Assegno di disoccupazione: requisiti per la domanda del sussidio

Anche nel 2016 saranno tante le persone che, come ogni anno, presenteranno domanda di disoccupazione, così da prendere il sussidio previsto per chi non ha lavoro ed è in cerca. Vediamo quali sono i requisiti per poter presentare domanda e qual è l’importo dello stesso.

Requisiti del sussidio di disoccupazione

La nuova indennità di disoccupazione è la Naspi, prevista dal Jobs Act voluto dal Governo Renzi nel 2015. Tale novità fa parte della riforma del lavoro voluta proprio dall’attuale primo ministro italiano, che ha lo scopo di semplificare tutto questo mondo al fine di renderlo più efficace ed efficiente.

I requisiti necessari per presentare domanda di disoccupazione sono:

  • Essere disoccupato;
  • Avere versato, nei quattro anni precedenti, almeno 13 settimane di contributi;
  • Aver fatto almeno 30 giorni di lavoro effettivi nei 12 mesi che anticipato il periodo di disoccupazione.

L’indennità di disoccupazione è prevista per tutti coloro che hanno perso il lavoro in maniera involontaria, ad eccezione delle categorie elencate sotto:

  • Dipendenti a tempo indeterminato delle P.A.;
  • Operai agricoli, sia a tempo determinato che indeterminato.

Importo del sussidio di disoccupazione

Il sussidio di disoccupazione per l’anno 2016 viene calcolato in percentuale partendo dalla seguente operazione:

  • Sommare le retribuzioni degli ultimi 4 anni;
  • Dividere questo importo per il numero delle settimane di contribuzione;
  • Moltiplicare questo valore per 4,33.

Se il valore che risulta da questo calcolo è non superiore a 1.195 €, allora l’indennità di disoccupazione è pari al 75% dello stesso valore, se invece la retribuzione supera tale importo, allora bisogna calcolare per prima cosa il 75% come nell’esempio precedente e ad esso aggiungere anche una somma pari al 25% della differenza tra retribuzione mensile ed importo risultante dal calcolo.

In tutti i casi l’importo di disoccupazione previsto per il 2016 non può mai essere superiore a 1.300 € .

Durata del sussidio di disoccupazione

La durata del sussidio di disoccupazione per il 2016 dipende dalla storia del lavoratore in termini di contribuzione ed è pari alla metà delle settimane che sono coperte da contribuzione nei 4 anni che precedono il giorno in cui si è perso il lavoro.

In nessun caso tale durata può essere superiore a 2 anni.

Naspi, che cosa ci attende nei prossimi anni

Secondo le ultime previsioni, sembra che anche per il 2017 la Naspi durerà sempre al massimo 2 anni, mentre ci sono delle interessanti novità per i lavoratori stagionali, come ad esempio quelli che fanno solo la stagione estiva o invernale.

Se la durata della Naspi non dovesse superare i 6 mesi, allora nel calcolo della stessa vanno inclusi anche i periodi contributivi che hanno già permesso di avere un’indennità di disoccupazione ordinaria con i requisiti ridotti.

Per quanto riguarda, invece, le colf ed i lavoratori domestici, è richiesto che essi abbiano almeno 5 settimane lavorative nel corso dell’anno. Si ha una settimana di lavoro quando, all’interno della stessa, ci sono almeno 24 ore di lavoro che sono state retribuite.

Queste novità riguarda varie categorie di lavoratori, come ad esempio:

  • i domestici;
  • chi lavora a domicilio
  • chi lavora per un certo periodo all’estero
  • i lavoratori che sono interessati dalla neutralizzazione con una vecchia contribuzione di interesse;
  • chi lavora nel settore agricolo

Contratto di apprendistato: durata e retribuzione

Quello di apprendistato è un tipo di contratto che prevede un periodo di formazione iniziale alla cui fine, secondo un accordo tra le parti, esso si trasforma in un contratto a tempo indeterminato. Dopo la riforma del lavoro voluto dalla legge Fornero, è il canale privilegiato per tutti i giovani che vogliono entrare in questo mondo. Nonostante questo, però, il contratto di apprendistato è rimasto pressoché inutilizzato.

Come diventare apprendista? Che tipologie di contratto ci sono?

Il contratto di apprendistato può essere firmato da chi ha fino a 29 anni. Sono tre le tipologie di contratto che sono previste:

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, un contratto che può essere stipulato da 15 a 25 anni. Chi ha meno di 18 anni può concludere la scuola dell’obbligo e continuare l’istruzione fino alla maggiore età. Si diventa operatore professionale dopo 3 anni e si ottiene un diploma professionale dopo 4;
  • Apprendistato professionalizzante, noto anche come contratto di mestiere. Può essere sottoscritto da chi ha da 18 a 29 anni, questo contratto permette di maturare una certa qualifica professionale come previsto dal CCNL;
  • Apprendistato di alta formazione, rivolto a giovani da 18 a 29 anni, è finalizzato al conseguimento del diploma o di una certificazione tecnica, oltre che di un titolo accademico o di un master.

La durata del contratto di apprendistato varia a seconda della tipologia, come segue:

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, la durata è di 3 anni per la qualifica e di 4 anni per il diploma;
  • Apprendistato professionalizzante, la durata è di 3 anni, tranne in alcuni casi in cui dura fino a 5 anni;
  • Apprendistato di alta formazione, la durata varia a seconda di quella del corso di studio, anche se spesso è superiore.

Come funziona il contratto di apprendistato?

La formazione del ragazzo viene svolta sia all’interno che all’esterno dell’azienda. Nel primo caso si svolge un piano formativo individuale, che permette anche di stabilire gli obiettivi che bisogna conseguire con l’aiuto del tutor (o referente all’interno dell’azienda).

Nel secondo caso, ovvero la formazione esterna, permette all’apprendista di raggiungere una serie di obiettivi presso delle strutture formative specializzate. Anche in questo caso la durata della formazione esterna varia a seconda del tipo di contratto di specializzazione:

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, almeno 400 ore in un anno;
  • Apprendistato professionalizzante, 120 ore nel corso del triennio;
  • Apprendistato di alta formazione, il numero di ore da svolgere cambia a seconda del tipo di titolo che bisogna conseguire.

Diritti dell’apprendistato

I diritti che il contratto di apprendistato garantisce di avere includono, tra le altre cose:

  • La copertura previdenziale;
  • L’assegno del nucleo familiare;
  • Ammortizzatori sociali;
  • Assicurazione contro le malattie, l’invalidità e gli infortuni sul lavoro;
  • Copertura nel caso di malattia e maternità.

Come possiamo vedere, si tratta di tutta una serie di diritti che permettono all’apprendista di essere protetto e garantito durante ogni fase del suo lavoro.

Retribuzione del contratto di apprendistato

Ogni contratto di apprendistato prevede una certa remunerazione, che varia a seconda del tipo di contratto, la qualifica che bisogna conseguire e il livello di inquadramento.

Assunzione Colf: come assumere e regolarizzare la badante

Sono oltre 2 milioni le famiglie del nostro paese che si avvalgono della collaborazione di colf e badanti nello svolgimento di mansioni quotidiane all’interno di casa. Considerando che si tratta di una pratica sempre più diffusa, in maniera particolare tra le persone più anziane, ecco come fare per mettere in regola una colf o una badante, così come indicato dall’INPS.

Ci sono tre casistiche entro le quasi si può “ricadere”, a seconda della nazionalità e della residenza del lavoratore domestico.

Se il lavoratore è italiano o di un paese dell’UE

Siamo nel caso più semplice, quando è possibile assumere direttamente un lavoratore facendogli semplicemente un contratto legale. Bisogna concordare direttamente con il lavoratore elementi critici del contratto come la retribuzione oraria, le ferie e l’orario di lavoro.

Il lavoratore deve essere semplicemente in possesso di un codice fiscale, di una tessera sanitaria ASL e di un documento di riconoscimento. Non è necessario essere iscritto presso le liste di collocamento.

Nel caso in cui il lavoratore sia minorenne, occorre presentare anche un certificato di idoneità al lavoro, che viene rilasciato dall’ASL locale dopo una visita medica (a carico del datore di lavoro), e una dichiarazione dei genitore o di chi esercita la potestà familiare, che acconsente al fatto che il minore viva presso la famiglia del datore di lavoro e che, in ogni caso, possa prestare lavoro ad ore.

