L’Opec non raggiunge l’accordo sui livelli di produzione del petrolio

Finisce con un nulla di fatto l’ultima riunione dell’OPEC, con l’Iran che si rifiuta di sostenere il piano saudita per aiutare a stabilizzare i mercati.

L’obiettivo sarebbe dovuto essere, da parte di Arabia Saudita e Iran, di mettere da parte la faida e raggiungere un accordo sui livelli di produzione del greggio al fine di stabilizzare i mercati. Purtroppo, così non è stato e ora i mercati tremano ancora.

L’impasse politica significa anche che gli altri cinque membri dell’OPEC sono molto fragili e meno forti rispetto ai due leader. Nel gruppo dei piccoli inseriamo anche la Nigeria, il Venezuela (con la sua crisi) e la Libia, le cui economie sono quasi completamente dipendenti dalle entrate petrolifere.

L’Opec ha fatto buon viso a cattivo gioco, sottolineando come il costo del greggio è in salita del 80% rispetto all’ultimo vertice, lo scorso dicembre. Inoltre, è stato sottolineato come lo scopo principale della riunione (raggiunto) era quello di scegliere il nuovo segretario generale, il nigeriano Mohammed Barkindo.

Alla fine dell’intervento, il cartello ha confermato che “domanda e offerta stanno convergendo”, il che potrebbe porre da solo un rimedio alla situazione attuale senza che l’OPEC stesso faccia nulla.

L’Arabia Saudita, guidata dal nuovo ministro dell’energia, Khalid al-Falih, sta spingendo per “un’azione coordinata dei membri” per contenere la produzione, ma non procederà senza la cooperazione dell’Iran.

Dal canto suo, Bijan Zanganeh, ministro iraniano, ha chiarito che il suo paese vuole godere della ritrovata libertà di produrre ed esportare maggiori volumi di greggio dopo l’accordo sul nucleare, ecco dunque che il tetto alla produzione non avrebbe alcun beneficio per il suo paese.

Nel frattempo, lo stato attuale dei mercati petroliferi ha causato un intenso sconvolgimento economico e politico in luoghi come Venezuela e Brasile. Il primo in maniera particolare è perseguitato da carenze croniche di beni di prima necessità e medicinali essenziali, il costo dell’energia elettrica sale a dismisura e l’acqua è razionata, inoltre la spirale di criminalità è dilagante.

La situazione, dunque, rimarrà praticamente la stessa nel corso delle prossime settimane, vedremo come reagiranno i mercati.

Mercati finanziari: attenzione alle riunioni BCE e OPEC

Le borse europee dovrebbero aprire al ribasso oggi mentre gli investitori guardano avanti all’ultima decisione di politica monetaria da parte della Banca centrale europea (BCE) e al vertice Opec a Vienna.

L’indice FTSE di Londra dovrebbe aprire 11 punti al ribasso a 6.181, il tedesco DAX in calo di 33 punti a 10.171 e il CAC francese in calo di 26 punti a 4.449.

Il sentiment degli investitori europei non è spinto al rialzo neanche dall’Asia, dove la maggior parte delle azioni sono scese nelle prime ore del trading di oggi. Il Nikkei 225 è sceso e lo yen si è rafforzato nei confronti del dollaro dopo che il governo si è mosso per ritardare l’aumento delle tasse sulle vendite, con il primo ministro giapponese Shinzo Abe che ha fatto sapere che tale aumento non ci sarà fino al 2019 a causa di una debolezza continuata nell’economia.

Occhi puntati sull’Europa intanto, con i mercati che guarderanno strettamente da vicino l’ultima decisione di politica monetaria della BCE per trovare suggerimenti su eventuali ulteriori misure di stimolo e per conoscere le più recenti previsioni di inflazione e di crescita da parte della banca. Non è previsto alcun cambiamento del tasso di interesse.

Per chi investe nel forex sarà importante anche capire in che maniera la valuta unica potrebbe muoversi.

Nel frattempo sarà importante anche tenere d’occhio la riunione dell’OPEC a Vienna. Il gruppo dei 13 produttori non dovrebbe tagliare né congelare la produzione di petrolio e questo potrebbe far scendere ancora una volta il prezzo del greggio, che di recente si era mosso intorno a 50 dollari al barile.

Questo, in aggiunta alle voci di ieri secondo le quali alcune fonti OPEC hanno detto che il gruppo di produttori potrebbe prendere in considerazione l’idea di porre un nuovo tetto alla produzione di petrolio, potrebbe influire notevolmente sui prezzi del greggio nelle prossime ore/ giornate.

Crisi greca: questa volta il FMI prende tempo

L’accordo “svolta” annunciato qualche giorno fa per riprendere a distribuire i soldi del piano di salvataggio della Grecia è suonato come ai vecchi tempi: il Fondo monetario internazionale lavora con i principali paesi europei, ancora una volta, come istituto di credito ufficiale per Atene.

Alla fine, però, questo creditore globale si è rifiutato di sostenere il terzo programma di salvataggio per il paese ellenico con il proprio contributo finanziario.

Il FMI ha detto che non darà un centesimo alla Grecia fino a che non vedrà un piano concreto dagli europei al fine di tagliare il debito del paese. L’accordo di mercoledì preso dai ministri delle Finanze dell’Eurogruppo non è riuscito a cambiare le cose.

Il FMI è ora focalizzato sulla protezione della propria reputazione dopo il fallimento delle prime due operazioni congiunte di salvataggio della Grecia. Ma con l’economia greca in bilico e con Atene ancora in debito a causa di diversi miliardi, il FMI può permettersi di tirarsi indietro?

Negli anni passati il FMI aveva partecipato, convinto da altri paesi europei, che una caduta della Grecia avesse potuto mettere a repentaglio l’intera zona euro, ma già allora l’istituto guidato da Christine Lagarde aveva dei dubbi sul funzionamento di tali piani.

Nel 2010, la Grecia è stata messa al centro dell’Europa e il FMI ha messo da parte i suoi princìpi per cercare di mettere in piedi qualche cosa che potesse funzionare.

Ora che gli europei hanno i propri meccanismi di stabilità finanziaria, i problemi della Grecia non minacciano più la più ampia economia dell’Eurozona. Il FMI è più prudente dopo che la Grecia non ha pagato circa 2 miliardi di dollari l’anno scorso, il più grande default mai subìto dal fondo, che ha minacciato la sua credibilità.

Anche se poi la Grecia ha onorato i pagamenti, il rischio di default rimane: Atene deve ancora al FMI 16,2 miliardi di dollari.

L’obiettivo da perseguire deve essere un altro, non continuare a far indebitare la Grecia. Ma l’Europa sarà disposta a metterlo in pratica?

Rendimenti Bot a 6 mesi, nuovo minimo negativo

Nuovo minimo storico per i Bot a 6 mesi, che arrivano a toccare un tasso di interesse negativo di -0,262%, un valore mai toccato. Siamo circa 9 punti base più in basso rispetto al minimo storico precedente e quest’era di tassi negativi non sembra voler avere fine.

Benché siamo di fronte a dei tassi di interesse negativi, dunque chi acquista oggi Bot accetta di perdere una piccola parte del suo investimento a patto di avere la sicurezza di poterli avere, la domanda è stata eccezionalmente alta: 1,63 volte l’offerta: 10 miliardi di euro di richieste, 6 miliardi di euro l’offerta.

Benché la situazione attuale sia un vero e proprio ossimoro della finanza, la spiegazione è presto data: l’economia attuale, tra deflazione e politiche monetarie aggressive da parte delle banche centrali per contrastare la deflazione, porta tanti a non voler rischiare assolutamente nulla per il loro denaro. Ecco dunque che è meglio affidarsi alla sicurezza di alcuni titoli di stato che investire altrove con il rischio di perdere molto di più.

I titoli a tasso di interesse negativo sono acquistati in maniera particolare dalle banche, che alla fine della sera devono parcheggiare la liquidità in eccesso e, per farlo, piuttosto che rivolgersi alla BCE, preferiscono scegliere altre soluzioni. Solitamente, infatti, per il denaro che le banche commerciali depositano presso la BCE, ricevono in cambio un certo tasso di interesse. Da qualche tempo a questa parte la storia si è invertita e sono gli istituti di credito che, invece, pagano per poter parcheggiare denaro. Al momento il tasso che bisogna pagare per parcheggiare denaro a Bruxelles è pari allo 0,40%, pertanto fino a che ci saranno dei bond che abbiano dei tassi di interesse negativi inferiori rispetto a questo limite, alle banche conviene.

Diverso è il discorso per gli investitori privati, per i quali, invece, conviene optare per bond che abbiano una certa remunerazione, anche se ovviamente ci sono dei rischi: Grecia, oppure le più sicure Canada, Norvegia e Inghilterra.

Petrolio sopra 50 dollari al barile, ma fino a quando?

I prezzi del petrolio hanno sfondato 50 dollari al barile per la prima volta in quasi sette mesi dopo che le ultime figure hanno suggerito che la sovrabbondanza di fornitura del greggio sta scendendo. Molti analisti hanno previsto che la ripresa, che aiuterà l’industria petrolifera del Mare del Nord e potrebbe stabilizzare l’economia globale, potrebbe essere di breve durata.

Il prezzo del Brent è salito dello 0,9% a 50,2 $ al barile, potenziato dai dati dal governo degli Stati Uniti che mostra un calo delle scorte più grande del previsto nel corso della scorsa settimana.

Si tratta del valore del Brent più alto da inizio novembre, segno anche che il calo della produzione dovuto agli incendi in Canada e alle interruzioni nella produzione in Nigeria stanno cominciando a farsi sentire in tutta l’industria petrolifera mondiale. Il prezzo del greggio, che era a quasi 118 $ due anni fa, è stato aiutato anche da un calo del prezzo del dollaro.

Julian Jessop, capo economista globale di Capital Economics, ha detto che mentre una ripresa dei prezzi del greggio dovrebbe essere positiva per l’economia globale, ci sono degli aspetti negativi. Se, da un lato, si tratta di una buona notizia per l’economia globale e per i corsi azionari, prezzi che si trovano attorno a 50- 60 dollari al barile potrebbero essere ancora troppo bassi per aumentare in generale la spesa per beni e servizi.

Prezzi del petrolio più alti sono chiaramente la migliore notizia che i produttori potrebbero avere. Il rimbalzo dei prezzi del greggio sarà anche linfa per alcune economie in fase di ripresa sia in zona euro che in Giappone.

I rischi di tornare sotto la cifra di 50 $ al barile sono ancora concreti, considerando che la crescita della domanda è ancora lenta rispetto allo scorso anno e che, nel frattempo, l’Arabia Saudita e la Russia stanno ancora pompando a livelli record, mentre l’Iran è tornato a produrre più velocemente di quanto molti si aspettavano.

Approvato il nuovo pacchetto di salvataggio greco

I funzionari europei hanno fatto sapere di aver rilasciato un nuovo pacchetto di aiuti in favore della Grecia del valore di 10,3 miliardi di €, e hanno definito questa decisione come un “importante passo avanti”, giorni dopo che il paese ha approvato l’aumento delle tasse e dolorosi tagli al bilancio.

L’accordo prevede quindi la prospettiva di una riduzione del debito per Atene, sotto forma di tassi di interesse più bassi e un’estensione delle scadenze di rimborso del prestito se necessario in futuro.

Tale misura era vista come cruciale da parte del Fondo monetario internazionale, che aveva dichiarato preoccupazione in merito alla situazione debitoria del paese ellenico e aveva spinto per prendere decisioni che rendessero il debito del paese sostenibile.

Il ministro delle Finanze greco, Euclide Tsakalotos, ha detto che l’accordo di salvataggio, arrivato dopo 11 ore di colloqui a Bruxelles, ha aperto un certo ottimismo per il paese e potrebbe dar modo di fare investimenti altamente necessari.

Anche il presidente UE, Donald Tusk, si è espresso a favore dell’accordo dicendo che lo stesso è un forte messaggio di stabilità per la Grecia, per l’Europa e per l’economia globale.

Ma, nonostante questo aiuto, la situazione critica della Grecia permane. Il paese si è sempre fortemente opposto alla riduzione del debito citando preoccupazioni su come questa decisione potrebbe creare una “prima volta” e incoraggiare anche le altre nazioni a debito ad abbandonare le riforme di austerità che, invece, dovrebbero portare avanti.

Ma nonostante le riserve di Berlino, i ministri delle finanze di altri paesi hanno lodato Atene per gli “sforzi considerevoli” fatti dal primo ministro Alexis Tsipras. Tra gli altri, il ministro delle Finanze francese Michel Sapin, ha detto che la Grecia ha bisogno di spazio per respirare e ha bisogno di certezze. Questo accordo è prima di tutto una dichiarazione di fiducia verso il paese greco.

Prezzo del petrolio in calo a causa dell’aumento della produzione USA

Il prezzo del greggio è ancora in calo, benché qualcuno pensava potesse finalmente tornare a a salire. Sembra che la causa principale sia legata agli Stati Uniti e al fatto che il numero totale degli impianti in funzione sia stato stabile, per la prima volta, dall’inizio del 2016, dopo che si erano registrati sempre e soltanto dei cali.

Questo ha avuto i suoi effetti sul prezzo del greggio, con il Brent che arriva a 48,83 dollari al barile e il WTI che invece viaggia attorno a 47,90 dollari al barile.

Il prezzo del dollaro è in calo anche a causa del dollaro forte, il che rende più costoso il greggio per chi ha valuta estera.

Dunque, gli effetti che avevamo visto nei giorni scorsi in merito alla diminuzione della produzione del greggio legata agli incendi in Canada e al fermo della produzione in Nigeria, sono praticamente finiti.

Le previsioni per il valore del greggio non sono certo rosee e questo preoccupa molto, ovviamente, i paesi la cui produzione economica è legata al prezzo dell’oro nero. Addirittura, la banca di investimento Goldman Sachs prevede che entro il 2020 gli States metteranno in fila, uno dietro l’altro, tutta una serie di incrementi produttivi, che spingerà il breakeven dell’olio di scisto a 50 dollari al barile.

In calo le previsioni dei prezzi per il 2017: sempre a causa della produzione che non accenna a diminuire, si pensa ora che il Brent potrebbe arrivare a 55 dollari al barile nel prossimo anno, contro una previsione precedente di 60 dollari, mentre il WTI potrebbe salire fino a 53 $ al barile, mentre in precedenza si valutava una crescita fino a 57 $ .

Nel frattempo la decisione dell’Iran di non tagliare la produzione e l’esportazione, bensì di farla salire a 2,2 milioni di barili entro questa estate, pesa ancora una volta sul prezzo del greggio, che ancora nei prossimi giorni potrebbe scendere.

Rialzo dei tassi di interesse FED: potremmo vederlo già a giugno o luglio

Un funzionario chiave della Federal Reserve, la Banca Centrale Americana, ha detto che sarebbe opportuno che i tassi di interesse venissero di nuovo alzati a giugno o al più tardi a luglio. A dirlo è stato William Dudley, presidente della Fed di New York, la più importante tra le Federal Reserve regionali, che opera anche da vice presidente del FOMC.

In passato si era discusso sul fatto se la FED avesse dovuto alzare i tassi di interesse già prima di questa estate, in considerazione sia del Brexit (ovvero l’uscita del Regno Unito dall’UE) sia dell’elezione del presidente americano in novembre, due grandi incognite sul nostro futuro.

Se fino a qualche settimana fa si riteneva meglio che la FED attendesse ancora qualche mese, ora invece i mercati vedono una probabilità del 60% di un aumento del tasso a giugno o a luglio.

Dudley ha fatto sapere che i prossimi mesi sono quelli giusti per un altro inasprimento dei tassi, anche in considerazione dell’andamento dell’economia americana.

Il presidente della FED di New York ha fatto sapere che, secondo lui, la votazione sul referendum britannico di lasciare l’Unione europea, di per sé, non avrà influenza sulla decisione della FED di rialzare i tassi di interesse. La votazione sul cosiddetto Brexit è fissata per il 23 giugno, otto giorni dopo riunione di giugno della Fed.

Certo è che molto dipenderà da come gli investitori ed il mercato in generale reagiranno al rischio Brexit, e che impatto esso potrebbe avere sull’economia mondiale.

Per chi investe denaro nei mercati e preferisce farlo con l’analisi fondamentale, le prossime settimane saranno cruciali da ogni punto di vista, con il Brexit e la decisione sui tassi della FED che potrebbero influire in maniera notevole sia sul rapporto di cambio EUR / USD che su quello EUR / GBP, oltre che direttamente sul “cable”, ovvero il rapporto GBP/ USD.

Prezzi del petrolio oltre i 50 dollari al barile, ecco perché

Il Brent è arrivato a 50 dollari al barile nel trading asiatico durante la notte, potenziato dalle interruzioni delle forniture dovute agli incendi canadesi e agli attacchi armati contro gli impianti petroliferi in Nigeria.

Gli incendi che bruciano intorno alle sabbie bituminose di Fort McMurray in Alberta, Canada, si sono rapidamente spostati verso nord, costringendo i vigili del fuoco a spostare i loro sforzi per proteggere le installazioni petrolifere esistenti.

Nel frattempo, in Nigeria, il più grande produttore di greggio dell’Africa, le truppe hanno fatto diversi arresti a seguito degli attacchi a un impianto petrolifero in mare aperto. Gli investitori sono alla ricerca di eventuali segnali di possibili cali dell’offerta e qualsiasi notizia di interruzione non pianificata della produzione porta i prezzi al rialzo.

Arrivare al di sopra di 50 dollari al barile nei prossimi giorni è una cosa molto possibile, mentre nella seconda metà dell’anno il greggio dovrebbe tenere tra 45 a 50 dollari.

Un rapporto del gigante statunitense Goldman Sachs ha previsto un deficit a breve termine della fornitura a causa di interruzioni di produzione, indicando Nigeria e Venezuela come le principali cause. Questa mattina, i futures sul petrolio sono saliti e lo US West Texas Intermediate per la consegna a giugno è aumentato di 48 centesimi, arrivando a 48,20 dollari al barile, mentre il Brent del Mare del Nord con consegna a luglio è salito di 25 centesimi, toccando 49,22 dollari.

I prezzi hanno rimbalzato con forza dai minimi di 13 anni, sotto i 30 dollari al barile, toccati nel mese di febbraio. Tuttavia rimangono ben al di sotto dei picchi di 100 dollari e oltre raggiunti nel mese di giugno 2014.

L’ultima volta che il Brent ha toccato 50 dollari al barile fu all’inizio di novembre. Alcuni analisti, tuttavia, dicono che i disagi sono temporanei e ritengono che il mercato rimane ancora in un forte eccesso di offerta, che penalizzerà i prezzi nel prossimo futuro.

Titoli di stato, spread e debito pubblico: cosa sono e qual è il ruolo della BCE

Nel corso degli ultimi mesi ed anni abbiamo spesso sentito in TV i concetti di titoli di stato, spread e di debito pubblico. Inoltre, abbiamo spesso trovato legato questi nomi a quello della BCE, la Banca Centrale Europea gestita da Mario Draghi.

Per chi non è avvezzo alla finanza, potrebbe venire naturale chiedersi che cosa rappresentano i concetti espressi in apertura, vediamo di fare chiarezza.

Titoli di stato

I titoli di stato sono delle obbligazioni che vengono emesse in maniera periodica dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per conto dello stato. L’obiettivo è quello di piazzarli per riuscire ad incassare una certa somma di denaro per finanziare il debito pubblico.

Si tratta, in sostanza, di un prestito di denaro che gli investitori fanno allo Stato (è simile a quando si decide di acquistare un’obbligazione di un’azienda privata, in questo caso il prestito si fa alla ditta stessa). Questo prestito viene ufficializzato dalla presenza di un titolo, che può essere di tre tipologie:

  • BOT, Buoni Ordinari del Tesoro, solitamente hanno una durata inferiore o uguale all’anno;
  • CCT, Certificati di Credito;
  • BTP, Buoni del Tesoro Poliennali, come dice il nome stesso, questi titoli hanno una durata che va da 3 a 30 anni, con durate intermedie da 5, 10 e 15 anni. All’interno di queste cinque categorie, la principale è quella a 10 anni, che viene presa per il conteggio dello spread.

Lo spread

Questo ci porta alla prossima sezione, ovvero lo spread. Si tratta, praticamente, della differenza di rendimenti tra due obbligazioni.

Nel caso del nostro paese, lo spread viene calcolato mettendo a confronto il rendimento dei BTP decennali con quello dei bund tedeschi, la prima economia del vecchio continente. Lo spread viene calcolato prendendo in considerazione la differenza percentuale in punti base: ad esempio, lo spread tra un titolo al 6% e uno al 2% sarà di 4 punti percentuale, dove ognuno di essi è composto da 100 punti base (o “pb”). Questo significa che dire 4 punti percentuale di spread, o 400 punti base di spread, è la stessa cosa.

Lo spread è utile per capire lo stato di fiducia che gli investitori hanno verso un determinato paese. Più basso è questo valore e, in generale, è più alta la fiducia a l’apprezzamento degli investitori verso un’economia.

Quando la crisi economica era la picco in Italia e in Spagna, anche lo spread è schizzato alle stelle, con conseguente facilmente immaginabili per le economie in questione: una difficoltà maggiore nel rimborsare il finanziamento.

Il debito pubblico

Si parla di debito pubblico per indicare la situazione in cui le strutture statali spendono più di quello che incassano. A tal proposito, per indicare il debito pubblico annuale si parla di “deficit”, mentre il debito pubblico complessivo è noto come “somma dei deficit”.

Qualora un paese possa stampare moneta, come il Regno Unito, potrebbe cercare di apporre una toppa al deficit creando denaro, se invece c’è un ente superiore, come la BCE, allora bisogna ricorrere ai titoli di stato.

Il ruolo della BCE

La Banca Centrale Europea, in quanto istituto di credito adibito a controllare la situazione economica del vecchio continente, gioca un ruolo fondamentale perché si pone da investitore certo sul mercato obbligazionario, acquistando quelle dei paesi con maggiori problemi economici per aiutarli a porre rimedio alla propria situazione.

Asta BOT: grande successo per il nostro governo

Grande successo dei BOT, i Buoni Ordinari del Tesoro, che hanno avuto un grandissimo successo nell’ultima asta completamente piazzata dal nostro governo: 6,5 miliardi di euro a un anno, poco meno della metà rispetto alla domanda totale che era stata di 11,12 miliardi di euro.

Il rendimento dei titoli scende a 0,14%, da un valore precedente di -0,081%, raggiungendo così un nuovo minimo storico. Si tratta di un grande successo per il governo e per i nostri titoli, che dimostrano di essere un vero e proprio porto sicuro all’interno di una grande confusione rappresentata, in questi momenti, dai titoli azionari.

Oggi sarà la volta dei BTP, che saranno venduti nel taglio da 3, 7 e 15 anni per un totale di 7,5 miliardi di euro. Il tasso sul benchmark decennale è a 1,503%, mentre lo spread tra il valore del Btp e quello del Bund è di 137,9 punti base.

Sempre ieri abbiamo visto altre aste importanti, come quella dei titoli di stato del Portogallo, che ha piazzato 1,15 miliardi al di sopra della forchetta che era compresa tra 750 milioni e 1 miliardo. Il rendimento è stato del 3,252%, lievemente maggiore rispetto al 3,138% dello scorso marzo.

Anche la Germania ha emesso i suoi titoli per un totale di 3,954 miliardi di euro, mentre l’offerta indicativa era di 5 miliardi.

La Spagna ha invece avviato la vendita dei buoni con scadenza a 50 anni, 30 luglio 2066, che hanno interessato un totale di 10 miliardi di euro di offerte, grazie anche ad un rendimento di 250 punti base al di sopra del tasso midswap.

L’Europa sembra piazzare bene i suoi titoli, che non deludono le attese, ma anzi in alcuni casi vanno ben oltre. E’ il caso, in maniera particolare, del nostro paese, con l’asta di ieri dei BOT che è andata meglio del previsto, e quella di oggi dei BTP che si prospetta altrettanto interessante.

Mercati Finanziari: a maggio manca ancora una chiara direzione

Il mese di maggio non è cominciato alla grande per i mercati finanziari, che hanno mostrato alcune problematiche anche difficili da risolvere di fronte a delle turbolenze che era magari difficile attendersi.

Prendiamo la borsa di Milano, ad esempio. L’indice azionario è stato vittima della quotazione delle azioni bancarie ed è scivolato ancora una volta sotto la quota 18.000 . I problemi degli istituti di credito che abbiamo visto nel corso delle scorse settimane di sono riflessi, ovviamente, anche sulle quotazioni.

L’S&P 500 ha come supporto la media a 200 giorni, che si trova al momento agli stessi livelli del 2013. Solo in caso di rottura potremmo attenderci un movimento più forte al ribasso.

L’indice Vix è ancora sotto quota 15.

L’Italia non è ovviamente la sola ad aver accusato questi problemi, con il resto d’Europa che non se la passa certamente meglio. