Lavoro: calcolo dei contributi obbligatori INPS per i lavoratori dipendenti

In Italia è obbligatorio pagare i contributi per il lavoro che si svolge. A farlo devono essere tutti i lavoratori dipendenti, oltre che gli autonomi, nel rispetto delle norme che sono stabilite per legge. Si tratta di un obbligo che permetterà al lavoratore, tra le altre cose, di:

  • avere una pensione dal momento in cui potrà smettere di lavorare, sia per raggiungimento dell’età minima contributiva (pensione di anzianità) che per     raggiungimento dell’età minima pensionabile (pensione di vecchiaia);
  • nel caso in cui avesse bisogno di un contributo economico per diminuzione della propria capacità lavorativa, quale che ne sia la causa;
  • nel caso in cui ci fosse bisogno di un contributo economico a sostegno del proprio reddito familiare;
  • nel caso in cui si avesse bisogno della liquidazione della propria pensione, nei termini     previsti per legge.

Dal 2011, l’ente che si occupa delle pensioni in Italia è l’INPS. Oltre che per i lavoratori dipendenti del settore privato, questo ente si occupa anche del trattamento pensionistico delle seguenti categorie di lavoratori:

  • Lavoratori dipendenti del settore pubblico e ministeriale, i cui contributi pensionistici prima del 2011 erano gestiti dall’INPDAP, che è stato chiuso quell’anno per volere del decreto Salva Italia dell’allora governo Monti e le cui funzioni sono passate all’INPS;
  • I lavoratori autonomi di ogni settore economico ed i professionisti senza cassa;
  • I lavoratori parasubordinati;
  • Chi effettua vendite a domicilio;
  • I lavoratori occasionali;
  • I lavoratori associati in partecipazione che appartengono alla gestione separata;
  • Gli iscritti ai Fondi speciali.

Come effettuare il calcolo dei contributi

I lavoratori dipendenti hanno i contributi versati dai rispettivi datori di lavoro, nei cui calcolo essi dovranno versare mensilmente una certa somma che viene calcolata secondo le indicazioni date dall’INPS.

I contributi obbligatori devono essere versati dal datore di lavoro secondo i termini che sono previsti dalla legge, obbligatoriamente, altrimenti si incorre nel rischio di venire multati, con sanzioni aggravate.

I contributi vengono calcolati tenendo presente che una quota degli stessi deve essere versata dal datore di lavoro, mentre un’altra dal dipendente.

Il calcolo dei contributi viene calcolato in maniera percentuale sulla retribuzione lorda che il lavoratore ha conseguito nel periodo di riferimento. Il conteggio di tale retribuzione lorda viene fatto tenendo presente qualunque somma di denaro che il lavoratore ha percepito dal datore di lavoro, al lordo delle ritenute.

Su queste somme di denaro vengono calcolate le aliquote che sono a carico sia della ditta che del dipendente, tenendo presente che la prima è del 32,70% (potrebbero esserci delle agevolazioni a seconda di determinate condizioni previste per legge), mentre la seconda è del 9,19%.

Non devono essere incluse nel conteggio della retribuzione imponibile:

  • Tutte le somme che sono percepite a titolo di (TFR);
  • Le somme che sono percepite come risarcimento danni;
  • I proventi che derivano dalle polizze assicurative;
  • Tutti i trattamenti di famiglia;
  • le mance che sono percepite dagli impiegati che lavorano presso le case da gioco, entro la misura del 25% del loro ammontare;
  • Alcune somme di indennità di trasporto

Per agevolare il calcolo dei contributi, l’INPS ha messo a disposizione un comodo strumento di calcolo direttamente sul suo sito ufficiale.

Contributi INPS: come si calcolano le aliquote per i commercianti e per la ditta individuale

Quando si parla di contributi INPS per commercianti e per proprietari di una ditta individuale, bisogna far riferimento alla circolare numero 15 del 29 gennaio 2016 che ha reso noti gli importi e le aliquote per quest’anno, sia per i commercianti che per gli artigiani.

Da dire che, dopo la manovra Monti di qualche anno fa, tutti i commercianti e gli artigiani che sono iscritti alla gestione autonoma INPS, devono pagare dei contributi che aumentano di anno in anno di una percentuale pari allo 0,45%, con l’obiettivo di arrivare a pagare il 24% entro il 2018.

Il reddito minimo annuo che bisogna avere per poter calcolare i contributi IVS è di 15.548 € e le aliquote sono le seguenti:

  • Artigiani di qualunque età titolari di azienda o coadiuvanti / coadiutori che hanno più di 21 anni, 23,10%. Contributo 3.599,03 (3.591,59 IVS + 7,44 maternità);
  • Commercianti di ogni età titolari di azienda oppure coadiuvanti / coadiutori che hanno più di 21 anni, 23,19%. Contributo 3.613,02 (3.605,58 IVS + 7,44 maternità);
  • Artigiani coadiuvanti o coadiutori che abbiano un’età inferiore a 21 anni, 20,10%. Contributo 3.132,59 (3.125,15 IVS + 7,44 maternità);
  • Commercianti coadiuvanti o coadiutori che abbiano un’età inferiore a 21 anni, 20,19% . Contributo 3.146,58 (3.139,14 IVS + 7,44 maternità).

Diverso è il calcolo nel caso in cui il periodo di riferimento sia inferiore all’anno solare, nel qual caso bisogna usare il seguente conteggio mensile, riportato secondo lo stesso ordine di cui sopra:

  • 299,92 (299,30 IVS + 0,62 maternità);
  • 301,09 (300,47 IVS +0,62 maternità);
  • 261,05 (260,43 IVS + 0,62 maternità);
  • 262,22 (261,60 IVS + 0,62 maternità).

Nel caso in cui i redditi d’impresa realizzati lo scorso anno sono compresi tra il minimo di 15.548,00 € e un valore massimo di 46.123 € , le aliquote previste sono le seguenti, riportante sempre secondo l’ordine iniziale:

  • artigiani titolari + coadiuvanti o coadiutori > 21 anni, 24,10%;
  • commercianti titolari + coadiuvanti o coadiutori > 21 anni, 24,19%;
  • artigiani coadiuvanti o coadiutori fino a 21 anni, 21,10%;
  • commercianti coadiuvanti o coadiutori fino a 21 anni, 21,19%

In sostanza, si ha un aumento di 1 punto percentuale.

Il massimale di reddito entro il quale vengono calcolati i contributi IVS è di 76.872 € (ovvero 46.123 € + 30.749 €).

Questi redditi sono dei limiti del singolo soggetto, non di tutta l’impresa e valgono solo per i soggetti che sono iscritti alla Gestione già da prima del 1° gennaio 1996 o che hanno un’anzianità contributiva calcolata a quella data.

La tabella contributiva, nel solito ordine, è la seguente:

  • 064,92;
  • 134,10;
  • 758,76;
  • 827,94.

Per tutti coloro che non rientrano nelle date descritte in precedenza, il massimale personale è di 100.324,00 € non frazionabile mensilmente. Per tali soggetti, la tabella di calcolo è come segue:

  • 716,85;
  • 807,14;
  • 707,13;
  • 797,42.

Il pagamento dei contributi per gli artigiani e per i commercianti dovrà essere effettuato tramite F24, è da tenere presente però che non si riceverà più alcuna lettera da parte dell’ente previdenziale per quanto riguarda il modello in questione o la sua compilazione, che rimangono dunque a carico del contribuente.

Le scadenze attualmente in vigore relative al versamento degli importi contributivi sono il 22 agosto, il 16 novembre e il 16 febbraio 2017.

La compilazione del modello F24 deve avvenire con indicazione, tra le altre cose, del codice della sede INPS presso cui si ha una posizione contributiva, della causale del contributo come stabilito dall’INPS, del codice INPS, del periodo di riferimento e degli importi che vengono versati con quel dato pagamento.

Tutto sul riscatto e accredito dei contributi figurativi INPS

I contributi figurativi sono una soluzione pensata dallo Stato per aiutare tutti quei lavoratori dipendenti che, per un certo periodo di tempo, non possono lavorare e, dunque, non avrebbero diritto ad avere contributi.

Nello specifico, se un dipendente non può prestare la sua opera lavorativa prezzo un’azienda per un periodo di tempo, il datore di lavoro non ha più l’obbligo legale di versare i contributi al suo dipendente. Per evitare che questo si traduca in una perdita di denaro e di contributi, la legge stabilisce che, in questi periodi di tempo, tale obbligo ricada in capo all’INPS.

Quando si ha diritto ai contributi figurativi

Ci sono dei momenti, esattamente stabiliti per legge, durante i quali un soggetto ha diritto ai contributi figurativi:

  • Quando percepisce un’indennità di disoccupazione per aver perso il lavoro in maniera involontaria;
  • Quando si trova in cassa integrazione guadagni, ordinaria o straordinaria che sia;
  • Quando percepisce un’indennità di mobilità (tranne se la stessa viene erogata in un’unica soluzione);
  • Se il lavoratore non può prestare la sua opera a causa di un infortunio o di una malattia;
  • Quando una donna si trova in congedo di maternità, o comunque il lavoratore è in congedo parentale;
  • Nel caso di contratti di solidarietà, ma solo per la parte di contributi persi;
  • Nel caso di lavoratori che sono impiegati in lavori socialmente utili;
  • Se non si può lavorare a causa di una calamità;
  • Per periodi di assistenza sanitaria dovuta a malattia tubercolare;
  • Nel caso di candidatura elettorale, quando si ha diritto ad una certa aspettativa;
  • Se il lavoratore ha un’invalidità superiore al 74%. In questo caso si ha diritto ad un contributo figurativo pari a 2 mesi all’anno per un massimo di 5 anni;
  • Nel caso di lavoratori non vedenti, ma solo per un massimo di 4 mesi ogni anno;
  • Nel caso di lavoratori che assistono dei familiari che abbiano un grave handicap, in questo caso il periodo massimo è di 2 anni;
  • Se si è donatore di sangue, nei giorni in cui si fa la donazione;
  • Per tutte le altre assenze ad ore previste dalla legge 104/1992.

Tutte queste situazioni prevedono l’accredito dei contributi figurativi in maniera automatica da parte dell’INPS, senza bisogno che il lavoratore presenti domanda.

Riscatto dei contributi figurativi

Essendo dei contributi che sono a carico dell’INPS e che vengono accreditati in favore del datore di lavoro in maniera automatica, tali contributi vengono riscattati nel momento in cui si presenterà domanda di pensione.

Non c’è nessuna richiesta extra da fare, essi vengono semplicemente conteggiati come se fossero stati pagati dal datore di lavoro (anche se in realtà sono a carico dell’ente pensionistico).

Vantaggi dei contributi figurativi per il lavoratore e per il datore di lavoro

Il principale vantaggio di questa tipologia di contributi è da trovare sia nel datore di lavoro che nel lavoratore dipendente stesso. Il primo non ha l’onere di versare i contributi non avendo ricevuto il vantaggio della prestazione lavorativa del soggetto, il secondo invece non perde nessun contributo in concomitanza dell’impossibilità a lavorare per delle cause previste per legge, che abbiamo visto sopra.

IMU e TASI 2016: ecco chi deve pagare

Si avvicina la data di scadenza del 16 giugno, quella fatidica per versare allo stato le prime rate della Tasi e dell’Imu 2016. In totale gli italiani pagheranno circa 9 miliardi di euro e, benché a prima vista il costo sembra molto salato, in realtà tra sconti ed esenzioni, lo è meno che in passato.

Quest’anno, infatti, l’IMU non verrà pagata sulle prime case, così come la tassa sui servizi indivisibili che sono erogati dai comuni. In totale, si tratta di un risparmio di circa 200 € per famiglia, ma anche così è tutto un po’ complesso.

Vengono confermate tutte le esenzioni sulle pertinenze dell’abitazione principale, ma solo se ce n’è una per ogni tipo (dunque, una cantina, un solaio, ecc.). Se ci dovesse essere una seconda pertinenza, su quella non c’è esenzione.

E’ previsto uno sconto pari al 50% sulla base imponibile nel caso in cui ci sia un contratto di comodato registrato a dei parenti di primo grado in linea retta, dunque i genitori che intestano un contratto ai figli, o viceversa, ma solo a condizione che l’immobile sia usato come abitazione principale.

Ancora, il comodante (ovvero colui che usa l’immobile) non deve avere intestati a suo nome altri immobili abitativi nel nostro paese e deve avere la residenza anagrafica nello stesso Comune dove si trova l’immobile che gli è stato concesso in comodato.

Al massimo, oltre all’immobile che viene concesso in comodato, può avere, sempre nello stesso Comune, un’altra casa che non rientra tra le categorie “di lusso” che è stata adibita a propria abitazione.

Per le case che vengono affittate a canone concordato, la legge prevede uno sconto del 25% sull’Imu e sulla Tasi.

Relativamente alle aliquote, i comuni non possono rivedere al rialzo quelle che sono state previste lo scorso anno (mentre potrebbero farlo al ribasso).

L’aliquota definitiva deve essere decisa entro il 16 ottobre, dunque si beneficerà di eventuali cambiamenti solo nella rata del 16 dicembre.

Pensione: come richiedere i contributi di riscatto INPS

Si parla di contributi di riscatto per indicare la situazione secondo la quale l’INPS permette a tutti i lavoratori di coprire dei periodi di tempo in cui sono stati privi di contributi tramite il versamento dei cosiddetti contributi di riscatto.

Essi possono essere considerati utili per poter avere diritti ad ogni tipologia di prestazione previdenziale, per accertare il diritto alla prosecuzione volontaria e per avere diritto a tutte le prestazioni pensionistiche, inclusa quella di anzianità.

In maniera particolare ci si riferisce a quei periodi di tempo durante i quali non si sono versati contributi per omissione, oppure perché non c’è stato alcun obbligo legale di farlo e, per qualunque motivo, si è deciso di non procedere, oppure ancora perché sono state introdotte delle particolari disposizioni di legge che hanno reso possibile versare dei contributi di riscatto.

Può presentare domanda di pagamento dei contributi di riscatto chi è iscritto all’assicurazione generale obbligatoria, chi fa parte della gestione speciale dei lavoratori autonomi, i parasubordinati che sono iscritti alla gestione separata, chi fa parte dei fondi speciali INPS, oltre che tutti i superstiti nel caso di un lavoratore deceduto.

Dopo aver presentato domanda, l’ente previdenziale studia il caso e fa sapere la risposta, ovvero se accetta la richiesta di versamento dei contributi aggiuntivi o meno. Nel primo caso, rende noto anche l’importo che occorre versare per potersi rimettere “in pari”.

Il pagamento della somma in questione può essere fatto in un’unica soluzione entro 60 giorni di tempo dall’accettazione della domanda oppure a rate, ma questa seconda opzione è possibile solo se chi fa richiesta non è già pensionato e se i contributi aggiuntivi da pagare non devono essere usati sin da subito per poterne beneficiare in termini di pensione.

Da tenere presente che la rateizzazione viene interrotta dal momento in cui si presenta domanda di pensionamento e tutta la parte che doveva ancora essere pagata, va saldata in una sola soluzione.

Le rate mensili dei contributi di riscatto

Ci sono alcune cose da considerare per quanto riguarda i contributi di riscatto:

  • Il numero delle rate mensili non può essere superiore a 60, in alcuni casi può arrivare fino a 120 (riscatto del periodo del corso di laurea relativo alle domande che sono state presentate dopo il 31 dicembre 2007);
  • L’importo del riscatto deve essere maggiorato degli interessi legali;
  • L’importo minimo di ogni singola rata è di 27 €;
  • La prima rata deve essere pagata entro i primi 60 giorni dal momento in cui la domanda di versamento di questi contributi viene accettata.
  • Se non si paga la prima rata, l’INPS presuppone che si è deciso di non procedere e dunque archivia la pratica, rendendo di fatto impossibile procedere;
  • Se la prima rata (o l’importo totale) viene versato in ritardo, l’INPS considera la cosa come una nuova domanda.

Da tenere presente anche che se non si effettua il pagamento e si esercita il diritto alla rinuncia del versamento dei contributi, sarà sempre possibile presentare in futuro nuova domanda, anche per lo stesso periodo contributivo.

Se si decide, infine, di interrompere dopo aver versato un certo numero di rate, esse verranno comunque conteggiata ai fini previdenziali.

Gestione separata: tutto quello che c’è da sapere sulla rivalsa INPS

Una delle norme che regola la fatturazione da parte dei soggetti lavoratori autonomi è l’applicazione della rivalsa nelle loro fatture, ovvero una percentuale aggiuntiva del 4% che viene calcolata sui compensi lordi.

Da un punto di vista legale, questa percentuale si riferisce al comma 212 dell’articolo 1 della legge 23.12.1996 n. 662:, che afferma come, ai fini dell’obbligo che viene previsto della legge 8 agosto 1995 n. 335, per la precisione all’articolo 2, comma 26, tutti coloro che sono titolari di un reddito da lavoro autonomo che corrisponde come indicato dall’articolo 49, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, e successive modificazioni, possono addebitare ai committenti una percentuale pari al 4% dei compensi lordi.

Chi deve iscriversi alla gestione separata INPS

In sostanza, coloro che sono obbligati per legge ad essere iscritti alla gestione separata INPS sono:

  • Chi esercita un’attività di lavoro autonomo e non è iscritto ad una Cassa di previdenza;
  • Tutti quei lavoratori autonomi occasionali che sono esenti dall’obbligo di iscrizione ad una cassa di previdenza e che hanno un reddito maggiore di 5.000 euro all’anno;
  • I lavoratori a progetto;
  • I lavoratori occasionali con reddito fino a 5.000 euro e con una durata della collaborazione che non arriva a 30 giorni lungo l’arco di un anno;
  • Chi si occupa di vendite a domicilio e ha un reddito superiore a 5.000 euro;
  • Chi ha conseguito una borsa di studio per poter frequentare dei corsi di dottorato di ricerca;
  • I pensionati oppure i professionisti che sono iscritti agli Albi di categoria e che eseguono delle prestazioni professionali coordinate e continuative;
  • I medici che hanno un contratto di formazione specialistica;
  • I volontari che fanno parte del Servizio Civile Nazionale;
  • Chi fa parte degli organi di amministrazione e controllo di società;
  • Chi fa spedizioni doganali e non lavora da dipendente

L’iscrizione alla gestione separata INPS si fa o recandosi presso gli sportelli di questo ente, oppure direttamente dal sito ufficiale INPS, o ancora per telefono tramite il numero gratuito 803 164.

Cos’è la rivalsa INPS?

Torniamo alla rivalsa INPS che possono applicare, in fattura, tutti i lavoratori autonomi che rientrano nelle descrizioni di cui sopra.

In sostanza, si tratta di applicare un extra pari al 4% del compenso lordo che risulta a carico del committente, ovvero del cliente.

L’applicazione di questa rivalsa non è obbligatoria e ogni professionista e lavoratore autonomo può decidere se applicarla o meno, ma se decidesse di farlo bisogna tenere presente che poi è lui stesso che deve occuparsi del versamento di tale importo direttamente nelle casse dell’INPS.

Come calcolare la rivalsa in fattura?

Facciamo un esempio numerico per poter meglio il concetto. Se si svolge un servizio professionale per un importo pari a 1.000 € lordi, il 4% di rivalsa INPS deve essere applicato su questa somma, pertanto sarebbe di 40 € . L’imponibile IVA ed IRPEF rimarrebbero sempre i 1.000 € di prestazione iniziare, mentre l’IVA verrebbe calcolata sulla somma tra importo lordo e rivalsa del 4%.

E’ da tenere presente, poi, che sulla fattura ivata deve essere calcolata anche una ritenuta di acconto pari al 20%, che va detratta per avere il netto che il professionista o il lavoratore autonomo devono incassare.

Voucher INPS: cosa sono i buoni lavoro e perché sono utilizzati per prestazioni lavorative occasionali

Quando si tratta di svolgere un lavoro accessorio ed occasionale, non bisogna in alcun modo dimenticare che si ha il diritto anche ad una prestazione assistenziale, esattamente come se si fosse assunti. In linea di massima, i buoni voucher INPS, noti anche come buoni lavoro, sono pensati per remunerare chi svolge servizi di assistenza familiare.

Dall’inizio della loro vita fino ad oggi, sono state oltre 2 milioni (si stima) le persone che hanno avuto modo di usufruire di questi buoni, per un totale di 1,5 miliardi di euro di compensi in totale. Se guardiamo allo stivale, notiamo che per la maggior parte sono usati al nord, mentre per quanto riguarda l’industria economica di turno, sono molto usati nel settore del giardinaggio, nel turismo e nei servizi.

Quanto valgono?

Questi buoni sono acquistabili in tre diversi tagli: 10, 20 o 50 €. E’ da tenere presente che, di ogni taglio, il 75% va al lavoratore, il rimanente 25% è così suddiviso:

  • 7% contributi INAIL;
  • 13% contributi INPS della gestione separata;
  • 5% compensazione del concessionario.

A questo, bisogna anche aggiungere 1,50€ di commissioni nel caso in cui si acquisti il buono in tabaccheria.

Dove si possono comprare i buoni INPS?

Come detto prima, possono essere acquistati in tabaccheria (ad un costo maggiorato di 1,50 €), oppure presso gli sportelli delle banche popolari, presso gli sportelli delle sedi INPS presenti sul territorio, online sul sito dell’INPS e presso gli uffici postali.

Come incassare i buoni INPS?

Dopo aver ricevuto uno di questi buoni, il lavoratore ha 24 mesi per poterlo incassare. Il conteggio della tempistica viene calcolato a partire dal giorno dell’emissione.

In alternativa si può incassare:

  • tramite INPS card;
  • tramite bonifico bancario su un conto corrente intestato al beneficiario;
  • tramite un tabaccaio autorizzato al pagamento;
  • tramite una banca.

In che settori vengono usati?

Come detto in precedenza, i buoni INPS vengono usati in maniera particolare per remunerare chi svolge lavori occasionali e prestazioni di servizi chi fa assistenza familiare e a casa.

In linea generale, sono usati da:

  • famiglie;
  • persone che non sono imprenditori;
  • imprese familiari;
  • imprenditori agricoli;
  • committenti pubblici;
  • enti senza scopo di lucro.

Chi può beneficiare dei buoni lavoro?

Possono usare questi buoni lavoro ed incassarli:

  • i lavoratori dipendenti part time
  • chi è in cassaintegrazione;
  • i pensionati;
  • chi lavora durante il periodo di vacanza, ad esempio gli studenti che hanno meno di 25 anni e che sono iscritti all’università;
  • lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato;
  • autonomi;
  • extracomunitari, anche studenti, a condizione di essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno.

La novità della procedura telematica

Nel 2016 è stata introdotta una novità interessante per quanto riguarda la procedura telematica per l’ottenimento di un buono lavoro.

In maniera particolare ci si riferisce alla possibilità di richiedere i buoni lavoro per via telematica, direttamente sul sito web dell’INPS. L’obiettivo di questa novità è principalmente quello di evitare ulteriori abusi sui voucher INPS, in considerazione del fatto che già in passato ci sono stati diversi problemi e alcune persone hanno approfittato di questo interessante modo di remunerazione e contribuzione. Una soluzione eccellente in grado di soddisfare tutte le parti.

Lavoro e contributi: assegno ordinario d’invalidità. Caratteristiche e requisiti dati dall’INPS

L’assegno ordinario di invalidità viene concesso a tutti coloro che, pur lavorando, sono affetti da una qualche forma di invalidità che riduce la capacità produttiva stessa per oltre 2/3.

Non si tratta, dunque, di una vera e propria pensione di invalidità, che viene invece riconosciuta a chi non può lavorare per questioni fisiche, bensì di un contributo economico che lo Stato vuole riconoscere, per tramite dell’INPS, a chi ha problematiche tali da non poter essere efficiente al 100%.

L’ottenimento di questo assegno presuppone una visita medica di controllo: se essa conferma l’invalidità, allora si ha diritto all’assegno per un periodo di 3 anni, terminato il quale bisogna rifare un’altra visita e, se la situazione fosse confermata, l’assegno verrebbe concesso ancora. Qualora si ricevesse l’assegno per 3 volte di seguito (dunque per 9 anni), allora diventerebbe definitivo.

Requisiti per avere l’assegno di invalidità

Possono fare domanda di assegno di invalidità tutti coloro che rientrano nei seguenti requisiti:

  • Lavoratori dipendenti;
  • Lavoratori autonomi;
  • Lavoratori iscritti a dei fondi pensione sostitutivi ed integrativi.

Inoltre, è necessario avere:

  • Una riduzione della capacità lavorativa per più di 2/3 a causa di un difetto fisico o mentale;
  • Aver versato almeno 5 anni di contributi, di cui 3 anni devono essere stati versati entro in quinquennio precedente alla presentazione della domanda di assegno di invalidità.

Assegno di invalidità e situazione lavorativa

L’assegno di invalidità può essere ricevuto anche da chi svolge ancora un’attività lavorativa regolare. In questo caso, però, l’assegno viene ridotto se si superano determinate soglie, che possono venire controllate al momento della presentazione della domanda di pensione tramite una dichiarazione reddituale apposita.

Nel caso in cui il reddito sia compreso tra 25.012 € e 31.265 € , l’importo dell’assegno viene ridotto del 25%, mentre se è superiore a 31.265 € , la riduzione è pari al 50%.

Come ottenere l’assegno di invalidità

Nel caso in cui si presenti domanda per assegno di invalidità, saranno fatti dei controlli per verificare che si è in possesso dei requisiti previsti per legge, che abbiamo visto in precedenza. Nel caso in cui tali requisiti saranno soddisfatti, ecco che l’assegno inizia a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Ad esempio, se si fa domanda a giugno, dal 1° luglio.

Come detto in precedenza, l’assegno di invalidità ha una durata di 3 anni, al termine della quale può essere confermato nuovamente a condizione di avere ancora i requisiti che ne hanno portato alla concessione la prima volta.

Qualora venisse confermato a vita (dopo 3 conferme temporanee), al raggiungimento dell’età pensionabile da parte del lavoratore, l’assegno viene automaticamente trasformato in una pensione di vecchiaia.

Per poter calcolare l’importo dell’assegno di invalidità si possono usare due metodologie di calcolo:

  • Contributivo, nel caso in cui il soggetto in questione abbia iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995;
  • Misto, ovvero una quota che viene calcolata usando il sistema contributivo, l’altra tramite il sistema retributivo.

Come presentare la domanda

La domanda di assegno di invalidità può essere presentata via web, direttamente sul sito ufficiale dell’INPS, oppure via telefono, oppure ancora per tramite dei patronati, che svolgeranno il compito di intermediario tra ente pensionistico e chi presenta la domanda.

Assunzione Colf: come assumere e regolarizzare la badante

Sono oltre 2 milioni le famiglie del nostro paese che si avvalgono della collaborazione di colf e badanti nello svolgimento di mansioni quotidiane all’interno di casa. Considerando che si tratta di una pratica sempre più diffusa, in maniera particolare tra le persone più anziane, ecco come fare per mettere in regola una colf o una badante, così come indicato dall’INPS.

Ci sono tre casistiche entro le quasi si può “ricadere”, a seconda della nazionalità e della residenza del lavoratore domestico.

Se il lavoratore è italiano o di un paese dell’UE

Siamo nel caso più semplice, quando è possibile assumere direttamente un lavoratore facendogli semplicemente un contratto legale. Bisogna concordare direttamente con il lavoratore elementi critici del contratto come la retribuzione oraria, le ferie e l’orario di lavoro.

Il lavoratore deve essere semplicemente in possesso di un codice fiscale, di una tessera sanitaria ASL e di un documento di riconoscimento. Non è necessario essere iscritto presso le liste di collocamento.

Nel caso in cui il lavoratore sia minorenne, occorre presentare anche un certificato di idoneità al lavoro, che viene rilasciato dall’ASL locale dopo una visita medica (a carico del datore di lavoro), e una dichiarazione dei genitore o di chi esercita la potestà familiare, che acconsente al fatto che il minore viva presso la famiglia del datore di lavoro e che, in ogni caso, possa prestare lavoro ad ore.

Se il lavoratore è extracomunitario ma residente in Italia

Non è più obbligatorio compilare il modello Q (dal 15 novembre 2011) per stipulare un contratto di soggiorno. Quest’obbligo è stato recepito nella comunicazioni obbligatorie che bisogna fare al momento dell’assunzione, della variazione o della cessazione del rapporto di lavoro. Tali comunicazioni devono essere trasmesse all’INPS dal datore di lavoro per tramite di internet.

Il lavoratore deve avere ovviamente un permesso di soggiorno che sia valido per svolgere un’attività lavorativa in Italia.

Se il lavoratore è extracomunitario e non risiede ancora in Italia

Siamo nella situazione più difficili e lunga anche perché ogni anno il numero dei lavoratori ai quali viene concesso il permesso di soggiorno a fini lavorativi in Italia viene programmato grazie al “decreto Flussi”. Ecco che qualunque datore di lavoro che voglia assumere una colf o una badante che non si trova in Italia dovrà attendere la pubblicazione in G.U. (Gazzetta Ufficiale) del decreto Flussi per l’anno in corso e, entro le date indicate, presentare domanda di nulla osta.

Come regolarizzare l’assunzione

Dal 29 gennaio 2009 la comunicazione dell’assunzione deve essere fatta entro le 24 ore precedenti a quello di inizio del rapporto di lavoro (si considerano anche le giornate festive). Tale comunicazione deve essere fatta all’INPS tramite il sito web ufficiale dell’ente e compilando tutti i campi richiesti.

Il contratto di lavoro per assumere una colf o una badante deve contenere i seguenti dati ed informazioni:

  • Nome della persona da assumere ed indicazioni utili per poterla riconoscere (documento);
  • Data di inizio del rapporto di lavoro;
  • Anzianità di servizio;
  • Categoria di assunzione;
  • Durata del periodo di prova;
  • Indicazione del giorno di riposo settimanale;
  • Orario di lavoro;
  • Retribuzione oraria;
  • Condizioni di vitto e alloggio

INPS, aliquote 2016: gestione separata per i professionisti

Quando si parla di INPS, i liberi professionisti che non sono iscritti a nessuna cassa in particolare ma che fanno capo alla gestione separata, devono versare ogni anno dei contributi che vengono calcolati in percentuale. Lo stesso trattamento è riservato anche ai collaboratori a progetto e a quelli parasubordinati che sono iscritti alla gestione separata INPS.

Sappiamo che il versamento dell’INPS è obbligatorio per tutte le categorie di lavoratori, tranne in alcuni casi specifici che sono disciplinati dalla legge, come ad esempio chi lavora con un contratto di collaborazione occasionale.

Tra tutte le varie categorie, quella maggiormente penalizzata dalla normativa previdenziale 2016 sono i parasubordinati senza partita IVA, i quali devono pagare un’aliquota del 31% + lo 0,72% di aliquota aggiuntiva, per un totale del 31,72%. L’incremento, rispetto al 2015, è stato di un punto percentuale.

Le previsioni per questa categoria di lavoratori non sono certo rosee, infatti si prevede un incremento di un punto percentuale anche per il 2017 e per il 2018, quando si arriverà al 33,72%.

