Scontrino, fattura o ricevuta fiscale: la normativa e per chi è obbligatorio

Scontrino, ricevuta fiscale e fattura sono i tre documenti fondamentali che bisogna emettere per non incorrere nel reato di evasione fiscale. Vediamo che cosa sono nello specifico, quando devono essere emessi e chi è esente.

Scontrino fiscale

L’emissione dello scontrino fiscale è obbligatorio per legge, altrimenti si incorre in una multa. Per la precisione, questo documento deve riportare:

  • Data e ora di emissione
  • Dati identificativi dell’azienda che lo emette;
  • Importo pagato;
  • Numero progressivo;
  • Logotipo fiscale, composto dalla sigla “MF” e da una serie di numeri e di lettere.

Per chi fa detrazione delle spese dalla dichiarazione dei redditi, come nel caso delle persone fisiche che detraggono le spese per le medicine, è necessario richiedere lo scontrino parlante, ovvero quello che riporta anche il codice fiscale dell’acquirente. In questo caso bisogna specificare di aver bisogno di uno scontrino parlante prima dell’emissione di quello normale.

Scontrino non fiscale

Alcuni ristoranti o bar possono emettere lo scontrino non fiscale. E’ fondamentale che il locale emetta uno scontrino differente da quello fiscale come colore e che indica esplicitamente che non si tratta di uno scontrino fiscale. Questa tipologia di documento vale solo se al cliente viene comunque rilasciato altro documento fiscale.

Ricevuta fiscale

Si tratta di un documento che viene rilasciato in vece dello scontrino e che ha la stessa validità.

In maniera particolare, lo scontrino fiscale deve indicare:

  • La qualità e la quantità dei beni ceduti o dei servizi che sono prestati;
  • I dati identificativi di chi emette lo scontrino, inclusa ovviamente la partita IVA;
  • L’importo dovuto, IVA inclusa.

La ricevuta fiscale non porta alla distinzione della somma dovuta in termini di capitale e IVA, ma quanto spettante al venditore viene indicato in una unica cifra.

La ricevuta fiscale può essere emessa anche manualmente, usando degli appositi moduli.

Fattura

E’ necessario emettere fattura dal momento in cui il cliente ne fa richiesta. La domanda può essere fatta sia dalle aziende che da liberi professionisti, purché titolari di partita IVA.

La fattura presenta la particolarità che la somma da pagare viene “scissa” tra importo imponibile (il valore del bene o del servizio venduto) e l’imposta, ovvero l’IVA. La somma dei due dà adito al totale che il cliente deve pagare.

Esattamente come per la ricevuta fiscale, anche la fattura deve contenere:

  • Qualità e quantità dei beni ceduti o dei servizi prestati;
  • I dati identificativi di chi emette lo scontrino, anche in questo caso ovviamente la partita IVA deve essere indicata;
  • L’importo imponibile;
  • L’importo dell’imposta;
  • L’importo totale.

Esonero dall’emissione dello scontrino

Possono evitare di emettere scontrino fiscale i tabacchi e i negozi che vendono solo prodotti commercializzati dai monopoli dello Stato, chi vende carburante, chi vende prodotti agricoli nel caso di regime speciale, i giornalai, chi propone scommesse e concorsi, i gondolieri della laguna veneziana; i parrucchieri, barbieri, estetisti, sarti, chi vende cartoline e souvenir nel caso in cui sono dei venditori ambulanti senza alcuna struttura motorizzata.

Sono esonerati dall’emissione dello scontrino anche le aziende che fanno parte di gruppi il cui fatturato è superiore a 10 milioni di euro, a condizione che inviino telematicamente tutte le entrate all’Agenzia delle Entrate.

Ditta individuale: modalità di apertura della Partita IVA

Per chi volesse avviare un’attività imprenditoriale come autonomo o come ditta individuale, ci sono diversi aspetti da considerare dal punto di vista fiscale e contributivo. In questo articolo andiamo ad affrontare i passaggi che bisogna fare per aprire una partita IVA individuale e che cosa bisogna sapere da un punto di vista delle tasse.

Ditta individuale o lavoratore autonomo?

Fare questa distinzione a monte è fondamentale perché da essa dipende l’aspetto fiscale e contributivo della propria attività economica. In generale, diciamo che possono aprire una ditta individuale tutto gli artigiani ed i commercianti, ovvero soggetti che devono iscriversi al Registro delle Imprese, tenuto presso la Camera di Commercio di ogni provincia.

