendio in più. In questa guida affrontiamo in maniera completa tutto quello che c’è da sapere su questa mensilità, a partire dalla sua storia.

La prima volta durante la quale la tredicesima venne prevista fu il 1937, in seguito al contratto collettivo nazionale del periodo. Inizialmente l’unico settore nel quale c’era obbligo di corrispondere questa mensilità aggiuntiva era quello industriale e solo agli impiegati, e bisognerà attendere fino al 1946 affinché lo stesso trattamento vantaggioso venisse esteso anche agli operai. La tredicesima venne poi estesa, in generale, a tutti i lavoratori dipendenti a partire dal 1960, con il DPR 1070. Ad oggi, la tredicesima spetta a tutti e corrisponde, all’incirca, ad una mensilità di stipendio.

Come si calcola la tredicesima

Poiché in Italia non esiste una legge unica che stabilisca con precisione gli stipendi minimi, è rimandato ai vari CCNL (contratti collettivi di lavoro) la facoltà di decidere alcuni aspetti basilari, come la retribuzione minima settore per settore e le voci contrattuali che vengono prese a riferimento per il calcolo della tredicesima.

Esse sono, in generale:

  • la paga base, così stabilito dal CCNL;
  • l’indennità di contingenza, ovvero una voce che aveva lo scopo di uniformare l’importo del salario al costo della vita e che, fino al 1991, era aggiornato ogni 3 mesi. Da quell’anno è stato deciso, grazie ad un accordo tra Governo e dipendenti, che questa indennità venisse lasciata in busta paga, ma ad importo fisso;
  • gli scatti di anzianità;
  • i superminimi assorbibili;
  • il terzo elemento, o EDR, un importo di 10,33 € noto come elemento distinto della retribuzione;
  • un’indennità a carattere continuativo, come ad esempio il maneggio di denaro, della mensa o della cassa.

Non devono essere considerati nel calcolo della tredicesima tutte quelle voci che non sono continuative, come ad esempio i compensi legati al lavoro straordinario o a quello notturno. Se qualcuna di queste voci assumesse, invece, carattere di continuità, allora bisognerebbe iniziarle a considerare.

La tredicesima viene calcolata anche per i lavoratori part time, seguendo le stesse condizioni previste per quelli a tempo pieno, con la differenza che il rateo della mensilità aggiuntiva sarà pari al 50% rispetto a quello di un altro lavoratore, nel medesimo settore, con un contratto di lavoro full time.

Diciamo che, in linea di massima, l’importo della tredicesima corrisponde a quello di una mensilità aggiuntiva, pertanto 1/12 dello stipendio annuo che spetta: è per questo motivo che solitamente si dice che a dicembre si riceve un doppio stipendio (quello di dicembre e la tredicesima).

Quando viene pagata la tredicesima?

Non c’è un giorno fisso da rispettare per il pagamento di questa mensilità aggiuntiva, ma generalmente viene pagata nei giorni precedenti il 25 dicembre. Qualora, invece, un rapporto di lavoro terminasse a metà anno, il pagamento della tredicesima verrebbe calcolato e scatterebbe al giorno del licenziamento.

La modalità di pagamento è la stessa già prevista per lo stipendio normale.

Calcolo del Tfr maturato: valore, tassazione e ultime novità

Il TFR, acronimo di Trattamento di Fine Rapporto, è uno dei vantaggi economici che può vantare il lavoratore dipendente alla fine del suo rapporto di lavoro con un’azienda di ogni tipologia. Il diritto ad avere il TFR lo si ha in ogni caso: licenziamento, dimissioni, raggiungimento dell’età pensionabile. La cosa fondamentale è la fine del rapporto di lavoro subordinato.

Questa somma di denaro, che viene accumulata nel corso della vita lavorativa, rimane accantonata presso il datore di lavoro per le aziende con meno di 50 dipendenti, altrimenti deve essere versata presso la Tesoreria di Stato dell’INPS.

Come calcolare il valore del TFR

Il Trattamento di Fine Rapporto viene calcolato tenendo in considerazione la propria retribuzione, sulla quale a sua volta influiscono l’anzianità lavorativa, lo straordinario fisso, eventuali premi di presenza, provvigioni, premi e partecipazioni e così via.

Il calcolo del trattamento di fine rapporto viene effettuato in maniera molto semplice, come segue:

  • per ogni anno di lavoro che si è prestato, al conteggio totale del TFR viene aggiunta una somma di denaro pari ad una mensilità divisa per 13,50;
  • lo 0,5% dell’importo che viene accontonato ogni anno è destinato all’INPS in qualità di contributo pensionistico;
  • la somma versata come TFR, nota come montante, viene rivalutata di anno in anno.

Tassazione TFR

L’importo maturato in termini di TFR è lordo, nel senso che include anche le tasse che bisogna pagare. Da un punto di vista fiscale, il TFR è assoggettato a tassazione separata, con il conteggio della percentuale da pagare che deve essere calcolata in base al numero di anni (e frazioni) per le quali si è lavorato.

Secondo la legge, l’unica parte di TFR che è assoggettata a tassazione è il capitale accumulato di anno in anno, senza considerare le rivalutazioni che vengono effettuate, che invece vengono disciplinate in maniera diversa.

Nello specifico, per le quote che sono state maturate entro l’anno 2000, la tassazione viene effettuata dal datore di lavoro, mentre per tutte quelle che sono state maturate dopo quell’anno, il datore di lavoro farà solo una ritenuta parziale perché, in seguito, l’Agenzia delle Entrate farà il calcolo corretto di quanto dovuto.

E’ da considerare che qualunque tassazione applicata al TFR può essere soggetta a controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate per verificare la corretta applicazione delle aliquote.

Se il rapporto di lavoro ha avuto una durata inferiore a 2 anni, invece, e il reddito di riferimento è inferiore a 30.000 € , si ha diritto ad alcune riduzioni che vengono calcolate di volta in volta.

Un discorso a parte meritano le indennità equipollenti del TFR, ovvero quelle che sono legate alla durata del rapporto di lavoro dipendente nel settore del pubblico impiego.

Chiudiamo dicendo che un lavoratore che abbia almeno 8 anni di anzianità lavorativa può fare domanda di anticipo del TFR al datore di lavoro, nei limiti del 70% del TFR maturato fino a quel momento. Tale somma di denaro può venire chiesta una sola volta nel corso della durata lavorativa e solo se bisogna fare delle spese straordinarie, come acquistare una casa, oppure fare interventi straordinari di vario genere.

Retribuzione e busta paga: come calcolare lo stipendio netto dal lordo

Una delle domande più frequenti che i lavoratori subordinati si fanno è come poter calcolare lo stipendio netto partendo dal lordo. Spesso, quando si affrontano i colloqui di lavoro, la retribuzione di cui si discute è lorda e da essa bisognerà levare le tasse da versare in maniera periodica.

Diciamo che non è così semplice come può sembrare fare il calcolo del netto dal lordo, dato che le variabili da considerare sono tante e in considerazione del fatto che, a volte, non si percepisce solo il reddito da lavoro dipendente.

I fattori che indicono sul calcolo del netto dal lordo

Passiamo a fare un primo elenco di fattori che possono incidere in maniera anche considerevole sul calcolo dello stipendio netto:

  • aliquota che viene applicata per la pensione. In sostanza, stiamo parlando della ritenuta INPS (o altre casse previdenziali) a cui si è iscritti in virtù del lavoro che si svolge;
  • detrazione IRPEF da lavoro dipendente, che viene calcolata sul reddito annuo;
  • ammontare dell’importo lordo annuo dello stipendio, sul quale viene calcolata la percentuale di aliquota IRPEF da dover pagare. Ricordiamo che questa tassa è progressiva e aumenta mano a mano che sale anche il proprio reddito annuale;
  • aliquote regionali, provinciali e comunali, che dipendono dal posto dove si vive;
  • il diritto a ricevere gli 80€ in busta paga

Ecco perché il calcolo dello stipendio netto non è facile e non lo si può fare, nella maggior parte dei casi, al volo, ma occorre valutare tutto caso per caso.