I lavoratori autonomi che hanno partita IVA e che non sono iscritti a nessuna cassa in particolare, continueranno a versare anche per quest’anno il 27,72%, così come gli anni precedenti. Grandi rincari a partire dal prossimo anno, quando si dovrebbe versare un’aliquota del 29,72%, mentre per il 2018 è previsto un pareggio di aliquota con i parasubordinati, dunque 33,72%.

Alla gestione separata sono iscritti anche i collaboratori a progetto occasionali e chi vende porta a porta. In questo caso la percentuale da versare è del 31,72%.

Una precisazione: nel caso in cui un lavoratore parasubordinato, un collaboratore occasionale o un venditore porta a porta sia iscritto anche ad un’altra tutela pensionistica, l’aliquota da pagare all’INPS scende al 24%.

Come vengono pagati i contributi

I contributi per la gestione separata sono per 2/3 a carico dell’azienda committente e per 1/3 a carico del collaboratore. Per i parasubordinati, il versamento “pratico” viene fatto dal “datore di lavoro” entro il 16 del mese successivo a quello di riferimento tramite uso del modello F24.

I liberi professionisti, invece, devono pagare tutto il contributo facendolo gravare sulle proprie tasche e usando sempre il modello F24.

Massimale e minimale

Per il 2016 sono rimasti invariati massimale e minimale, rispettivamente 100.324 € (pertanto l’aliquota si applica fino a che si raggiunge questa soglia) e 15.548 € . Ne consegue che il contributo minimo che bisogna versare ogni anno è pari a:

  • 931,83 € nel caso di aliquota al 31,72%;
  • 309,91 € nel caso di aliquota al 27,72%;
  • 731,52 € nel caso di aliquota al 24%.

Aliquote 2016: bloccate al 27% per i professionisti

I professionisti che non sono iscritti a nessuna cassa si sono visti bloccare, per quest’anno, l’aliquota INPS da pagare al 27% (a cui aggiungere sempre lo 0,72% di aliquota aggiuntiva.

La decisione è stata presa dalla Legge di Stabilità 2016 e ha interessato i titolari di partita IVA iscritti alla gestione separata che non sono iscritti presso altre gestioni di previdenza obbligatoria e non sono pensionati.

In sostanza, questo blocco ha permesso di evitare l’aumento del provvedimento che era originariamente previsto dalla legge Fornero che, invece, voleva un aumento della percentuale di contributi da versare alla gestione separata INPS.

Scontrino, fattura o ricevuta fiscale: la normativa e per chi è obbligatorio

Scontrino, ricevuta fiscale e fattura sono i tre documenti fondamentali che bisogna emettere per non incorrere nel reato di evasione fiscale. Vediamo che cosa sono nello specifico, quando devono essere emessi e chi è esente.

Scontrino fiscale

L’emissione dello scontrino fiscale è obbligatorio per legge, altrimenti si incorre in una multa. Per la precisione, questo documento deve riportare:

  • Data e ora di emissione
  • Dati identificativi dell’azienda che lo emette;
  • Importo pagato;
  • Numero progressivo;
  • Logotipo fiscale, composto dalla sigla “MF” e da una serie di numeri e di lettere.

Per chi fa detrazione delle spese dalla dichiarazione dei redditi, come nel caso delle persone fisiche che detraggono le spese per le medicine, è necessario richiedere lo scontrino parlante, ovvero quello che riporta anche il codice fiscale dell’acquirente. In questo caso bisogna specificare di aver bisogno di uno scontrino parlante prima dell’emissione di quello normale.

Scontrino non fiscale

Alcuni ristoranti o bar possono emettere lo scontrino non fiscale. E’ fondamentale che il locale emetta uno scontrino differente da quello fiscale come colore e che indica esplicitamente che non si tratta di uno scontrino fiscale. Questa tipologia di documento vale solo se al cliente viene comunque rilasciato altro documento fiscale.

Ricevuta fiscale

Si tratta di un documento che viene rilasciato in vece dello scontrino e che ha la stessa validità.

In maniera particolare, lo scontrino fiscale deve indicare:

  • La qualità e la quantità dei beni ceduti o dei servizi che sono prestati;
  • I dati identificativi di chi emette lo scontrino, inclusa ovviamente la partita IVA;
  • L’importo dovuto, IVA inclusa.

La ricevuta fiscale non porta alla distinzione della somma dovuta in termini di capitale e IVA, ma quanto spettante al venditore viene indicato in una unica cifra.

La ricevuta fiscale può essere emessa anche manualmente, usando degli appositi moduli.

Fattura

E’ necessario emettere fattura dal momento in cui il cliente ne fa richiesta. La domanda può essere fatta sia dalle aziende che da liberi professionisti, purché titolari di partita IVA.

La fattura presenta la particolarità che la somma da pagare viene “scissa” tra importo imponibile (il valore del bene o del servizio venduto) e l’imposta, ovvero l’IVA. La somma dei due dà adito al totale che il cliente deve pagare.

Esattamente come per la ricevuta fiscale, anche la fattura deve contenere:

  • Qualità e quantità dei beni ceduti o dei servizi prestati;
  • I dati identificativi di chi emette lo scontrino, anche in questo caso ovviamente la partita IVA deve essere indicata;
  • L’importo imponibile;
  • L’importo dell’imposta;
  • L’importo totale.

Esonero dall’emissione dello scontrino

Possono evitare di emettere scontrino fiscale i tabacchi e i negozi che vendono solo prodotti commercializzati dai monopoli dello Stato, chi vende carburante, chi vende prodotti agricoli nel caso di regime speciale, i giornalai, chi propone scommesse e concorsi, i gondolieri della laguna veneziana; i parrucchieri, barbieri, estetisti, sarti, chi vende cartoline e souvenir nel caso in cui sono dei venditori ambulanti senza alcuna struttura motorizzata.

Sono esonerati dall’emissione dello scontrino anche le aziende che fanno parte di gruppi il cui fatturato è superiore a 10 milioni di euro, a condizione che inviino telematicamente tutte le entrate all’Agenzia delle Entrate.

Sconto 10% bollo auto per chi paga tramite RID

Il bollo auto è una tassa che è obbligatorio pagare da parte di tutti i possessori di un veicolo ma che, vuoi per una dimenticanza o perché si preferisce così, non tutti pagano. Per cercare di recuperare il più possibile i mancati introiti di questa tassa, che sono pari a diversi milioni di euro ogni anno, la regione Lombardia ha ideato un provvedimento all’interno della sua legge di semplificazione 2016.

In sostanza, tutti coloro che decideranno di pagare il bollo tramite RID, ovvero addebito diretto della somma sul proprio conto corrente, potranno beneficiare di uno sconto del 10% sul totale annuo.

Per un proprietario che paga 250 euro di bollo, significherebbe risparmiare 25 euro, che non sono affatto male.

Come detto, la prima regione ad applicare questa norma è la Lombardia e la novità sarà a disposizione di tutti gli automobilisti a partire dal prossimo anno.

Si spera che anche altre regioni possano seguire una strada uguale o quantomeno simile. La Liguria, ad esempio, ha previsto l’esenzione totale dal bollo per 5 anni per chi acquista un’auto ibrida, mentre in tutta Italia c’è un progetto di legge che mira ad eliminare completamente il bollo a fronte di una nuova accise sui carburanti di circa 15 centesimi per ogni litro.

Che vantaggi ci sono per gli automobilisti? Per chi ha sempre pagato il bollo, non fa certamente differenza scegliere di farlo tramite bollettino postale o tramite RID, almeno per quanto riguarda la modalità di pagamento.

A questo punto, scegliere il RID permette di risparmiare alcune decine di euro, come abbiamo visto dall’esempio di cui sopra.

Il governo, invece, avrebbe uno strumento che invoglierebbe gli italiani a pagare di propria iniziativa piuttosto che ricorrere a costose e lunghe procedure di recupero debiti.