Gli artigiani sono quei soggetti che svolgono delle attività fatte in maniera, appunto, artigianale, come i pasticceri, i fabbri, i meccanici, i parrucchieri. Dall’altro lato, i commercianti acquistano merci o materie prime con lo scopo di rivenderle e lucrare sulla differenza. Tra i commercianti possiamo distinguere i dettaglianti, ovvero quelli che si rivolgono al grande pubblico, e i grossisti, che invece si rivolgono esclusivamente alle imprese e per acquistare dai quali occorre avere una partita IVA. Tra i commercianti possiamo far rientrare anche coloro che vendono oggetti su internet, tramite un proprio negozio di e-commerce o magari attraverso marketplace, siti di aste o di annunci.

I lavoratori autonomi sono invece tutti coloro che svolgono un’attività prevalentemente intellettuale. Nell’elenco possiamo vedere avvocati, notai, consulenti del lavoro, architetti, psicologici e così via. Non fa distinzione, invece, essere soggetti ad iscrizione in un albo professionale o meno.

La distinzione fondamentale tra imprenditore individuale e libero professionista sta principalmente nel tipo di lavoro svolto.

Disciplina fiscale

Dal punto di vista del fisco, essere imprenditore individuale o libero professionista cambia di molto la propria situazione.

Questi ultimi vengono tassato solo per i compensi effettivamente ricevuti nel periodo di imposta, al quale vengono sottratti ovviamente i costi. In sostanza, si applica un principio di cassa.

Al contrario, gli imprenditori individuali vengono tassati sul reddito imponibile annuale determinato sulla base dei ricavi che hanno avuto la loro manifestazione economica nell’anno di esercizio, indipendentemente da quando sono stati incassati. In sostanza, i ricavi vengono tassati purché fatturati, anche se non sono stati incassati.

Disciplina contributiva

Anche per quanto riguarda i contributi ci sono delle notevoli differenza tra liberi professionisti e imprenditori individuali.

Questi ultimi sono obbligati ad iscriversi all’INPS, nella gestione dedicata a commercianti ed artigiani. Questa gestione prevede il pagamento di contributi previdenziali fissi, che non sono calcolati in base al fatturato. Da dire che, a fine anno, se si superano determinate soglie di reddito, bisognerà versare un conguaglio.

Al contrario, i liberi professionisti devono pagare i contributi in base al volume di fatturato annuo. Una considerazione a parte deve essere fatta per quei liberi professionisti che non devono iscriversi ad un ordine professionale: in questo caso occorre iscriversi alla gestione separata INPS, che prevede il pagamento dei contributi calcolati sulla base del reddito imponibile del professionista.

Poche differenze che, però, alla fine dei conti, sono sostanziali per capire quanto bisogna pagare.

Partita IVA: INPS e contributi previdenziali per professionisti. La guida per il 2016

La Legge di stabilità 2016 ha creato il nuovo regime forfettario, del quale possono entrare a far parte tutti i liberi professionisti ed autonomi senza cassa e soggetti a gestione separata. Ecco le novità che bisogna conoscere, punto per punto.

Contributi previdenziali INPS professionisti con gestione separata

Chi vuole aprire una Partita IVA nel 2016 deve prestare attenzione alle regole sui contributi previdenziali INPS, in maniera particolare per quello che riguarda i professionisti senza cassa.

In linea generale diciamo che ci sono due diverse gestioni previdenziali per quanto riguarda tutti coloro che aprono una partita IVA per gestire un’attività di servizi e non sono soggetti alla registrazione presso la Camera di Commercio: la prima riguarda la gestione separata INPS per i professionisti senza cassa, ovvero coloro che svolgono un’attività professionale ma non hanno necessità di iscriversi a qualche albo, la seconda invece riguarda tutti coloro che devono prendere parte alla cassa previdenziale di riferimento.

Tra i professionisti senza cassa possiamo poi distinguere ancora due situazioni: la prima riguarda i soggetti che sono iscritti ad altra gestione previdenziale e non hanno alcun trattamento pensionistico in favore, la seconda invece riguarda coloro che sono registrati presso un’altra gestione previdenziale o sono titolari di un reddito da pensione.

Chi non è iscritto ad alcuna gestione previdenziale o non percepisce alcun trattamento pensionistico, deve pagare una quota pari al 27,27% del reddito fiscale dichiarato, mentre chi è iscritto ad un’altra gestione previdenziale, può pagare un’aliquota più vantaggiosa, pari al 24%.

Contributi previdenziali INPS artigiani e commercianti

Nel caso specifico degli artigiani e dei commercianti, essi devono iscriversi alla Camera di Commercio e, pertanto, devono essere iscritti alla gestione separata INPS artigiani e commercianti. Il minimale contributivo che bisogna prendere in considerazione in questo caso è pari al 35% (chi aveva aperto la partita IVA lo scorso anno non era soggetto ad alcun importo minimo).

Artigiani e commercianti che hanno un sistema fiscale forfettario devono pagare, alle scadenze ordinarie del 16 febbraio, 16 maggio, 16 agosto e 16 novembre, i contributi sul minimale.

In seguito, bisogna verificare con il Modello Unico 2017 (che riguarda i redditi dell’anno precedente) se il reddito forfettario è maggiore o inferiore a quello minimale, ridotto al 35%.

Se il reddito forfettario è inferiore al minimale, allora non bisogna versare alcun acconto, in caso contrario bisognerà pagare la differenza 2016, ridotta del 35%.

Come calcolare il reddito fiscale ai fini del calcolo forfettario? Semplicemente, basta applicare la formula “fatturato x coefficiente di redditività”.

Tale coefficiente viene calcolato a seconda del codice ATECO di iscrizione della propria attività produttiva.

Tale importo è fondamentale anche per calcolare l’imposta sostitutiva del 15% tipica di chi lavora con il regime forfettario.

Per poterne sapere di più e con maggior precisione, rimaniamo in ogni caso in attesa della circolare INPS sulla gestione separata dei contributi previdenziali previsti per le nuove partite IVA, ovvero quelle aperte più di recente. Tale circolare potrebbe sia confermare l’interpretazione della norma che dare un nuovo punto di vista, da cui partire per poter fare un calcolo contributivo diverso e più preciso.

Tasse sulle Imprese: Italia ultima in Europa

Il Centro Studi ImpresaLavoro ha pubblicato la seconda edizione del suo Indice della Libertà Fiscale e ha rilevato come, in Italia, siamo all’ultimo posto, tra i 28 dell’UE, per pressione fiscale, sia per i cittadini che per le imprese.

L’indice, che analizza 7 indicatori, è stato elaborato partendo dai dati Eurostat e da quelli del rapporto Doing Business della Banca mondiale.

Il nostro paese si trova all’ultimo posto della classifica con solo 39 punti. Più sopra di noi, ma sempre sotto il valore di 50 ci sono Belgio (con 41), Francia, Austria, Grecia e Danimarca (con 49). Germania, Spagna e Olanda non sono messe molto meglio, con valori di 52, 54 e 59 rispettivamente.

In testa alla classifica ci sono invece i paesi che, pur essendo nell’area economica dell’euro, hanno deciso di non rinunciare alla loro sovranità monetaria: la vicina Svizzera al primo posto con 75 punti, il Regno Unito con 65 e la Svezia con 60. Sono queste tre le nazioni che sono più libere da un punto di vista fiscale.

In mezzo a queste tre teste di serie, troviamo invece due eccezioni (che rimangono tali), ovvero Irlanda con 74 punti e Lussemburgo con 68. Entrambe questi paesi hanno delle leggi in favore delle aziende che ne attraggono gli investimenti. D’altronde, basti pensare che le tasse sulle imprese nel verde paese irlandese sono il 10%, mentre in Italia si arriva tranquillamente al 60% ed oltre (lo stesso studio evidenzia come le tasse medie che un imprenditore in Italia deve pagare solo del 64,8%).

Viene da chiedersi perché, se ci sono paesi che riescono tranquillamente ad andare avanti facendo pagare delle tasse nettamente inferiori, nel nostro dobbiamo per forza sottostare a questa percentuale che certamente non invoglia a fare business e che, anzi, ogni volta che ci sono da pagare le tasse, si suda sempre freddo.

Fatto sta che è così e che spetta ovviamente alla politica decidere di metterci una pezza.

Apertura partita IVA: come farlo e con quale modello

L’apertura della partita IVA è fondamentale, in Italia, per poter svolgere attività d’impresa o per diventare a tutti gli effetti un libero professionista. In questo articolo andremo ad affrontare il procedimento che bisogna svolgere per poter avere una partita IVA, parleremo dei documenti necessari e dei costi della pratica.

Chi deve aprire partita IVA?

Partiamo subito dal dire chi non deve aprire partita IVA: secondo l’articolo 5 del DPR 633/72, deve fare domanda di richiesta di partita IVA il soggetto che svolge un’attività abituale, anche se non esclusiva, di lavoro autonomo o di impresa.

Il requisito fondamentale è, dunque, l’abitudinarietà allo svolgimento di un’attività economica. Al contrario, chi svolge delle prestazioni occasionali non deve compere tutto il procedimento, rientrando lo stesso all’interno delle prestazioni di lavoro autonomo occasionale.

Come aprire la partita IVA

Ora che abbiamo capito quali sono i soggetti che sono tenuti all’apertura della partita IVA, vediamo i passi necessari per poterlo fare.

La prima cosa è avere a disposizione il modello AA9/7 per i liberi professionisti e quello AA7/7 per le società, da usare sia per la prima apertura che per la modifica di dati precedentemente comunicati.

Questo modello deve contenere il codice ATECO, ovvero il codice che permette di capire, in maniera veloce, l’attività che l’azienda o il libero professionista ha intenzione di svolgere. Si tratta di un codice con qui l’Agenzia delle Entrate permette di identificare le attività economiche.

Il modello compilato deve essere presentato a mano presso l’Agenzia delle Entrate, può essere inviato tramite raccomandata con ricevuta di ritorno (ricordandosi di allegare una copia del documento di riconoscimento), oppure può essere inviato all’Agenzia per via telematica.

Costi della partita IVA

In sé, l’apertura della partita IVA non ha costo, ad eccezione della spesa per il commercialista, qualora decidiate di far eseguire tutto ad un professionista.

Ci sono, però, dei costi di gestione dell’attività aziendale, oltre che quelli legati alla previdenza sociale (la pensione) e alle tasse da pagare ogni anno.

Per quanto riguarda il costo del commercialista, la spesa dipende molto dal professionista: alcuni non chiedono nulla a condizione di diventare in seguito dei clienti, altri invece possono applicare un onorario di alcune centinaia di euro.

La scelta del regime fiscale

L’apertura della partita IVA comporta anche la scelta del regime fiscale da applicare all’azienda. Uno dei più vantaggiosi, ad oggi, è quello forfettario agevolato, garantito dalla legge di Stabilità 2016, il quale permette di pagare delle tasse pari al 15% del fatturato, che viene determinato in maniera forfettaria (da qui il nome).

Per poter rientrare in questo regime è necessario avere dei limiti reddituali inferiori a 30.000 euro per artigiani, imprese e professionisti, 40.000 euro per ristoranti e bevande, 50.000 euro per alberghi e ristoranti.

Alternativa ancora più conveniente è optare per il vecchio Regime dei Minimi, che consente di pagare delle tasse pari al 5% all’anno, fino al quinto anno di apertura dell’azienda o fino al compimento del 35° anno di età.

In regime ordinario, invece, bisogna pagare le tasse secondo le percentuali consuete, si è assoggettati agli studi di settore e bisogna versare l’IVA in maniera periodica (mensile o trimestrale).

Come chiudere Partita IVA: costi, procedura e modelli per la cessazione

La chiusura della Partita IVA è una procedura che deve essere sempre fatta da parte del titolare della stessa, poiché non è mai una procedura che accade in automatico. Il modulo da presentare varia a seconda del tipo attività che si vuole chiudere e dell’obbligo dell’azienda di iscrizione al Registro delle Imprese o al REA. (Registro delle Notizie Economiche ed Amministrative).

Come chiudere la partita IVA

Per poter chiudere la partita IVA occorre fare dichiarazione presso l’agenzia delle Entrate solo se l’impresa è stata aperta prima del mese di aprile 2010. Dopo quella data, infatti, le imprese devono necessariamente usare la procedura telematica semplificata nota come “Comunicazione Unica” alla Camera di Commercio. E’ invece necessario continuare a dare comunicazione all’Agenzia delle Entrate per le aziende che non devono iscriversi al registro delle Imprese, come ad esempio:

  • liberi professionisti
  • venditori porta a portea
  • aziende coniugali
  • associazioni di imprese, oppure tra professionisti o agricoltori
  • aziende agricole che hanno un volume di affari minore di 10.329,13 €
  • collaboratori coordinati e continuativi
  • enti non commerciali
  • società di mutuo soccorso

Quando si può chiedere la partita IVA

Non c’è una data specifica entro cui dover necessariamente chiudere partita IVA. Solitamente si fa corrispondere questa decisione alla fine dell’anno, esclusivamente per un discorso di comodità del calcolo delle tasse e dei contributi per l’anno appena finito. In realtà, è fondamentale dare comunicazione di chiusura entro 30 giorni dalla fine dell’attività, usando le stesse modalità che sono state messe in pratica in fase di apertura.