Come calcolare lo stipendio netto partendo dal lordo

Diciamo che un modo interessante e semplice (ma anche semplicistico) per calcolare lo stipendio netto partendo da quello lordo è sottrarre una percentuale variabile tra il 25 e il 40%. In genere, è questa la quota di tasse che occorre pagare anno dopo anno.

Questo discorso vale, ovviamente, per i lavoratori dipendenti, dato che chi è titolare di partita IVA ha bisogno di calcolare altre tipologie di aliquote, considerando ad esempio che i contributi pensionistici sono a proprio carico (i dipendenti, invece, hanno una quota di tali contributi che viene pagata direttamente dal datore di lavoro all’ente presso cui si è iscritti).

Ecco dunque che, la prossima volta che si farà un colloquio, o che magari si chiederà un aumento di stipendio, bisognerà considerare questa percentuale per capire se, economicamente parlando, il lavoro che si ha di fronte è conveniente o meno.

Diventa più facile calcolare il netto nel caso di un contratto di collaborazione occasionale o per un contratto a progetto. Nel primo caso occorre sottrarre il 20% dalla somma lorda, mentre nel secondo bisogna togliere la quota IRPEF e un terzo del valore della quota INPS (i rimanenti due terzi vengono pagati dal datore di lavoro).

Perché è importante calcolare lo stipendio netto

Sono tanti i motivi per i quali potrebbe essere importante calcolare lo stipendio netto, non da ultimo quello di avere un’idea dei soldi che si possono “portare a casa” per il lavoro che si svolge e, dunque, poter fare dei conti sul budget a disposizione per fare acquisti più o meno importanti.

Scuola: cosa prevede il CCNL per stipendio insegnanti e personale ATA

E’ spesso una delle domande più fatte da chi vuole prendere parte ad un bando da insegnante o da personale ATA: quanto si può guadagnare facendo l’insegnante in una scuola pubblica, oppure diventando un addetto ATA?

Come per diversi settori in Italia per quanto riguarda la retribuzione, essa è regolata dal CCNL, ovvero dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto Scuola. Si tratta di un documento che precisa, in maniera davvero puntuale, qual è lo stipendio del personale assunto nella scuola, sia a tempo determinato che indeterminato e che si riferisce sia alle scuole che si trovano nel nostro territorio, che a quelle italiane che sono posizionate all’estero.

La suddivisione del comparto scuola

Il CCNL attualmente in vigore, quello del 29 novembre 2007, stabilisce la suddivisione dei dipendenti della scuola, che andremo a vedere. Prima di farlo, però, occorre chiarire che tale contratto collettivo è stato leggermente modificato dai CCNL del 2008/2009 e da quello del 2011, in maniera particolare per quanto riguarda le retribuzioni del personale. Oggi i CCNL del settore scolastico sono concertati dall’ARAN (Agenzia Rappresentanza Negoziale Pubbliche Amministrazioni), un ente statale cui fanno capo tutti i dipendenti della P.A. e delle più importanti organizzazioni sindacali come CGIL, CISL e UIL, ma anche CGU e CONFSAL.

Il personale docente si divide in 4 gruppi:

  • Docenti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria;
  • Docenti di scuola media;
  • Docenti diplomati degli Istituti Secondari di II grado;
  • Docenti laureati degli Istituti Secondari di II grado.

Ecco dunque che tutto il personale ATA si divide in tre aree:

  • Collaboratore scolastico (CS), Area A;
  • Collaboratore scolastico addetto all’azienda agraria (CR), Area As;
  • un’area B al cui interno troviamo gli assistenti amministrativi (AA), quelli tecnici (AT), cuochi (CU), gli infermieri (IF) e i guardarobieri (GU);
  • Direttore dei servizi generali ed amministrativi (DSGA), area D.