Una situazione che sembra accontentare tutte le parti e che, si spera, sarà vista con grande piacere dagli automobilisti italiani.

Disdetta affitto: Risoluzione anticipata contratto di locazione

Quando si stipula un contratto di locazione di un immobile, bisogna indicare anche la data di scadenza dello stesso come parte fondamentale. A seconda dei casi, potrebbe accadere che una delle due parti, locatore o conduttore, si trovino nella necessità di porre fine al contratto prima della sua scadenza. Vediamo come si può procedere alla disdetta dell’affitto in entrambi i casi, tenendo presente che ci sono delle norme differenti che bisogna rispettare a seconda del proprio ruolo.

Accordo tra le parti

Se le parti riescono a trovare un accordo relativamente alla risoluzione del contratto di locazione, in questo caso la volontà è “sovrana” e bisogna semplicemente tenere conto degli aspetti fiscali della questione, così come indicato sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Recesso anticipato da parte del conduttore

Il conduttore, ovvero colui che ha preso l’immobile in affitto, ha una libertà ben più ampia in merito al recesso di quella che viene garantita all’altra parte.

Nello specifico, egli può recedere dal contratto in ogni momento lo desideri tramite un’apposita clausola di recesso convenzionale che viene inserita nel contratto, oppure se ci sono dei gravi motivi.

L’unico obbligo che egli ha, praticamente, è di dare un preavviso di almeno 6 mesi. Se tale periodo minimo non viene rispettato, allora il conduttore ha l’obbligo di versare al locatore una somma di denaro pari al periodo di mancato preavviso, anche se egli rilascia l’immobile.

Inoltre, il conduttore dovrà anche risarcire i danni subiti dal locatore proprio a causa dell’anticipata restituzione dell’immobile stesso. L’onere della prova di questi danni grava sul locatore.

Recesso anticipato del locatore

Nel caso in cui a voler recedere dal contratto in maniera anticipata sia il locatore, ovvero il proprietario dell’immobile, ci sono delle condizioni molto più “strette” che bisogna rispettare.

Un caso è sicuramente quello della disdetta per finita locazione, ovvero quando il contratto giunge al termine. In questo caso il locatore deve dare comunicazione al conduttore della fine dell’intenzione di non rinnovare almeno 6 mesi prima della scadenza dello stesso, che diventano 12 o 18 rispettivamente se il contratto è ad uso non abitativo o riservato ad un’attività imprenditoriale che ospita persone (come gli alberghi).

Il locatore può riservarsi di non voler rinnovare il contratto di affitto in tutti questi casi:

  • Se vuole destinare quell’immobile ad uso abitativo o professionale proprio o della propria famiglia;
  • Se vuole destinare l’immobile all’esercizio di attività dirette con finalità pubbliche, sociali, cooperative o mutualistiche;
  • Se il conduttore ha un alloggio idoneo a sua disposizione nello stesso comune;
  • Se l’immobile si trova in un edificio molto danneggiato che deve essere ristrutturato e nel caso in cui la presenza del conduttore rende difficile o impossibile procedere con i lavori;
  • Se il conduttore non occupa in maniera continuativa l’immobile senza darne motivo;
  • Se il locatore vuole vendere l’immobile a terzi (in questo caso il conduttore ha diritto di prelazione).

In tutti questi casi, il locatore può disdire il contratto in via anticipata, dando comunque un preavviso di almeno 6 mesi al conduttore.

E’ da considerare che la fine anticipata del contratto di locazione comporta delle spese da ambo le parti. Per sapere quanto occorre pagare è importante rivolgersi all’Agenzia delle Entrate, che potrà studiare il caso specifico e fornire tutte le indicazioni necessarie.

Ravvedimento operoso: calcolo di sanzioni e interessi

Si parla di ravvedimento operoso per indicare la possibilità data al cittadino di regolarizzare la propria posizione nei confronti dello Stato per omesse o errate operazioni tributarie. In sostanza, se non si pagano le tasse oppure se si pagano degli importi inferiori rispetto a quanto era realmente dovuto, bisogna regolarizzare la propria posizione e cercare di farlo nel più breve tempo possibile. Il ravvedimento operoso permette di farlo in maniera spontanea, prima che possa intervenire un controllo da parte di chi di dovere.

In quanto si tratta di un ravvedimento che fa il cittadino di sua spontanea volontà perché si è accorto dell’errore commesso, le sanzioni e gli interessi che bisogna pagare sono decisamente inferiori rispetto a quelli che bisognerebbe sborsare se ad accorgersi della “pecca” fosse l’Agenzia delle Entrate. E potete star sicuri che, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine.

Quali sono le imposte per le quali si può fare ravvedimento operoso?

In linea generale tutte le imposte legate alla dichiarazione dei redditi, come IRPEF, IRES, IRAS e tutte le addizionali, ma anche l’IVA, l’imposta di registro, quella ipotecaria e quella catastale.

A quanto ammontano le sanzioni e gli interessi?

Il conteggio finale dipende dal momento in cui si effettua il ravvedimento stesso, secondo il dettaglio che segue:

  • Entro i primi 14 giorni (ravvedimento sprint), si paga una sanzione edittale del 15% ed una sanzione dello 0,1% per ogni giorno di ritardo (se sono 6, ad esempio, si pagherà una sanzione dello 0,6%);
  • Dal 15° al 30° giorno (ravvedimento semplificato), si paga una sanzione edittale del 15% e una sanzione ridotta del 1,5%;
  • Dal 31° al 90° giorno (ravvedimento semplificato), la sanzione edittale è sempre del 15%, la sanzione ridotta sale al 1,67%;
  • Dal 91° fino al giorno di termine di presentazione della dichiarazione (ravvedimento ordinario), la sanzione edittale sale al 30% e la sanzione per ravvedimento è del 3,75%;
  • Se si fa ravvedimento entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi (ravvedimento ordinario), la sanzione edittale è del 30% e quella da ravvedimento del 4,29%;
  • Infine, se si presenta ravvedimento oltre il termine di presentazione della dichiarazione (ravvedimento ordinario), la sanzione edittale rimane al 30% e quella di ravvedimento sale al 5%.

Oltre al versamento dell’imposta ancora dovuta e delle sanzioni, bisogna anche pagare degli interessi di mora dello 0,20%.

La sanzione edittale, per chi non ne fosse a conoscenza, rappresenta il massimo che si può pagare. Per ogni illecito, infatti, le sanzioni spaziano entro dei limiti minimi e massimi, cosiddetti “edittali”.

Omessa presentazione del modello F24

Se non si è proprio presentato il modello F24 per il pagamento di un tributo per cui si è fatta una compensazione con un credito tributario, e non si deve nulla al fisco, bisogna ricordare che il modello F24 va comunque presentato. Se si è omesso, si può sanare la situazione pagando una sanzione di 6€ se il ritardo è inferiore a 5 giorni lavorativi, oppure di 19 € se inferiore all’anno.

Pagare in ritardo ma senza ravvedimento

Se non si è pagata in tempo una sanzione è altamente consigliato fare il ravvedimento operoso, altrimenti si rischia di dover pagare delle sanzioni che arrivano anche fino al 30%.

Bonus 500 Euro, come fare per ottenerlo

Finalmente il bonus 500 euro per le famiglie numerose verrà messo in pratica. Pensato per la prima volta con la Legge di Stabilità 2015, ora il governo Renzi ha reso note le istruzioni operative per poterlo ottenere.

Nella pratica, le famiglie che hanno almeno 4 figli e un reddito ISEE inferiore a 8.500 € , riceveranno il bonus da 500 € senza necessità di fare domanda, sarà tutto considerato e calcolato dal comune di appartenenza. Lo ha stabilito l’INPS con la circolare 70 del 2016, definendo anche che il pagamento verrà effettuato nel prossimo mese di luglio.

Saranno i comuni, pertanto, a dover inserire, entro il 31 maggio 2016, le domande di pagamento all’interno delle prestazioni sociali.