Quanto costa chiudere la partita IVA?

In realtà non c’è nessun costo da dover sostenere, tranne nel caso in cui bisogna procedere anche alla cancellazione dal Registro delle Imprese: in questo caso bisogna pagare un bollo da 16 euro. Se la cancellazione viene fatta dopo i 30 giorni dalla fine dell’attività, bisogna anche pagare una sanzione di 37 euro, la quale è spedita al domicilio del titolare dell’ex partita IVA.

I modelli da compilare per chiudere partita IVA

Nel caso in cui la chiusura debba essere fatta da una ditta individuale, da un autonomo o da un libero professionista, il modello da usare è il AA9/11, il quale deve essere consegnato all’agenzia delle Entrate.

Tale modello può essere compilato sia in via telematica che tramite un qualunque ufficio dell’Agenzia delle Entrate.

Nel caso, invece, di società o associazioni che non devono iscriversi alla Camera di Commercio, la chiusura della partita IVA avviene tramite compilazione del modulo AA7/10, il quale deve essere compilato in via telematica, oppure presso un qualunque ufficio dell’Agenzia delle Entrate.

Chiusura d’ufficio della partita IVA

Se l’Agenzia delle Entrate effettua dei controlli sui titolari di partita IVA e riscontra la mancata presentazione della dichiarazione di cessazione dell’attività, effettua una comunicazione in cui attesta la cessazione d’ufficio della stessa e l’invito al pagamento di una sanzione ridotta di 172 euro.

Entro 30 giorni, in contribuente deve verificare la sua posizione e correggere eventuali errori. Volendo può anche chiedere chiarimenti all’Agenzia delle Entrare o domande per eventuali correzioni.

Se tale “appello” non viene ritenuto valido, l’Agenzia stessa effettuerà la chiusura d’ufficio della partita IVA e emetterà una sanzione variabile da 516 a 2.065 euro.

Partita IVA: spese per l’Apertura e Costi di Gestione

In Italia, per fare impresa, è fondamentale avere una partita IVA, praticamente un numero univoco che permette di riconoscere la nostra impresa da un punto di vista fiscale. Questa procedura ha dei costi, sia di natura fissa che variabile, che è importante prendere in considerazione quando si parla di valutare la convenienza di fare impresa.

Come aprire la partita IVA

Per poter procedere con l’apertura di un numero di partita IVA bisogna compilare il modulo AA9, in cui vanno indicati anche i dati della persona che sta a capo dell’impresa: nome e cognome, domicilio fiscale, codice fiscale.

E’ possibile scegliere se scaricare, dal sito dell’Agenzia delle Entrate, il modulo giusto, compilarlo a mano (o farlo fare ad un commercialista) e consegnarlo proprio all’ente, oppure se fare tutto da software e online.

Quanto costa aprire partita IVA

In sé, la procedura di apertura della partita IVA non ha costi, se non quello del commercialista nel caso in cui decidiate di affidarvi ad un esperto.

Per sapere quanto potreste pagare da un professionista, è importante essere a conoscenza del fatto che esiste un tariffario per i dottori commercialisti, che prevede delle tariffe diverse a seconda delle città e che vi permetterà di avere, quantomeno, un’idea di massima. Tenete presente che ci sono dei commercialisti che vi faranno il lavoro gratuitamente, a condizione di diventare poi loro clienti, e altri che invece potranno fatturare fino a 500 euro per questa operazione.

In alternativa, potete rivolgervi al CAF, i Centri di Assistenza Fiscale, che hanno dei tariffari differenti e che potete liberamente guardare prima ancora di far fare il lavoro.

Scelta del codice Ateco

Ogni numero di partita IVA ha anche un codice Atecofin, che permette di individuare, in maniera diretta e senza possibilità di errore, qual è l’attività prevalente dell’impresa.

E’ un codice che deve essere assegnato sia nel caso in cui si decida di aprire partita IVA come libero professionista che come azienda, anche se in questo caso c’è da ricordare che la costituzione della stessa deve passare necessariamente per un notaio.

La scelta del codice Ateco è fondamentale perché da esso dipenderà, ad esempio, la verifica del limite dei ricavi per le aziende che possono aderire al regime dei minimi.

Quanto costa mantenere una partita IVA, i costi di gestione

La spesa del mantenimento di una partita IVA varia a seconda del tipo di regime di contabilità che si adotta.