Se il lavoratore è extracomunitario ma residente in Italia

Non è più obbligatorio compilare il modello Q (dal 15 novembre 2011) per stipulare un contratto di soggiorno. Quest’obbligo è stato recepito nella comunicazioni obbligatorie che bisogna fare al momento dell’assunzione, della variazione o della cessazione del rapporto di lavoro. Tali comunicazioni devono essere trasmesse all’INPS dal datore di lavoro per tramite di internet.

Il lavoratore deve avere ovviamente un permesso di soggiorno che sia valido per svolgere un’attività lavorativa in Italia.

Se il lavoratore è extracomunitario e non risiede ancora in Italia

Siamo nella situazione più difficili e lunga anche perché ogni anno il numero dei lavoratori ai quali viene concesso il permesso di soggiorno a fini lavorativi in Italia viene programmato grazie al “decreto Flussi”. Ecco che qualunque datore di lavoro che voglia assumere una colf o una badante che non si trova in Italia dovrà attendere la pubblicazione in G.U. (Gazzetta Ufficiale) del decreto Flussi per l’anno in corso e, entro le date indicate, presentare domanda di nulla osta.

Come regolarizzare l’assunzione

Dal 29 gennaio 2009 la comunicazione dell’assunzione deve essere fatta entro le 24 ore precedenti a quello di inizio del rapporto di lavoro (si considerano anche le giornate festive). Tale comunicazione deve essere fatta all’INPS tramite il sito web ufficiale dell’ente e compilando tutti i campi richiesti.

Il contratto di lavoro per assumere una colf o una badante deve contenere i seguenti dati ed informazioni:

  • Nome della persona da assumere ed indicazioni utili per poterla riconoscere (documento);
  • Data di inizio del rapporto di lavoro;
  • Anzianità di servizio;
  • Categoria di assunzione;
  • Durata del periodo di prova;
  • Indicazione del giorno di riposo settimanale;
  • Orario di lavoro;
  • Retribuzione oraria;
  • Condizioni di vitto e alloggio

Bilancio, Conto economico: riclassificazione e struttura

Il conto economico è uno dei prospetti più importanti per un’azienda in quanto permette di conoscere costi e ricavi dell’anno economico in corso o di quelli passati.

Prima del 1991 il conto economico era realizzato in una forma “a sezioni contrapposte”, nella quale sulla sinistra ci sono i costi aziendali e sulla destra i ricavi. Sommando le due parti si ottiene l’utile lordo di esercizio, da cui poi vengono calcolate le tasse da pagare e si arriva, per differenza, all’utile netto.

Da quell’anno in poi è stato introdotto con la IV Direttiva CEE uno schema di conto economico nuovo e più interessante, più utile dal punto di vista delle informazioni che è in grado di fornire.

Se prima il conto economico era un riassunto di costi e ricavi senza alcuna distinzione tra valori “tipici” aziendali e quelli “collaterali”, d’ora in poi il conto economico divide queste due parti, permettendo dunque di avere un controllo maggiore e più informazioni di quello che concorre a formare il reddito di esercizio.

Ad esempio, se un’azienda produce principalmente biciclette, ed inizia a mettere sul mercato anche accessori, oppure decide di spostarsi su un altro business, come ad esempio quello dei monopattini, sfruttando magari l’esperienza accumulata nello sviluppo e nella produzione delle bici, ecco che potrebbe essere utile distinguere quali sono i costi ed i ricavi derivanti dal core business aziendale, ovvero le biciclette, da quelli che invece sono derivati sia dagli accessori alle bici che dai monopattini.

Questo esempio può essere fatto anche per altre attività aziendali, di ogni genere.

C’è da dire, infatti, che l’utile di esercizio viene determinato anche sulla base di tali costi e ricavi, in quanto hanno comunque una certa influenza sulla cassa aziendale.

Per poter avere la certezza di prendere tutte queste informazioni, ecco che la riclassificazione del conto economico è fondamentale. Con questa procedura i costi ed i ricavi sono riaggregati in forma scalare e offrono informazioni che, altrimenti, sarebbe praticamente impossibile raggiungere.

In pratica, se prima del 1991 i costi erano a sinistra e i ricavi a destra, ora sono tutti in colonna, con l’unica distinzione tra l’importo dei costi è mantenuto distito da quello dei ricavi.

Sono tre gli schemi secondo i quali è possibile fare la riclassificazione del conto economico:

  • A costo del venduto e ricavi, che permette di conoscere l’utile lordo sulle vendite e il costo del venduto stesso;
  • A valore aggiunto, che mette in evidenza la capacità aziendale di creare ricchezza, ovvero valore;
  • A margine di contribuzione, la versione più complessa tra le tre, che viene fatta usando uno schema che permette di distinguere costi fissi e costi variabili ed evidenzia il contributi che la gestione ha dato sui costi fissi e sulla formazione del reddito.

Tra le tre opzioni viste in precedenza, diciamo che nessuna delle tre è migliore delle altre in assoluto, dipende tutto dal tipo di informazioni che si vogliono ottenere dal conto economico aziendale. Alla fine, un buon commercialista, sarà in grado di suggerire quale delle tre opzioni è la più utile.

Tutto sulla ritenuta d’acconto per prestazione di lavoro occasionale

Ci troviamo in una situazione dal punto di vista lavorativo in base alla quale diventa sempre più difficile riuscire a trovare il posto fisso. Ecco perché sono sempre di più i datori di lavoro che, piuttosto che farsi carico del costo dell’assunzione di un dipendente, anche se a tempo determinato, preferiscono proporre un contratto di lavoro a prestazione occasionale, ovvero limitata ad un certo periodo di tempo e ad un certo lavoro.

Come funziona la ritenuta d’acconto per prestazione occasionale

In sostanza, con questo strumento il datore di lavoro effettua un pagamento come se stesse collaborando con un professionista con partita IVA.

E’ fondamentale che si configuri la situazione secondo la quale il rapporto di lavoro sia occasionale e che il collaboratore, ovvero colui che svolge il lavoro, non è obbligato ad avere una partita IVA (dunque deve avere un guadagno annuo inferiore a 5.000 €).

Il collaboratore deve emettere una ricevuta, che il committente deve pagare. A volte si potrebbe configurare la situazione opposta, ovvero quando è il committente che emette a sé stesso una fattura come se fosse il collaboratore, ma questo capita solo perché quest’ultimo non sa come emettere ricevuta in maniera pratica.

La ricevuta deve contenere, oltre alla data, anche i dati di ambo le parti, la descrizione dell’attività lavorativa che è stata prestata, l’importo lordo e quello netto, ovvero diminuito del 20%.

Pertanto:

  • Il committente, ovvero il “datore di lavoro”, paga effettivamente la somma lorda;
  • Il collaboratore incassa la somma netta;
  • La rimanente parte, ovvero il 20% del lordo, viene versato dal committente come tasse.

Al momento della dichiarazione dei redditi, l’anno successivo, lo stato potrà restituire al collaboratore una parte della somma pagata, tutta la somma pagata (se l’importo del 20% non era in realtà dovuto), chiedere un conguaglio se è stato versato meno del dovuto.

A chi conviene lavorare con contratto di prestazione occasionale?

In realtà è una situazione che non conviene a nessuna delle due parti, salvo il fatto che si tratta di un rapporto di lavoro veramente occasionale.

Il committente, infatti, si ritrova a pagare la stessa somma che pagherebbe per un libero professionista, ma ha in più l’obbligo di dover gestire, fiscalmente parlando, le ritenute d’acconto.

Il collaboratore ha l’unico “vantaggio” che la somma che incassa non è assoggettata all’INPS, dunque non è ulteriormente tassata. D’altro canto, questo vuole dire che quel dato periodo lavorativo non è valido ai fini della pensione.

E’ meglio avere una partita IVA?

E’ una domanda a cui è difficile dare una risposta perché molto dipende da sé stessi e dalla propria situazione. In linea di massima, la partita IVA conviene perché si possono dedurre le spese, si possono pagare le tasse solo l’anno successivo, e solo se effettivamente dovute, si può avere un credito di imposta se la somma delle tasse pagate è superiore al dovuto. Secondo il regime forfettario 2016, infatti, il collaboratore non potrà portare nulla in deduzione dal calcolo del reddito proprio in virtù del fatto che il conteggio dell’imponibile ai fini fiscali viene calcolato in via forfettaria.

Dimissioni: termini e tempi di preavviso per le diverse tipologie di contratto

Quando si ha un lavoro da dipendente si è ovviamente liberi di lasciarlo in ogni momento, ad esempio se non ci si trova bene in azienda o se si è riusciti a trovare un lavoro migliore e più remunerato. Bisogna però fare attenzione al fatto che la legge prevede la necessità di dare un certo preavviso al datore di lavoro per non incappare nel rischio di decurtazione dello stipendio.

Si parla, in questo caso, di indennità di mancato preavviso, e consiste in un importo pari alle retribuzioni che sarebbero spettate per il periodo di preavviso che non è stato lavorato.

Perché bisogna dare un preavviso?

Il contratto di lavoro è un patto che viene sottoscritto tra due parti, datore di lavoro e dipendente, che si accordano relativamente alla fornitura di una certa prestazione lavorativa in cambio di un compenso economico. La legge stabilisce che entrambe le parti di un contratto di lavoro a tempo indeterminato possono recedere dallo stesso a condizione di dare un certo preavviso nel termine e nei modi.

Quanto preavviso occorre dare?

Il preavviso che occorre fornire dipende da quattro varianti:

  • Tipo di contratto di lavoro;
  • Inquadramento;
  • Anzianità di servizio;
  • Qualifica

Preavviso contratto a tempo indeterminato

Nel caso di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, la miglior soluzione è quella di consultare il contratto collettivo a cui si fa capo per capire quanti giorni di preavviso occorre dare. In questo caso influiscono molto anche l’anzianità di servizio e la qualifica, e ogni CCNL stabilisce in maniera autonoma quanto tempo di preavviso è necessario dare in ogni singolo caso. Se non vengono fatte specificazioni, allora si può prendere in considerazione il periodo indicato dal contratto collettivo stesso per la generalità dei lavoratori.

Preavviso contratto a tempo determinato

Nel caso di contratto a tempo determinato non è previsto il recesso anticipato, dunque non è previsto neanche un preavviso. Il codice civile, all’articolo 2119, dice che il contratto di lavoro si può concludere in maniera anticipata solo se entrambe le parti sono d’accordo e solo se c’è una giusta causa.

Questo significa che se il dipendente vuole rassegnare le sue dimissioni prima della scadenza del contratto e non c’è una giusta causa, allora il datore di lavoro può chiedere un rimborso danni per il periodo di tempo di contratto di lavoro non svolto. Lo stesso si può dire per un recesso dal contratto di lavoro effettuato prima della scadenza da parte del datore di lavoro.

Con questa tipologia di contratto, la miglior soluzione in assoluto è quella di raggiungere un accordo tra le parti.

Preavviso contratto a progetto o di collaborazione coordinata continuativa

Per questo tipo di contratto non è previsto nessun preavviso, dunque il contratto può terminare in qualunque momento.

Dimissioni per giusta causa

Se le dimissioni vengono date dal dipendente per una giusta causa, non c’è bisogno di dare alcun preavviso, pertanto non si rischia nulla neanche a livello economico.

Cosa non viene conteggiato nei giorni di preavviso

E’ da tenere presente che il conteggio dei giorni di preavviso non include l’assenza del dipendente in caso di infortuni, ferie, maternità o malattia.

Risposta e contestazione della lettera di richiamo

Una lettera di richiamo è sostanzialmente una comunicazione scritta che viene inviata al dipendente da parte del datore di lavoro con la quale quest’ultimo comunica al primo un richiamo ufficiale per un comportamento scorretto tenuto durante l’orario di lavoro.

La lettera di richiamo, che deve essere spedita dal datore di lavoro al dipendente entro tempi celeri da quelli quando si sono verificati i fatti, può essere inviata per diverse ragioni, alcune delle quali sono:

  • Uso di oggetti aziendali per scopi personali;
  • Continui ritardi nell’arrivo a lavoro;
  • Comportamenti pericolosi a lavoro, sia nei confronti del datore di lavoro che degli altri dipendenti;
  • Comportamenti scorretti, anche in questo caso sia nei confronti del datore di lavoro e della sua azienda, che degli altri dipendenti;
  • Uso del telefono per esigenze proprie, a meno che si tratti di problematiche realmente urgenti, che tuttavia dovranno essere giustificate;
  • Assenza ripetuta dal lavoro senza alcuna comunicazione, anche in questo caso a meno che si tratti di un imprevisto.

Questi elencati sopra sono solo alcuni esempi per i quali è possibile inviare una lettera di richiamo ufficiale. Al suo interno, oltre all’indicazione del “misfatto”, bisognerà anche indicare, sempre in maniera ufficiale e con tono formale, la richiesta di cambiamento nei comportamenti del dipendente e le conseguenze che una mancata adeguatezza potrebbe comportare (ad esempio, il licenziamento).

Cosa può fare il dipendente che ha ricevuto una lettera di richiamo?

E’ pieno diritto del dipendente richiamato rispondere al richiamo stesso e chiedere, eventualmente, di farsi assistere da un rappresentante sindacale.

Dal momento in cui un lavoratore riceve una lettera di richiamo, ha 5 giorni di tempo per poter produrre una risposta. Essa può essere fornita sia in forma scritta che verbale e, qualora il dipendente scegliesse per questa seconda opzione, il datore di lavoro non può rifiutarsi di accettarla.

Nel caso in cui si decidesse di procedere con una lettera, il consiglio che vi possiamo dare è quello di non scriverla mai di getto, ma di prendersi un paio di giorni e magari di farsi aiutare nella stesura da un rappresentante del sindacato.

Cosa può fare il datore di lavoro dopo aver ricevuto la lettera di risposta?

Dal momento in cui il datore di lavoro riceve la lettera di risposta da parte del dipendente, può decidere se andare avanti con la sanzione disciplinare o no.

Nel primo caso, ha 10 giorni di tempo dalla ricezione della risposta per poter procedere e comunicare la sua decisione al dipendente. Se il dipendente non ha presentato risposta, questo termine si riduce a 5 giorni dalla presentazione della lettera di richiamo.

Ovviamente, il datore di lavoro che decida di procedere in ogni caso, dovrà comunque dare giustificazione della sua decisione e motivare il perché ha deciso comunque di procedere.

Se il datore di lavoro decide, invece, di non applicare nessuna sanzione, basterà semplicemente che siano passati i 10 giorni di tempo massimo (dalla data di ricezione della risposta del dipendente) affinché tutto termini. Qualunque sanzione che venga applicata oltre il decimo giorno, è da considerarsi nulla perché fatta oltre i termini di legge.

Revoca amministratore di condominio e nomina del sostituto: ecco come

Se hai problemi con il tuo amministratore di condominio e stai pensando di cambiarlo, vediamo in questa guida completa come poterlo cambiare, ovviamente nel pieno rispetto della legge.

Purtroppo a volte capita che degli amministratori di condominio non ascoltano quello che i condomini dicono, non si prende carico delle loro necessità, è assente, e tanto altro ancora. Non è facile trovare un valido amministratore condominiale, anche perché serve esperienza in diversi campi. Ecco che cosa dice il codice civile, all’articolo 1136, sulla nomina e sulla revoca di questa figura.

Ecco come poter fare, punto per punto.

Sentire il parere degli altri condomini. E’ un passo obbligato, anche perché per poter rimuovere un amministratore dal suo incarico è necessario avere il parere positivo della maggioranza del condomini. Ecco perché dovresti sempre sentire gli altri abitanti del condominio prima di iniziare a muoverti, per avere la certezza di avere altre persone che possano perorare la tua causa e non essere il solo a muoverti contro la corrente.

Cercare un valido sostituto. Abbiamo detto prima che di amministratori condominiali ce ne sono, ma di bravi è veramente complesso trovarne. Fai un giro tra i vari amministratori di condominio della città, chiedi il parere di parenti o amici che abitano in altri condomini e chiedi chi è il loro amministratore e come si trovano. Poi vai direttamente dall’amministratore per conoscerlo di persona, esporgli i problemi che hai avuto con l’altro amministratore e chiedergli in che maniera intende affrontarli. Poi, chiedigli un preventivo.

Convocare un’assemblea straordinaria. La legge di permette di poter convocare in maniera autonoma un’assemblea straordinaria dei condomini. La Disposizione di Attuazione del Codice Civile, all’articolo 66, dice che possono chiedere all’amministratore di convocare un’assemblea straordinaria. La richiesta deve essere fatta da parte di almeno 2 condomini che rappresentino almeno 1/6 del valore dell’edificio. Se l’amministratore non provvede entro 10 giorni, allora i suddetti condomini possono convocare l’assemblea in maniera diretta.

La convocazione deve contenere:

  • Data e ora di prima e seconda convocazione;
  • Luogo dell’assemblea;
  • Ordine del giorno;
  • Avere la firma dei condomini che l’hanno convocata;
  • Inoltrare la convocazione a tutti i condomini e all’amministratore stesso.

Il giorno dell’assemblea, se l’amministratore non si presenta, potrà essere nominato un presidente e un segretario dell’assemblea, che avranno le funzioni di verbalizzare l’assemblea stessa.

Dopo aver provveduto alla revoca del vecchio amministratore e alla nomina di quello nuovo, quest’ultimo dovrà entrare in contatto con il vecchio, inviandogli una copia del verbale dell’assemblea, affinché anch’egli possa essere a conoscenza delle decisioni intraprese.

Vecchio e nuovo amministratore dovranno collaborare attivamente, a questo punto, per procedere al cambio dei poteri di firma su eventuali conti correnti intestati al condominio, sulla domiciliazione delle utenze e per svolgere tutte le operazioni che riguardano il passaggio di consegne.

Il cambio dell’amministratore di un condominio non è una procedura difficile, la legge dà ai condomini tutti gli strumenti adatti per poter procedere, in tempi ragionevoli, per tutelare i loro interessi.

E’ importante avere un buon amministratore, che sia capace di risolvere problemi e dubbi dei condomini, in modo di assicurare una pacifica convivenza tra vicini di casa.

Lavoro e stipendi: il pagamento della tredicesima mensilità la sua maturazione

La tredicesima ci fa venire in mente lo shopping natalizio, una somma che viene solitamente spesa per fare i regali, ed in fondo è il periodo dell’anno durante il quale si può beneficiare di questo mese di stipendio in più. In questa guida affrontiamo in maniera completa tutto quello che c’è da sapere su questa mensilità, a partire dalla sua storia.

La prima volta durante la quale la tredicesima venne prevista fu il 1937, in seguito al contratto collettivo nazionale del periodo. Inizialmente l’unico settore nel quale c’era obbligo di corrispondere questa mensilità aggiuntiva era quello industriale e solo agli impiegati, e bisognerà attendere fino al 1946 affinché lo stesso trattamento vantaggioso venisse esteso anche agli operai. La tredicesima venne poi estesa, in generale, a tutti i lavoratori dipendenti a partire dal 1960, con il DPR 1070. Ad oggi, la tredicesima spetta a tutti e corrisponde, all’incirca, ad una mensilità di stipendio.

Come si calcola la tredicesima

Poiché in Italia non esiste una legge unica che stabilisca con precisione gli stipendi minimi, è rimandato ai vari CCNL (contratti collettivi di lavoro) la facoltà di decidere alcuni aspetti basilari, come la retribuzione minima settore per settore e le voci contrattuali che vengono prese a riferimento per il calcolo della tredicesima.

Esse sono, in generale:

  • la paga base, così stabilito dal CCNL;
  • l’indennità di contingenza, ovvero una voce che aveva lo scopo di uniformare l’importo del salario al costo della vita e che, fino al 1991, era aggiornato ogni 3 mesi. Da quell’anno è stato deciso, grazie ad un accordo tra Governo e dipendenti, che questa indennità venisse lasciata in busta paga, ma ad importo fisso;
  • gli scatti di anzianità;
  • i superminimi assorbibili;
  • il terzo elemento, o EDR, un importo di 10,33 € noto come elemento distinto della retribuzione;
  • un’indennità a carattere continuativo, come ad esempio il maneggio di denaro, della mensa o della cassa.

Non devono essere considerati nel calcolo della tredicesima tutte quelle voci che non sono continuative, come ad esempio i compensi legati al lavoro straordinario o a quello notturno. Se qualcuna di queste voci assumesse, invece, carattere di continuità, allora bisognerebbe iniziarle a considerare.

La tredicesima viene calcolata anche per i lavoratori part time, seguendo le stesse condizioni previste per quelli a tempo pieno, con la differenza che il rateo della mensilità aggiuntiva sarà pari al 50% rispetto a quello di un altro lavoratore, nel medesimo settore, con un contratto di lavoro full time.

Diciamo che, in linea di massima, l’importo della tredicesima corrisponde a quello di una mensilità aggiuntiva, pertanto 1/12 dello stipendio annuo che spetta: è per questo motivo che solitamente si dice che a dicembre si riceve un doppio stipendio (quello di dicembre e la tredicesima).

Quando viene pagata la tredicesima?

Non c’è un giorno fisso da rispettare per il pagamento di questa mensilità aggiuntiva, ma generalmente viene pagata nei giorni precedenti il 25 dicembre. Qualora, invece, un rapporto di lavoro terminasse a metà anno, il pagamento della tredicesima verrebbe calcolato e scatterebbe al giorno del licenziamento.

La modalità di pagamento è la stessa già prevista per lo stipendio normale.

Calcolo del Tfr maturato: valore, tassazione e ultime novità

Il TFR, acronimo di Trattamento di Fine Rapporto, è uno dei vantaggi economici che può vantare il lavoratore dipendente alla fine del suo rapporto di lavoro con un’azienda di ogni tipologia. Il diritto ad avere il TFR lo si ha in ogni caso: licenziamento, dimissioni, raggiungimento dell’età pensionabile. La cosa fondamentale è la fine del rapporto di lavoro subordinato.

Questa somma di denaro, che viene accumulata nel corso della vita lavorativa, rimane accantonata presso il datore di lavoro per le aziende con meno di 50 dipendenti, altrimenti deve essere versata presso la Tesoreria di Stato dell’INPS.

Come calcolare il valore del TFR

Il Trattamento di Fine Rapporto viene calcolato tenendo in considerazione la propria retribuzione, sulla quale a sua volta influiscono l’anzianità lavorativa, lo straordinario fisso, eventuali premi di presenza, provvigioni, premi e partecipazioni e così via.

Il calcolo del trattamento di fine rapporto viene effettuato in maniera molto semplice, come segue:

  • per ogni anno di lavoro che si è prestato, al conteggio totale del TFR viene aggiunta una somma di denaro pari ad una mensilità divisa per 13,50;
  • lo 0,5% dell’importo che viene accontonato ogni anno è destinato all’INPS in qualità di contributo pensionistico;
  • la somma versata come TFR, nota come montante, viene rivalutata di anno in anno.

Tassazione TFR

L’importo maturato in termini di TFR è lordo, nel senso che include anche le tasse che bisogna pagare. Da un punto di vista fiscale, il TFR è assoggettato a tassazione separata, con il conteggio della percentuale da pagare che deve essere calcolata in base al numero di anni (e frazioni) per le quali si è lavorato.

Secondo la legge, l’unica parte di TFR che è assoggettata a tassazione è il capitale accumulato di anno in anno, senza considerare le rivalutazioni che vengono effettuate, che invece vengono disciplinate in maniera diversa.

Nello specifico, per le quote che sono state maturate entro l’anno 2000, la tassazione viene effettuata dal datore di lavoro, mentre per tutte quelle che sono state maturate dopo quell’anno, il datore di lavoro farà solo una ritenuta parziale perché, in seguito, l’Agenzia delle Entrate farà il calcolo corretto di quanto dovuto.

E’ da considerare che qualunque tassazione applicata al TFR può essere soggetta a controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate per verificare la corretta applicazione delle aliquote.

Se il rapporto di lavoro ha avuto una durata inferiore a 2 anni, invece, e il reddito di riferimento è inferiore a 30.000 € , si ha diritto ad alcune riduzioni che vengono calcolate di volta in volta.

Un discorso a parte meritano le indennità equipollenti del TFR, ovvero quelle che sono legate alla durata del rapporto di lavoro dipendente nel settore del pubblico impiego.

Chiudiamo dicendo che un lavoratore che abbia almeno 8 anni di anzianità lavorativa può fare domanda di anticipo del TFR al datore di lavoro, nei limiti del 70% del TFR maturato fino a quel momento. Tale somma di denaro può venire chiesta una sola volta nel corso della durata lavorativa e solo se bisogna fare delle spese straordinarie, come acquistare una casa, oppure fare interventi straordinari di vario genere.

Pensione Part Time: che cosa è e chi può averla

Dal prossimo 20 maggio partirà la possibilità di andare in pensione part time, una novità che è stata prevista dalla legge di stabilità 2016 e che interesserà tutte le persone che potranno contare su una pensione di vecchiaia, per il raggiungimento dell’età pensionabile, entro il 2018.

In sostanza, viene data la facoltà di passare da un lavoro full time ad uno part time senza che questa decisione vada a intaccare l’assegno pensionistico.

Chi può fare domanda del part time agevolato

I requisiti fondamentali che il lavoratore deve avere per poter fare domanda di questo part time agevolato sono:

  • contratto di lavoro a tempo indeterminato;
  • essere un lavoratore dipendente del settore privato;
  • avere un orario di lavoro full time;
  • avere il requisito anagrafico fondamentale per poter prendere la pensione di vecchiaia entro il 2018, ovvero:
    • 66 anni e 7 mesi per gli uomini
    • 65 anni e 7 mesi per le donne, nel biennio 2016/2017, 66 anni e 7 mesi per le donne, nel 2018

Che novità ci saranno

Tutti coloro che decideranno di presentare domanda di part time agevolato potranno scegliere se continuare a lavorare a tempo pieno, oppure andare già per metà in pensione. In questo secondo caso si potrà scegliere di lavorare scegliere un parziale compreso tra il 40% e il 60% dell’orario lavorativo pieno.

Lo stipendio mensile verrà ovviamente ridotto di conseguenza, ma a tale importo si andrà ad aggiungere una contribuzione figurativa che verrà pagata dallo Stato per la prestazione lavorativa non effettuata, così che al raggiungimento dell’età della pensione non ci sarà alcuna penalizzazione in tal senso.

Chi pagherà i contributi

I contributi saranno versati al 100% dall’azienda per la parte del lavoro compiuta dal dipendente, mentre dell’altra parte se ne occuperà lo stato.

Dal momento in cui verrà raggiunta l’età della pensione, il lavoratore potrà andare in pensione percependo l’intero importo previsto, come se avesse lavorato a tempo pieno fino all’ultimo giorno utile.

Retribuzione e busta paga: come calcolare lo stipendio netto dal lordo

Una delle domande più frequenti che i lavoratori subordinati si fanno è come poter calcolare lo stipendio netto partendo dal lordo. Spesso, quando si affrontano i colloqui di lavoro, la retribuzione di cui si discute è lorda e da essa bisognerà levare le tasse da versare in maniera periodica.

Diciamo che non è così semplice come può sembrare fare il calcolo del netto dal lordo, dato che le variabili da considerare sono tante e in considerazione del fatto che, a volte, non si percepisce solo il reddito da lavoro dipendente.

I fattori che indicono sul calcolo del netto dal lordo

Passiamo a fare un primo elenco di fattori che possono incidere in maniera anche considerevole sul calcolo dello stipendio netto:

  • aliquota che viene applicata per la pensione. In sostanza, stiamo parlando della ritenuta INPS (o altre casse previdenziali) a cui si è iscritti in virtù del lavoro che si svolge;
  • detrazione IRPEF da lavoro dipendente, che viene calcolata sul reddito annuo;
  • ammontare dell’importo lordo annuo dello stipendio, sul quale viene calcolata la percentuale di aliquota IRPEF da dover pagare. Ricordiamo che questa tassa è progressiva e aumenta mano a mano che sale anche il proprio reddito annuale;
  • aliquote regionali, provinciali e comunali, che dipendono dal posto dove si vive;
  • il diritto a ricevere gli 80€ in busta paga

Ecco perché il calcolo dello stipendio netto non è facile e non lo si può fare, nella maggior parte dei casi, al volo, ma occorre valutare tutto caso per caso.

Come calcolare lo stipendio netto partendo dal lordo

Diciamo che un modo interessante e semplice (ma anche semplicistico) per calcolare lo stipendio netto partendo da quello lordo è sottrarre una percentuale variabile tra il 25 e il 40%. In genere, è questa la quota di tasse che occorre pagare anno dopo anno.

Questo discorso vale, ovviamente, per i lavoratori dipendenti, dato che chi è titolare di partita IVA ha bisogno di calcolare altre tipologie di aliquote, considerando ad esempio che i contributi pensionistici sono a proprio carico (i dipendenti, invece, hanno una quota di tali contributi che viene pagata direttamente dal datore di lavoro all’ente presso cui si è iscritti).

Ecco dunque che, la prossima volta che si farà un colloquio, o che magari si chiederà un aumento di stipendio, bisognerà considerare questa percentuale per capire se, economicamente parlando, il lavoro che si ha di fronte è conveniente o meno.

Diventa più facile calcolare il netto nel caso di un contratto di collaborazione occasionale o per un contratto a progetto. Nel primo caso occorre sottrarre il 20% dalla somma lorda, mentre nel secondo bisogna togliere la quota IRPEF e un terzo del valore della quota INPS (i rimanenti due terzi vengono pagati dal datore di lavoro).

Perché è importante calcolare lo stipendio netto

Sono tanti i motivi per i quali potrebbe essere importante calcolare lo stipendio netto, non da ultimo quello di avere un’idea dei soldi che si possono “portare a casa” per il lavoro che si svolge e, dunque, poter fare dei conti sul budget a disposizione per fare acquisti più o meno importanti.

Scuola: cosa prevede il CCNL per stipendio insegnanti e personale ATA

E’ spesso una delle domande più fatte da chi vuole prendere parte ad un bando da insegnante o da personale ATA: quanto si può guadagnare facendo l’insegnante in una scuola pubblica, oppure diventando un addetto ATA?

Come per diversi settori in Italia per quanto riguarda la retribuzione, essa è regolata dal CCNL, ovvero dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del comparto Scuola. Si tratta di un documento che precisa, in maniera davvero puntuale, qual è lo stipendio del personale assunto nella scuola, sia a tempo determinato che indeterminato e che si riferisce sia alle scuole che si trovano nel nostro territorio, che a quelle italiane che sono posizionate all’estero.

La suddivisione del comparto scuola

Il CCNL attualmente in vigore, quello del 29 novembre 2007, stabilisce la suddivisione dei dipendenti della scuola, che andremo a vedere. Prima di farlo, però, occorre chiarire che tale contratto collettivo è stato leggermente modificato dai CCNL del 2008/2009 e da quello del 2011, in maniera particolare per quanto riguarda le retribuzioni del personale. Oggi i CCNL del settore scolastico sono concertati dall’ARAN (Agenzia Rappresentanza Negoziale Pubbliche Amministrazioni), un ente statale cui fanno capo tutti i dipendenti della P.A. e delle più importanti organizzazioni sindacali come CGIL, CISL e UIL, ma anche CGU e CONFSAL.

Il personale docente si divide in 4 gruppi:

  • Docenti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria;
  • Docenti di scuola media;
  • Docenti diplomati degli Istituti Secondari di II grado;
  • Docenti laureati degli Istituti Secondari di II grado.

Ecco dunque che tutto il personale ATA si divide in tre aree:

  • Collaboratore scolastico (CS), Area A;
  • Collaboratore scolastico addetto all’azienda agraria (CR), Area As;
  • un’area B al cui interno troviamo gli assistenti amministrativi (AA), quelli tecnici (AT), cuochi (CU), gli infermieri (IF) e i guardarobieri (GU);
  • Direttore dei servizi generali ed amministrativi (DSGA), area D.

Stipendi dei docenti

Per quanto riguarda i docenti, gli stipendio vanno da poco oltre 19.000 € all’anno (12 mensilità) per coloro che insegnano presso le scuole dell’infanzia e primarie, fino agli oltre 32.000 annui per coloro che sono laureati ed insegnano presso le scuole di II grado. I CCNL dividono gli stipendi, sia dei docenti che del personale ATA, in 6 gruppi, a seconda degli anni di servizio:

  • da 0 a 8 anni di servizio;
  • da 9 a 14;
  • da 15 a 20;
  • da 21 a 27;
  • da 28 a 34;
  • oltre 35

Più si va avanti con gli anni di servizio e maggiore sarà lo stipendio annuo che si potrà portare a casa. Ad esempio, un docente laureato che insegna in una scuola superiore di II grado, all’inizio della sua carriera avrà uno stipendio di quasi 21.000 € all’anno, mentre al 35° anno di carriera salirà agli 32.000 che accennato in precedenza.

stipendio-docente

Il personale ATA, invece, ha uno stipendio che varia a seconda del tipo di mansione svolta e si va dai circa 15.000 € all’anno per un collaboratore scolastico che ha meno di 8 anni di esperienza, agli circa 34.500 € all’anno per il direttore dei servizi generali ed amministrativi al 35° anno di carriera.

A queste somme occorre aggiungere anche la 13esima, che si percepisce a dicembre e che è pari solitamente al trattamento dovuto quello stesso mese.

Lavoro: come chiedere l’aumento di stipendio

E’ una di quelle conversazioni che si temono sempre tantissimo ma la necessità di chiedere un aumento di stipendio sta diventando sempre più comune, in particolare per coloro che non hanno un sindacato che agisce per loro conto. Detto questo, qual è il modo migliore per chiedere un aumento? Come con tutte le conversazioni difficili con il proprio capo, la cosa chiave è sapere che cosa si sta cercando di raggiungere e quindi assicurarsi che i messaggi arrivino all’altra parte in modo chiaro e conciso, senza possibilità di confusione.

Conoscere la tua linea di fondo. Quanto sei disposto ad accettare come minimo? In qualsiasi trattativa, bisogna sempre sapere quale sarà la propria linea di fondo. Che cosa è accettabile e cosa non lo è? Se hai mai preso parte a un’asta capirai il concetto di “febbre da asta”, dove l’adrenalina e l’eccitazione possono portare a volte ad offrite più di quanto si era previsto. Ebbene, lo stesso può accadere con le trattative salariali, ma in senso inverso. Si deve sempre sapere fino a che punto si è disposti a scendere.

Tattica. Quali sono le tattiche che adotterai in trattativa? Per esempio, hai intenzione di negoziare o di essere rigido? Hai intenzione di iniziare con una richiesta di un aumento del 20%, ad esempio, sapendo che potresti essere disposto ad accettare anche il 10%? Oppure hai intenzione di chiedere il 20% e rimanere fisso a questo incremento?

Il momento giusto. Ricorda, l’opportunità potrebbe sfumare se si sceglie il momento sbagliato per chiedere un aumento. Meglio optare per un momento in cui il boss non va di fretta e ha tempo di parlare, anche perché è un discorso delicato.

Prepara il tuo caso. Scegli bene gli argomenti per i quali pensi di meritare un aumento: tutti i tuoi colleghi prendono di più o hanno avuto di recente un aumento di stipendio? Quando è stata l’ultima volta che ne hai avuto uno? Con te, la redditività è aumentata?

Smetti di parlare. Una volta che hai fatto la richiesta e messo le carte in tavola, bisogna fare silenzio. Quando si è ansiosi, spesso si ripete la propria tesi più volte, come a renderla più forte. In realtà, questo modo di fare provoca l’effetto opposto. A questo punto, bisogna smettere di parlare. Mantenere la calma. Se il capo dovesse rispondere con un deciso no, bisogna mantenere la calma. Sfogarti può farti sentire meglio, ma raramente aiuta in un negoziato. E, naturalmente, la persona che si arrabbia perde sempre. Quando si è sconvolti per un qualcosa, spesso si va fuori controllo. Meglio allora calmarsi un attimo, respirare e cercare di tornare nel controllo di sé.

Ascoltare sempre. Spesso, quando si è arrabbiati o ansiosi non si ascoltano più gli altri perché la mente sta pensando a tanti argomenti, tutti insieme. Meglio mantenere la lucidità cercando di ascoltare tutto, in questa maniera si potranno capire le motivazioni che hanno spinto al rifiuto e si potrà capire se sono valide o meno. Nel primo caso, bisogna lavorare affinché si possa essere più forte e più bravo di tali motivazioni, nel secondo, bisogna capire se si ha possibilità di lasciare quell’azienda per cercare un lavoro migliore e più remunerato.

Salario: stipendio minimo sindacale in Italia. Retribuzione settore per settore

Si parla di salario minimo per intendere la somma di denaro oraria più bassa che un lavoratore dipendente può prendere per l’opera da lui o lei prestato. In Italia, a differenza del resto d’Europa, il concetto di salario minimo non esiste, per cui diciamo che ogni azienda potrebbe stabilire delle regole interne nel rispetto di quanto stabilito dai ccnl di settore. Certo, poi il mercato genera concorrenza, la quale a sua volta porta il salario minimo a salire per i lavoratori dipendenti più capaci, di conseguenza c’è un importo minimo “fisiologico” oltre il quale nessun’azienda riuscirebbe a trovare un lavoratore dipendente.

Salario minimo sindacale in Italia

Abbiamo anticipato il concetto di salario minimo sindacale per settore, ecco quello che è previsto in Italia per 7 industrie:

  • abbigliamento, 6,60 € / ora;
  • agricoltura, 7,13 € / ora;
  • alberghiero, 7,17 € / ora;
  • industria metalmeccanica, 7,32 € / ora;
  • edilizia, 7,59 € / ora;
  • alimentari, 8,21 € / ora;
  • credito, 11,11 € / ora.

La retribuzione oraria minima cresce ogni anno sulla base dei dati dell’inflazione, per cui non stupitevi se da qualche tempo a questa parte non ci sono grandi cambiamenti dato che questa percentuale non sta crescendo a causa della crisi economica.

Nonostante questo, in Italia è prevista un’indennità minima per la partecipazione agli stage, una cosa non di poco conto perché spesso, nel nostro paese, prendere parte ad uno stage è un’operazione che si fa completamente a titolo gratuito.

Le retribuzioni minime in Europa

Vogliamo fare adesso un confronto tra la nostra situazione e quella Europea, per capire come stiamo messi e se ci sono paesi in cui la situazione dei lavoratori subordinati è migliore.

I paesi in cui non è prevista alcuna retribuzione minima, oltre al nostro, sono anche la Svizzera, l’Austria e il trio scandivano. Si ha una retribuzione minima inferiore alle 500 nei paesi dell’Europa dell’Est, come la Polonia o l’Ungheria. E’ compresa tra 500 e 1.000 € in Spagna, Portogallo e Grecia, è infine superiore a 1.000 € al mese in Francia, Germania, Benelux, Regno Unito ed Irlanda.

Dunque, e se non c’è alcuna legge che regola il minimo, ci sono delle disposizioni sindacali a cui doversi necessariamente attenere.

Cosa fare se lo stipendio è inferiore al minimo?

Qualora si prenda uno stipendio inferiore rispetto al minimo sindacale, è fondamentale rivolgersi al sindacato di riferimento, che si occuperà di verificare la situazione. Dopo aver chiesto aiuto a questo ente per una consulenza ed un parere, si può fare ricorso, ovvero si può iniziare un’azione pratica con la quale il dipendente può essere certo della corrispondenza tra stipendio e mansione svolta. Qualora ci siano delle differenze, egli può ottenere indietro la differenza (anche passata).

In questo caso dovrà essere un giudice ad emettere una sentenza, dando disposizione all’azienda in questione di pagare gli arretrati.

Perché lo stipendio minimo è importante?

In maniera semplice, da lavoratore dipendente è fondamentale avere uno stipendio minimo di un certo livello per essere certo di avere uno stile di vita dignitoso e proporzionato al lavoro che si svolge.

Oltre a questo, lo stipendio minimo garantisce di non subire sfruttamenti di vario genere da parte del datore di lavoro, che deve rispettare quanto stabilito dai sindacati.

Impresa individuale: tassazione e plusvalenza per la cessione d’azienda

Quando si parla di cessione aziendale è importante ricordare che si è soggetti al pagamento delle imposte sui redditi, che vengono calcolate sulla differenza tra il valore della stessa e la somma di denaro incassata per la vendita stessa. La legge ha stabilito due diverse norme a seconda del fatto che si parli di una cessione di società di capitali o di una società di persone / ditta individuale: rispettivamente bisogna far riferimento all’articolo 86 e al 58 del Tuir.

Plusvalenze per la cessione di società di persone / individuali

Nel caso specifico dell’imprenditore individuale e della società di persone, le plusvalenze che si ottengono dalla vendita dell’impresa vanno a formare reddito imponibile IRPEF, tranne se il contribuente decide di scegliere la tassazione separata, come al secondo comma dell’art. 17 del Tuir.