Nel caso in cui la nascita del quarto figlio sia avvenuta dopo che il genitore ha presentato domanda al Comune, quest’ultimo dovrà presentare un’altra DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica), entro il 31 maggio, con la quale si chiede il riconoscimento di quanto spettante dallo status di famiglia numerosa. La DSU non deve essere nuovamente presentata se in quella precedente era già stata indicata la presenza di almeno 4 figli minori di 18 anni.

Per chi non lo sapesse, la DSU è un documento che ha al suo interno tutte le informazioni anagrafiche, reddituali e patrimoniali relative alla situazione economica e patrimoniale di una famiglia.

Se la nascita del quarto figlio è avvenuta ad anno in corso, dunque lo status di famiglia numerosa e il conseguente bonus sarebbero dovuti solo per una parte dei 12 mesi, ecco allora che quest’ultimo sarà ottenuto solo per i mesi durante i quali tutti i requisiti sono stati soddisfatti.

Finalmente, dopo oltre 12 mesi, è stata messo in pratica il bonus delle 500 euro per le famiglie numerose. Per tutti i nuclei familiari italiani che rientrano all’interno delle caratteristiche elencate si tratta di una interessante novità, che potrebbe portare una piccola boccata di ossigeno tra spese e tasse da pagare.

Ditta individuale: modalità di apertura della Partita IVA

Per chi volesse avviare un’attività imprenditoriale come autonomo o come ditta individuale, ci sono diversi aspetti da considerare dal punto di vista fiscale e contributivo. In questo articolo andiamo ad affrontare i passaggi che bisogna fare per aprire una partita IVA individuale e che cosa bisogna sapere da un punto di vista delle tasse.

Ditta individuale o lavoratore autonomo?

Fare questa distinzione a monte è fondamentale perché da essa dipende l’aspetto fiscale e contributivo della propria attività economica. In generale, diciamo che possono aprire una ditta individuale tutto gli artigiani ed i commercianti, ovvero soggetti che devono iscriversi al Registro delle Imprese, tenuto presso la Camera di Commercio di ogni provincia.

Gli artigiani sono quei soggetti che svolgono delle attività fatte in maniera, appunto, artigianale, come i pasticceri, i fabbri, i meccanici, i parrucchieri. Dall’altro lato, i commercianti acquistano merci o materie prime con lo scopo di rivenderle e lucrare sulla differenza. Tra i commercianti possiamo distinguere i dettaglianti, ovvero quelli che si rivolgono al grande pubblico, e i grossisti, che invece si rivolgono esclusivamente alle imprese e per acquistare dai quali occorre avere una partita IVA. Tra i commercianti possiamo far rientrare anche coloro che vendono oggetti su internet, tramite un proprio negozio di e-commerce o magari attraverso marketplace, siti di aste o di annunci.

I lavoratori autonomi sono invece tutti coloro che svolgono un’attività prevalentemente intellettuale. Nell’elenco possiamo vedere avvocati, notai, consulenti del lavoro, architetti, psicologici e così via. Non fa distinzione, invece, essere soggetti ad iscrizione in un albo professionale o meno.

La distinzione fondamentale tra imprenditore individuale e libero professionista sta principalmente nel tipo di lavoro svolto.

Disciplina fiscale

Dal punto di vista del fisco, essere imprenditore individuale o libero professionista cambia di molto la propria situazione.

Questi ultimi vengono tassato solo per i compensi effettivamente ricevuti nel periodo di imposta, al quale vengono sottratti ovviamente i costi. In sostanza, si applica un principio di cassa.

Al contrario, gli imprenditori individuali vengono tassati sul reddito imponibile annuale determinato sulla base dei ricavi che hanno avuto la loro manifestazione economica nell’anno di esercizio, indipendentemente da quando sono stati incassati. In sostanza, i ricavi vengono tassati purché fatturati, anche se non sono stati incassati.

Disciplina contributiva

Anche per quanto riguarda i contributi ci sono delle notevoli differenza tra liberi professionisti e imprenditori individuali.

Questi ultimi sono obbligati ad iscriversi all’INPS, nella gestione dedicata a commercianti ed artigiani. Questa gestione prevede il pagamento di contributi previdenziali fissi, che non sono calcolati in base al fatturato. Da dire che, a fine anno, se si superano determinate soglie di reddito, bisognerà versare un conguaglio.

Al contrario, i liberi professionisti devono pagare i contributi in base al volume di fatturato annuo. Una considerazione a parte deve essere fatta per quei liberi professionisti che non devono iscriversi ad un ordine professionale: in questo caso occorre iscriversi alla gestione separata INPS, che prevede il pagamento dei contributi calcolati sulla base del reddito imponibile del professionista.

Poche differenze che, però, alla fine dei conti, sono sostanziali per capire quanto bisogna pagare.

Disdetta contratto di affitto commerciale e residenziale: ecco la guida

Dal momento in cui si prende in affitto un immobile da usare come abitazione privata o come uso commerciale da ufficio, è obbligatorio sottoscrivere un contratto di affitto. Oltre che richiesto per legge, un contratto ci mette al riparo da qualunque imprevisto e protegge entrambe le parti. A volte potrebbe capitare di dover disdire il contratto di affitto prima della sua scadenza, e allora come bisogna comportarsi? Quali sono i passi da fare e quanto tempo prima bisogna darne comunicazione all’altra parte?

Chi può fare la disdetta di un contratto di locazione?

Entrambe le parti possono farlo, ma in generale al proprietario dell’immobile non viene riconosciuta la facoltà di uscire dal contratto prima della scadenza, mentre l’inquilino, noto anche come conduttore, può farlo in ogni momento, previa comunicazione di almeno 6 mesi.

Come fare richiesta di disdetta del contratto

La disdetta del contratto può essere fatta dando comunicazione, tramite invio di un documento cartaceo, con un preavviso di almeno 6 mesi. Tale lettera deve essere inviata tramite raccomandata con ricevuta di ritorno al proprietario dell’immobile. Al suo interno dovranno essere indicati i dati anagrafici di chi affitta l’immobile, i dati relativi alla registrazione dell’affitto stesso, le motivazioni per cui si vuole porre fine al contratto e le tempistiche entro le quali l’immobile verrà lasciato libero.

Disdetta di un contratto di affitto di tipo abitativo

Per tutti coloro che vogliono disdire un contratto di tipo abitativo, partendo dal presupposto che la durata dello stesso è in genere di 4 anni, con formula 4+4, oppure di 3 anni con formula 3+2, la disdetta deve essere inviata a mezzo raccomandata A/R almeno 6 mesi prima del giorno in cui si vuole lasciate l’immobile. L’inquilino deve dare disdetta anche alla scadenza del contratto, ovvero dopo 8 o 5 anni.

Il proprietario di casa, invece, deve aspettare almeno la scadenza dei primi 4 o 3 anni prima di poter inviare una disdetta all’altra parte.

Disdetta di un contratto di affitto di tipo commerciale

Per questa tipologia di contratti ci sono delle tempistiche differenti rispetto a quelle viste in precedenza. In generale, la maggior parte delle attività commerciali hanno un contratto di affitto di 6 anni + altri 6, che diventano 9+9 nel caso di luoghi adibiti al pernottamento di persone, come gli hotel.

In questo caso occorre inviare una raccomandata con un anticipo di almeno 12 mesi nel primo caso e almeno 18 mesi nel secondo caso.

In questo caso, l’inquilino non deve dare alcuna giustificazione sul perché ha deciso di disdire il contratto, tranne se il proprietario chiede in maniera esplicita, mentre quest’ultimo deve fornire una motivazione.

Disdetta di un contratto di natura transitoria

Con questa definizione si definiscono quei contratti che hanno una durata massima solitamente di 18 mesi e che si riservano agli studenti universitari o a lavoratori temporanei, ad esempio. In questo caso il periodo di preavviso minimo è di 3 mesi.