In regime di contabilità ordinaria c’è da considerare il costo di iscrizione alla Camera di Commercio, di circa 100 euro ogni anno, i contributi INPS e la spesa del commercialista, che varia solitamente a seconda del volume di affari e che, in ogni caso, potete stimare in circa 80 – 100 euro al mese come minimo.

In regime forfettario, invece, bisogna considerare solo la tassazione agevolata del 5% per i primi 5 anni e del 15% dal sesto anno in poi.

L’apertura della partita IVA ha, come abbiamo visto, dei costi, e non sempre conviene averla. In linea generale, se si prevede di generare introiti per un valore superiore a 5.000 euro in un anno, è fondamentale averla per regolarizzare la propria posizione con il fisco, altrimenti è possibile anche non averla e dichiarare le proprie entrare in altri modi.

Agevolazioni Fiscali per le Imprese Agricole: cosa cambia in materia di IVA nel 2016

Tutti gli agricoltori possono vantare un regime IVA agevolato, così come stabilito dall’art. 34 del D.P.R. n. 633/1972, nel caso in cui abbiano un volume di affari che arriva fino a 7.000 euro. Per poter rientrare in questa categoria, inoltre, tutti gli imprenditori del settore devono rispettare due tipologie di presupposti, che vedremo in seguito in questo articolo. Qualora entrambi lo fossero, il regime agevolato viene applicato in maniera indistinta (fatta salva la volontà di optare per il regime di IVA più classico).

L’agevolazione riguarda, in maniera specifica, la detrazione dell’IVA, la quale non avviene sulla base dell’imposta sul valore aggiunto pagata ai fornitori, ma viene calcolata in maniera forfetteria tramite delle percentuali di compensazione che sono calcolate sulla base agli importi delle cessioni dei prodotti agricoli (ovvero delle vendite).

Come si calcola l’IVA nel caso di regime agevolato

Facciamo un esempio per cercare di capire meglio questa tipologia di agevolazione, come funziona e quanto vale “in soldoni”. Se un’attività vende oggetti per un totale di 1.000 euro, dovrebbe versare un’IVA di 100 euro (pari al 10%). L’imposta sul valore aggiunto che si può, invece, detrarre, è pari al 4% (40 euro, in questo caso), pertanto l’IVA che bisogna effettivamente versare è di 60% (ovvero il 6%).

Chi può vantare questo regime speciale sull’IVA

Sono due i presupposti che un’impresa del settore agricolo deve rispettare per poter entrare a far parte di questo regime agevolato: il primo è oggettivo, il secondo soggettivo.

Presupposto oggettivo

Si tratta, in sostanza, di un regime che viene applicato a tutte le cessioni dei prodotti agricoli ed ittici che rientrano nella tabella allegata al Dpr 633/72 ed indicata dalla lettera “A”, parte I. E’ possibile far rientrare in queste agevolazioni anche tutte le commercializzazioni dei prodotti agricoli che vengono acquistati dalle imprese agricole presso terzi, a patto che questa tipologia di attività non sia prevalente rispetto a quella che riguarda la commercializzazione di prodotti realizzati in maniera autonoma.

Si può parlare di regime speciale anche nel caso in cui il core business dell’azienda agricola sia la manipolazione, la conservazione, la trasformazione e la commercializzazione dei propri prodotti, oltre che di quelli acquistati da terzi (fatto salvo sempre che tale attività non sia prevalente).

Presupposto soggettivo

Tale presupposto definisce in maniera precisa tutte le persone e le aziende che possono far parte di questo regime IVA agevolata. In sostanza, possono farne parte tutti i produttori agricoli nel senso stretto del termine, cioè quelli che svolgono una o tutte le attività agricole previste dal Codice Civile (art. 2135) c.c. , oltre che coloro che compiono attività di pesca in acque dolci, oppure che allevano pesci, ostriche o altri crostacei, rane, indipendentemente dal volume di affari che viene realizzato.

Rientrano in questo regime agevolato anche tutti i soggetti che fanno cessioni di prodotti nel rispetto delle norme dettate dall’Unione Europea, le cooperative ed i consorzi, le associazioni che si occupano della cessioni di beni realizzati dai soci, oltre che tutti gli enti che possono vendere prodotto in maniera collettiva.

Quando non spetta il regime agevolato

La detrazione a forfait dell’IVA non si applica quando si parla di prestazioni di servizi o se la prestazione non rientra tra quelle previste dal già citato Dpr 633/72, lettera “A”, parte I.