Per poter calcolare il valore della plusvalenza derivante dalla vendita bisogna sommare tutti i valori fiscali che compongono la stessa al momento della cessione. A questo importo bisognerà sommare i crediti e sottrarre i debiti.

Il calcolo del valore fiscale dei beni al momento della cessione viene dedotto dalla situazione fiscale e contabile aggiornata al momento della cessione. E’ da considerare che ogni singolo bene ha un valore pari all’ammortamento non ancora goduto. Bisogna inoltre ricordare che quando si parla di ammortamento dei beni sia materiali che immateriali è fondamentale calcolare in maniera tale che sia pro-rata temporis, così come indicato dalla risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 41 / E / 2002 .

Per poter definire al meglio il valore ancora da ammortizzare, che dunque dovrà essere calcolato nel conteggio del valore dell’azienda, bisogna valutare non solo quello che è stato indicato dai libri contabili, ma anche dal registro dei cespiti ammortizzabili (che contiene al suo interno tutti i beni durevoli che possono essere ammortizzati nel corso della vita aziendale).

Come calcolare le tasse da pagare sulla cessione dell’impresa individuale

Per poter effettuare il calcolo della plusvalenza che deriva dalla cessione aziendale, come detto in apertura, bisogna considerare che si può optare per la tassazione separata. Per la precisione, il Tuir stabilisce che tale tipologia di tassazione può essere applicata solo alle aziende che sono cedute dopo 5 anni di possesso da parte dell’imprenditore individuale stesso.

In questo caso bisogna considerare che va versata, all’Agenzia delle Entrate, una somma pari al 20% dell’imponibile, a titolo di acconto. Per la restante parte, che verrà calcolata dall’Agenzia stessa, bisognerà attendere una comunicazione apposita che indicherà quanto effettivamente bisognerà pagare.

Se, dopo la cessione, l’imprenditore rimane tale, nel senso che ha un’altra azienda che fa capo a lui, allora può avvantaggiare della rateazione della plusvalenza, in caso contrario no. Non ci sono modifiche, invece, alla possibilità di avvalersi della tassazione separata.

Cosa fare in caso di tassazione non separata

Se, per scelta o per obbligo, non ci si possa avvalere della tassazione separata, allora bisogna considerare che l’importo della plusvalenza va aggiunto al reddito imponibile IRPEF e va tassato come di consueto per qualunque altra tipologia di reddito, rispettando dunque le scadenze imposte dalla legge italiana per il pagamento delle tasse sulla persona fisica.

Tutto sulle pensioni precoci dei lavoratori per il 2016

Uno dei dilemmi che il mondo lavorativo e contributivo italiano sta affrontando nel periodo più recente è quello relativo alle pensioni precoci. Si tratta, in sostanza, della possibilità di andare in pensione ed iniziare a godere del trattamento previdenziale al raggiungimento dei 41 anni di contributi e senza dover necessariamente attendere l’età anagrafica minima per poter andare in pensione.

Per tutti quei lavoratori che hanno iniziato ad operare in giovane età e che oggi, dopo anni e anni di fatica, vogliono prendersi un po’ di riposo, è una questione particolarmente delicata, a ragione.

Uno degli ultimi problemi riguarda il fatto che nel disegno di legge Damiano (ddl 857) non si parla in assoluto della pensione precoce, cosa che invece era stata pensata in primis dalla legge Fornero.

La famosa quota 41, chiamata così in virtù del fatto che si va in pensione al raggiungimento dei 41 anni di contributi, è ancora molto fumosa.

Già i primi lavoratori hanno cominciato a manifestare il loro malessere e a dichiarare di non capire affatto questa situazione. Effettivamente, l’idea che non si parli della Quota 41 è sconvolgente, anche in considerazione del fatto che questa legge può davvero agevolare sia le persone ad andare in pensione, sia i giovani ad entrare nel mondo del lavoro (se una persona va in pensione, si libera un posto che potrebbe essere occupato proprio da chi è più giovane).

Se la legge non dovesse passare, i lavoratori di oggi sarebbe costretti a lavorare ancora per qualche mese, fino al raggiungimento di 42 anni e 10 mesi di contributi, oppure di 41 anni e 10 mesi per le donne. L’età minima contributiva salirà poi a 43 anni dal 2019 e dovrebbe ancora aumentare fino ad arrivare in totale a 45 anni di contributi.

Ora, se ci sono delle tipologie di lavoratori per i quali lavorare fino in più tarda età potrebbe non essere un problema, per altre, che svolgono lavori manuali e pesanti, la situazione potrebbe essere difficile. Immaginiamo i muratori, persone che si spaccano davvero la schiena, e per i quali pensare di sostenere certi ritmi di fatica oltre una certa età inizia a diventare davvero pesante.

C’è anche chi ha detto che per il 2016 sia tutto fermo (cosa che la legge Damiano potrebbe effettivamente significare) e che tutto è rimandato al 2017.

Nel corso degli ultimi giorni sta prendendo piede anche la proposta nota come APE, che sta per anticipo pensionistico. In sostanza, l’INPS erogherebbe un anticipo della pensione a tutti coloro che sono nati tra il 1951 e il 1953 e che, ad oggi, non hanno ancora raggiunto i requisiti minimi per la pensione di vecchiaia.

Tale somma dovrà poi essere restituita, sempre all’INPS, pagando delle piccole rate ad una penalizzazione del 4% annuo. In sostanza, è come se fosse un prestito sulla pensione che bisognerà ridare all’ente pensionistico pagando un tasso di interesse del 4%.

Al momento non è chiaro se tale APE diventerà realtà o meno, se lo fosse dovrebbe essere inserita nella legge di stabilità 2017.

Nel frattempo non ci resta che fermarci ad osservare le decisioni che i politici stanno prendendo in merito al tema delle pensioni, che sta diventando sempre più caldo.

Pensioni 2016: il calcolo del coefficienti di trasformazione

Nel sistema delle pensioni, i coefficienti di trasformazione sono usati per trasformare la pensione annua in montante contributivo, il quale viene messo da parte, dal datore di lavoro, ai fini pensionistici. Tali coefficienti variano a seconda dell’età anagrafica in cui il lavoratore inizia a godere della pensione, in maniera proporzionale: aumentano con il crescere dell’età. In sostanza, l’importo del trattamento contributivo pensionistico sarà maggiore quanto più tardi si va in pensione.

Aggiornamento dei coefficienti di trasformazione

Dopo la legge Fornero del 2011, tali coefficienti sono aggiornati ogni tre anni per far fronte all’adeguamento della speranza di vita. In futuro è previsto che si ridurranno in maniera progressiva mano a mano che la qualità della vita e la seguente speranza aumenta.

Il 2016 è stato l’anno in cui abbiamo visto proprio un aggiornamento di tali coefficienti, pertanto che è andato (o andrà) in pensione quest’anno, dovrebbe avere un coefficiente inferiore rispetto a chi, invece, è andato in pensione nel 2013, nel 2014 o nel 2015.

Giusto per fare un esempio di coefficiente, se il lavoratore ha 57 anni al momento in cui va in pensione, il coefficiente è del 4,246%, mentre se ne ha 60 è del 4,589%, a 65 è di 5,326 ed infine a 70 ed oltre è del 6,378%.

Come funziona il coefficiente di trasformazione

In realtà è molto facile da capire e da calcolare. Immaginiamo un lavoratore che ha iniziato a lavorare nel corso del 1996 e che, al 2016, ha già versato 20 anni di contributi. Se ogni anno a versato 8.000 € a tale scopo, dopo 20 anni avrà un montante di circa 160.000 € . Per poter convertire tale importo in una pensione annua lorda, è sufficiente applicare la percentuale del coefficiente. Se, ad esempio, quest’anno, questo lavoratore ha 65 anni, bisogna fare:

160.000 € x 5,326% = 8.521,6 €

Questo significa che la pensione annua sarà di 8.521,6 € , ovvero poco più di 710 euro al mese.

Se fosse andato in pensione a 70 anni, invece, il calcolo sarebbe stato:

160.000 € x 6,378% = 8.521,6 € = 10.204,8 €

Il che significa una pensione mensile di circa 850 € al mese.