Stipendi dei docenti

Per quanto riguarda i docenti, gli stipendio vanno da poco oltre 19.000 € all’anno (12 mensilità) per coloro che insegnano presso le scuole dell’infanzia e primarie, fino agli oltre 32.000 annui per coloro che sono laureati ed insegnano presso le scuole di II grado. I CCNL dividono gli stipendi, sia dei docenti che del personale ATA, in 6 gruppi, a seconda degli anni di servizio:

  • da 0 a 8 anni di servizio;
  • da 9 a 14;
  • da 15 a 20;
  • da 21 a 27;
  • da 28 a 34;
  • oltre 35

Più si va avanti con gli anni di servizio e maggiore sarà lo stipendio annuo che si potrà portare a casa. Ad esempio, un docente laureato che insegna in una scuola superiore di II grado, all’inizio della sua carriera avrà uno stipendio di quasi 21.000 € all’anno, mentre al 35° anno di carriera salirà agli 32.000 che accennato in precedenza.

stipendio-docente

Il personale ATA, invece, ha uno stipendio che varia a seconda del tipo di mansione svolta e si va dai circa 15.000 € all’anno per un collaboratore scolastico che ha meno di 8 anni di esperienza, agli circa 34.500 € all’anno per il direttore dei servizi generali ed amministrativi al 35° anno di carriera.

A queste somme occorre aggiungere anche la 13esima, che si percepisce a dicembre e che è pari solitamente al trattamento dovuto quello stesso mese.

Lavoro: come chiedere l’aumento di stipendio

E’ una di quelle conversazioni che si temono sempre tantissimo ma la necessità di chiedere un aumento di stipendio sta diventando sempre più comune, in particolare per coloro che non hanno un sindacato che agisce per loro conto. Detto questo, qual è il modo migliore per chiedere un aumento? Come con tutte le conversazioni difficili con il proprio capo, la cosa chiave è sapere che cosa si sta cercando di raggiungere e quindi assicurarsi che i messaggi arrivino all’altra parte in modo chiaro e conciso, senza possibilità di confusione.

Conoscere la tua linea di fondo. Quanto sei disposto ad accettare come minimo? In qualsiasi trattativa, bisogna sempre sapere quale sarà la propria linea di fondo. Che cosa è accettabile e cosa non lo è? Se hai mai preso parte a un’asta capirai il concetto di “febbre da asta”, dove l’adrenalina e l’eccitazione possono portare a volte ad offrite più di quanto si era previsto. Ebbene, lo stesso può accadere con le trattative salariali, ma in senso inverso. Si deve sempre sapere fino a che punto si è disposti a scendere.

Tattica. Quali sono le tattiche che adotterai in trattativa? Per esempio, hai intenzione di negoziare o di essere rigido? Hai intenzione di iniziare con una richiesta di un aumento del 20%, ad esempio, sapendo che potresti essere disposto ad accettare anche il 10%? Oppure hai intenzione di chiedere il 20% e rimanere fisso a questo incremento?

Il momento giusto. Ricorda, l’opportunità potrebbe sfumare se si sceglie il momento sbagliato per chiedere un aumento. Meglio optare per un momento in cui il boss non va di fretta e ha tempo di parlare, anche perché è un discorso delicato.

Prepara il tuo caso. Scegli bene gli argomenti per i quali pensi di meritare un aumento: tutti i tuoi colleghi prendono di più o hanno avuto di recente un aumento di stipendio? Quando è stata l’ultima volta che ne hai avuto uno? Con te, la redditività è aumentata?

Smetti di parlare. Una volta che hai fatto la richiesta e messo le carte in tavola, bisogna fare silenzio. Quando si è ansiosi, spesso si ripete la propria tesi più volte, come a renderla più forte. In realtà, questo modo di fare provoca l’effetto opposto. A questo punto, bisogna smettere di parlare. Mantenere la calma. Se il capo dovesse rispondere con un deciso no, bisogna mantenere la calma. Sfogarti può farti sentire meglio, ma raramente aiuta in un negoziato. E, naturalmente, la persona che si arrabbia perde sempre. Quando si è sconvolti per un qualcosa, spesso si va fuori controllo. Meglio allora calmarsi un attimo, respirare e cercare di tornare nel controllo di sé.