Come abbiamo visto, disdire un contratto di affitto non è difficile, almeno per quanto riguarda l’inquilino, è sufficiente dare un preavviso minimo. Diverso è il discorso per il proprietario di un immobile, che invece deve attendere necessariamente un periodo minimo di tempo.

Aumento IVA 2017-2018: ci costerà oltre 920 €

Le previsioni di un aumento dell’IVA non sono certo delle più rosee, purtroppo. E’ un dato che di fatto che l’incremento di questa tassa ricadrà in toto sul consumatore finale, ed effettivamente il Centro Studi Unimpresa lo conferma. Sembra, infatti, che l’incremento dell’imposta sul valore aggiunto porterà ad un aumento dell’indice prezzi al consumo del 1,40% nel 2017 e del 1,72% nel 2018.

Il gettito fiscale dovrebbe salire di 15,1 miliardi nel 2017 e di 19,6 miliardi nel 2018, per un impatto medio sulle famiglie italiane che sarà di circa 414 euro al nel 2017 e di 508 euro nel 2018, un totale di 922 euro, poco meno di 1.000.

Come aumenterà l’IVA secondo le previsioni? Sembra che il governo voglia far salire, nel corso dei prossimi anni sia l’aliquota dell’IVA ordinaria, che ora si trova al 22%, sia quella dell’IVA ridotta, che invece si trova al 10%. Nessun cambiamento, invece, per l’aliquota super ridotta, che si trova al 4% e rimarrà tale.

Nel 2017, l’aliquota ordinaria salirà al 24% e nel 2018 al 25%. Quella ridotta, invece, salirà al 13% nel 2017 e rimarrà poi stabile anche l’anno successivo.

In questo momento non è dato sapere se l’aumento IVA il prossimo anno ci sarà sicuramente, ma sarà automatico qualora il governo non riuscirà a tagliare la spesa pubblica, che effettivamente continua a crescere.

Insomma, se le cose dovessero continuare così, allora la stangata arriverà, anche se il governo di Matteo Renzi sta lavorando per evitare l’aumento dell’imposta e trovare delle soluzioni alternative per poter finanziare le asse del governo. Secondo Paolo Longobardi di Unimpresa, il bilancio pubblico ha ancora degli spazi di manovra all’interno dei quali è possibile muoversi, molto dipenderà anche dalla volontà di evitare una mazzata a imprese e consumatori.

C’è anche da dire, effettivamente, che le previsioni di crescita sono inferiori alle attese e che molto dipende dai vincoli di bilancio, perché se fossero allentati ci potrebbero essere maggiori investimento e maggiore crescita, dunque una situazione migliore per tutti.

Esenzione canone Rai: mancano 6 giorni per fare domanda

Mancano solo 6 giorni per poter presentare la dichiarazione sostitutiva per non pagare il canone Rai 2016 nel caso in cui non si abbia nessun apparecchio TV. Inizialmente fissata per il 30 aprile, la scadenza è stata poi portata al 16 maggio per tutti coloro che presenteranno un modello cartaceo.

E’ da ricordare che il canone, per il 2016, ammonta a 100 € da pagare una volta in un anno, e bisogna farne fronte per famiglia anagrafica: questo significa che se una famiglia ha due case, e anche se in una di esse vive un figlio, ad esempio (dunque legato da vincolo di parentela), non bisogna pagare due volte il canone.

Oltre a questo, è da far presente che l’esenzione dal canone Rai può essere “goduta” solo da parte di coloro che non hanno una TV, ma neanche uno smartphone, un tablet o comunque un qualunque altro apparecchio che sia capace di ricevere il segnale Rai.

L’autocertificazione deve essere presentata anche dagli intestatari di una qualunque utenza elettrica residenziale se in tali case manca una TV, oltre che tutti coloro che sono intestatari di una utenza elettrica residenziale se nelle case non c’è nessun’altra TV oltre quella per la quale è stata fatta domanda di cessazione dell’abbonamento Rai a causa di suggellamento (ovvero l’applicazione dei sigilli alla televisione).

Bisogna presentare dichiarazione anche se ci sono due persone che appartenengono alla stessa famiglia ma hanno intestate delle utenze diverse. In questo caso ci si riferisce a quando un altro componente della famiglia ha intestata l’utenza di fornitura dell’energia elettrica residenziale sulla quale il costo del canone sarà addebitato.

Il canone non deve essere pagato, in quanto esenti, da tutti coloro che hanno oltre 75 anni di età ed un reddito inferiore a 6.713,98 € all’anno.

Concludiamo con l’indirizzo dove presentare domanda cartacea di esenzione del canone Rai: Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1 S.A.T. – Sportello abbonamento tv – casella postale 22 – 10121 Torino .

Impresa individuale: tassazione e plusvalenza per la cessione d’azienda

Quando si parla di cessione aziendale è importante ricordare che si è soggetti al pagamento delle imposte sui redditi, che vengono calcolate sulla differenza tra il valore della stessa e la somma di denaro incassata per la vendita stessa. La legge ha stabilito due diverse norme a seconda del fatto che si parli di una cessione di società di capitali o di una società di persone / ditta individuale: rispettivamente bisogna far riferimento all’articolo 86 e al 58 del Tuir.

Plusvalenze per la cessione di società di persone / individuali

Nel caso specifico dell’imprenditore individuale e della società di persone, le plusvalenze che si ottengono dalla vendita dell’impresa vanno a formare reddito imponibile IRPEF, tranne se il contribuente decide di scegliere la tassazione separata, come al secondo comma dell’art. 17 del Tuir.

Per poter calcolare il valore della plusvalenza derivante dalla vendita bisogna sommare tutti i valori fiscali che compongono la stessa al momento della cessione. A questo importo bisognerà sommare i crediti e sottrarre i debiti.

Il calcolo del valore fiscale dei beni al momento della cessione viene dedotto dalla situazione fiscale e contabile aggiornata al momento della cessione. E’ da considerare che ogni singolo bene ha un valore pari all’ammortamento non ancora goduto. Bisogna inoltre ricordare che quando si parla di ammortamento dei beni sia materiali che immateriali è fondamentale calcolare in maniera tale che sia pro-rata temporis, così come indicato dalla risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 41 / E / 2002 .

Per poter definire al meglio il valore ancora da ammortizzare, che dunque dovrà essere calcolato nel conteggio del valore dell’azienda, bisogna valutare non solo quello che è stato indicato dai libri contabili, ma anche dal registro dei cespiti ammortizzabili (che contiene al suo interno tutti i beni durevoli che possono essere ammortizzati nel corso della vita aziendale).

Come calcolare le tasse da pagare sulla cessione dell’impresa individuale

Per poter effettuare il calcolo della plusvalenza che deriva dalla cessione aziendale, come detto in apertura, bisogna considerare che si può optare per la tassazione separata. Per la precisione, il Tuir stabilisce che tale tipologia di tassazione può essere applicata solo alle aziende che sono cedute dopo 5 anni di possesso da parte dell’imprenditore individuale stesso.

In questo caso bisogna considerare che va versata, all’Agenzia delle Entrate, una somma pari al 20% dell’imponibile, a titolo di acconto. Per la restante parte, che verrà calcolata dall’Agenzia stessa, bisognerà attendere una comunicazione apposita che indicherà quanto effettivamente bisognerà pagare.

Se, dopo la cessione, l’imprenditore rimane tale, nel senso che ha un’altra azienda che fa capo a lui, allora può avvantaggiare della rateazione della plusvalenza, in caso contrario no. Non ci sono modifiche, invece, alla possibilità di avvalersi della tassazione separata.

Cosa fare in caso di tassazione non separata

Se, per scelta o per obbligo, non ci si possa avvalere della tassazione separata, allora bisogna considerare che l’importo della plusvalenza va aggiunto al reddito imponibile IRPEF e va tassato come di consueto per qualunque altra tipologia di reddito, rispettando dunque le scadenze imposte dalla legge italiana per il pagamento delle tasse sulla persona fisica.