E’ da tenere presente che, nel calcolo della pensione annua lorda, il coefficiente deve essere aumentato di tanti dodicesimi per ogni mese in più di lavoro che formi una frazione di anno. Questo per riflettere i mesi in più in cui il dipendente ha lavorato e prestato la sua opera.

Ad esempio, se si va in pensione a 59 anni e 6 mesi, il coefficiente del 4,447% dovrà essere aumentato dei 6/12 calcolati sul coefficiente appena dopo, che in questo caso è quello di 60 anni, ovvero 4,589%. Dunque, ai fini del nostro calcolo, il nuovo coefficiente di contribuzione sarà 4,447 + (6/12 x 0,04589). Un aggiornamento giusto ed equo, che riflette in questo caso i mesi in più lavorati.

Chi è soggetto al coefficiente di trasformazione?

  • Lavoratori che hanno i contributi versati dal 1° gennaio 1996 (da qui il nostro esempio di prima), i quali hanno un assegno mensile con il sistema del calcolo contributivo;
  • coloro che, anche se aventi una contribuzione antecedente al 31 dicembre 1995, hanno un sistema contributivo di anzianità dopo il 1° gennaio 2012 o al 1° gennaio 1996;
  • i lavoratori che optano in maniera volontaria per il calcolo della pensione usando il metodo contributivo.

Tfr e Tfs per dipendenti pubblici: nuovi termini per la pensione degli statali

TFR e TFR sono due indennità che vengono riconosciute a chi è un lavoratore statale, erogate alla fine dell’attività lavorativa indipendentemente dal motivo che ha portato a questo evento: se licenziamento, dimissioni o pensione.

TFR 2016, a chi spetta?

Il TFR, Trattamento di Fine Rapporto, spetta a tutti i lavoratori del settore pubblico che sono stati assunti a partire dal 31 maggio 2000 se dipendenti a tempo determinato, oppure dal 31 dicembre 2000 nel caso di dipendenti a tempo indeterminato.

In maniera opzionale, possono aver diritto al TFR anche tutti i dipendenti della pubblica amministrazione assunti prima del 31 dicembre 2000 qualora avessero deciso di aderire, in maniera contestuale, al fondo di previdenza complementare.

TFS 2016, a chi spetta?

Il TFS, Trattamento di Fine Servizio, spetta invece ai dipendenti del pubblico impiego alla fine del rapporto di lavoro. Spetta ai dipendenti della Pubblica Amministrazione che sono stati assunti, con un contratto a tempo indeterminato, dopo il 31 dicembre 2000, oppure a coloro che sono stati assunti come lavoratori a tempo determinato se hanno versato contributi al fondo previdenziale INPDAP per almeno 12 mesi.

Come calcolare il TFR

Il calcolo del Trattamento di Fine Rapporto si fa sulla base dell’accantonamento di una quota che è pari al 61,9% della retribuzione annua e relative rivalutazioni, inclusa anche delle frazioni di anno. In quest’ultimo caso la quota del TFR viene ridotta in proporzione, mentre viene comunque conteggiata come un mese intero se il periodo di lavoro di riferimento è di almeno 15 giorni.

Il TFR accantonato nel corso degli anni di lavoro viene rivalutato sulla base della rivalutazione ISTAT, ogni anno, applicando alla somma in denaro una percentuale fissa del 1,5% ed una variabile che viene calcolata facendo il 75% dell’aumento del precedente mese di dicembre.

Ad esempio, in caso di dipendente che ha diritto a ricevere il TFR nel corso del 2016, il 75% di cui sopra viene calcolato in riferimento al 31 dicembre 2015.

Quando il lavoratore pubblico raggiunge i requisiti di pensione, oppure non lavora più e ha comunque diritto al TFR, esso viene corrisposto d’ufficio. Questo significa che il lavoratore non deve fare alcuna richiesta né all’INPS, né all’amministrazione presso cui ha lavorato, deve solo sottoscrivere il quadro G del modelli Tfr1 dell’INPS, che viene a sua volta compilato dall’amministrazione.

Compilazione e invio di questo modulo si può fare anche tramite una procedura digitale, accedendo al sito ufficiale  dell’INPS con i dati di accesso che si hanno a disposizione. Sempre tramite il portale web, è anche possibile calcolare la somma TFR spettante in caso di licenziamento, sempre aggiornata.

L’importo del TFR viene corrisposto in una somma unica se esso non supera i 50.000 € , altrimenti si paga un due rate uguali per importi compresi tra 50.000 e 100.000 € , oppure ancora in 3 rate annuali se l’importo è superiore a 100.000 € . In entrambe questi casi, la prima e la seconda rata sono pari a 50.000 € , e vengono pagate precisamente dopo che sono passati 6 e 12 mesi da quando inizia il diritto a ricevere il TFR.

Le somme sono pagate tramite un bonifico sul proprio conto corrente bancario o postale, oppure con altra modalità di pagamento elettronica.

Pensione militare 2016: contributi e accesso per carabinieri e forze armate

Il 2016 è stato un anno di grande rivoluzione per quanto riguarda il comparto pensioni del nostro paese. Tra le varie, ci sono state alcune novità anche per i militari, dai carabinieri fino alle forze armate in genere.

Le novità riguardano un allungamento dell’anzianità lavorativa necessaria per poter godere della meritata pensione: da quest’anno saranno necessari quattro mesi in più di servizio rispetto allo scorso, mentre dal 2017 potrebbero essere necessari 66 anni e 7 mesi.

Ci sono, però, delle deroghe specifiche che riguardano singole pensioni e singole situazioni.

Pensione di anzianità

Per poter avere la pensione di anzianità, che viene calcolata in base ai contributi che sono stati versati nel corso della propria vita lavorativa, ci sono tre soglie:

  • 35 anni di contributi e 57 anni e 7 mesi di età;
  • 40 anni di contributi versati entro il 2011 e 53 anni e 7 mesi di età;
  • 40 anni e 7 mesi di contributi, senza guardare l’età anagrafica del soggetto

Per tutti questi soggetti, le pensioni sono soggette alle finestre mobili, un meccanismo secondo il quale c’è un periodo di slittamento variabile dal momento in cui si arriva ad avere dei requisiti pensionistici e quello in cui, effettivamente, si può andare in pensione.

Questo periodo intermedio, noto anche come “finestra”, è di 12 mesi, che arrivano a 15 se si vuole avere la pensione di anzianità con 40 anni e 7 mesi di contributi versati (il terzo caso riportato in precedenza).

Pensione di vecchiaia con più di 35 anni di servizio

Per chi ha fatto più di 35 anni di servizio e ha raggiunto l’età pensionabile, può andare in pensione con una finestra mobile di 12 mesi.

L’età anagrafica necessaria varia a seconda del lavoro svolto:

  • dirigente generale, 65 anni
  • dirigente superiore, 63 anni
  • qualifiche inferiori, 60 anni

Pensione di vecchiaia con meno di 35 anni di servizio

Per chi ha prestato meno di 35 anni di servizio, l’età pensionabile cambia rispetto a prima. Resta invece fisso il requisito fondamentale della finestra mobile di 12 mesi.

L’età anagrafica necessaria, in questo caso, cambia come segue:

  • dirigente generale, 65 anni e 7 mesi
  • dirigente superiore, 63 anni e 7 mesi
  • qualifiche inferiori, 60 anni e 7 mesi

Cosa attenderci per il 2017

Come detto in apertura, per il 2017 potremmo vedere, anche per tutti i lavoratori delle forze armate, un incremento ulteriore dell’età pensionabile, tanto che potrebbe arrivare a 66 anni e 7 mesi. Resta difficile immaginare di innalzare l’età pensionabile a questa soglia anche per chi si trova, oggi, parecchio distante, come chi svolge qualifiche inferiori, ma rimaniamo in attesa di ulteriori informazioni in merito da parte del Governo.

Per chi ha raggiunto l’età anagrafica nel 2015

E’ da segnalare per le pensioni di vecchia i limiti che sono indicati sono quelli previsti per gli ordini principali. I singoli ordinamenti potrebbero indicare dei requisiti diversi, che è opportuno verificare per tutti coloro che stanno pensando di lasciare il servizio ed andare in pensione.

Infine, diciamo che se un lavoratore dipendente raggiunge, nel 2015, il limite di età anagrafico necessario per andare in pensione, allora lo stesso viene incrementato di 3 mesi.