Ascoltare sempre. Spesso, quando si è arrabbiati o ansiosi non si ascoltano più gli altri perché la mente sta pensando a tanti argomenti, tutti insieme. Meglio mantenere la lucidità cercando di ascoltare tutto, in questa maniera si potranno capire le motivazioni che hanno spinto al rifiuto e si potrà capire se sono valide o meno. Nel primo caso, bisogna lavorare affinché si possa essere più forte e più bravo di tali motivazioni, nel secondo, bisogna capire se si ha possibilità di lasciare quell’azienda per cercare un lavoro migliore e più remunerato.

Salario: stipendio minimo sindacale in Italia. Retribuzione settore per settore

Si parla di salario minimo per intendere la somma di denaro oraria più bassa che un lavoratore dipendente può prendere per l’opera da lui o lei prestato. In Italia, a differenza del resto d’Europa, il concetto di salario minimo non esiste, per cui diciamo che ogni azienda potrebbe stabilire delle regole interne nel rispetto di quanto stabilito dai ccnl di settore. Certo, poi il mercato genera concorrenza, la quale a sua volta porta il salario minimo a salire per i lavoratori dipendenti più capaci, di conseguenza c’è un importo minimo “fisiologico” oltre il quale nessun’azienda riuscirebbe a trovare un lavoratore dipendente.

Salario minimo sindacale in Italia

Abbiamo anticipato il concetto di salario minimo sindacale per settore, ecco quello che è previsto in Italia per 7 industrie:

  • abbigliamento, 6,60 € / ora;
  • agricoltura, 7,13 € / ora;
  • alberghiero, 7,17 € / ora;
  • industria metalmeccanica, 7,32 € / ora;
  • edilizia, 7,59 € / ora;
  • alimentari, 8,21 € / ora;
  • credito, 11,11 € / ora.

La retribuzione oraria minima cresce ogni anno sulla base dei dati dell’inflazione, per cui non stupitevi se da qualche tempo a questa parte non ci sono grandi cambiamenti dato che questa percentuale non sta crescendo a causa della crisi economica.

Nonostante questo, in Italia è prevista un’indennità minima per la partecipazione agli stage, una cosa non di poco conto perché spesso, nel nostro paese, prendere parte ad uno stage è un’operazione che si fa completamente a titolo gratuito.

Le retribuzioni minime in Europa

Vogliamo fare adesso un confronto tra la nostra situazione e quella Europea, per capire come stiamo messi e se ci sono paesi in cui la situazione dei lavoratori subordinati è migliore.

I paesi in cui non è prevista alcuna retribuzione minima, oltre al nostro, sono anche la Svizzera, l’Austria e il trio scandivano. Si ha una retribuzione minima inferiore alle 500 nei paesi dell’Europa dell’Est, come la Polonia o l’Ungheria. E’ compresa tra 500 e 1.000 € in Spagna, Portogallo e Grecia, è infine superiore a 1.000 € al mese in Francia, Germania, Benelux, Regno Unito ed Irlanda.

Dunque, e se non c’è alcuna legge che regola il minimo, ci sono delle disposizioni sindacali a cui doversi necessariamente attenere.

Cosa fare se lo stipendio è inferiore al minimo?

Qualora si prenda uno stipendio inferiore rispetto al minimo sindacale, è fondamentale rivolgersi al sindacato di riferimento, che si occuperà di verificare la situazione. Dopo aver chiesto aiuto a questo ente per una consulenza ed un parere, si può fare ricorso, ovvero si può iniziare un’azione pratica con la quale il dipendente può essere certo della corrispondenza tra stipendio e mansione svolta. Qualora ci siano delle differenze, egli può ottenere indietro la differenza (anche passata).

In questo caso dovrà essere un giudice ad emettere una sentenza, dando disposizione all’azienda in questione di pagare gli arretrati.

Perché lo stipendio minimo è importante?

In maniera semplice, da lavoratore dipendente è fondamentale avere uno stipendio minimo di un certo livello per essere certo di avere uno stile di vita dignitoso e proporzionato al lavoro che si svolge.

Oltre a questo, lo stipendio minimo garantisce di non subire sfruttamenti di vario genere da parte del datore di lavoro, che deve rispettare quanto stabilito dai sindacati.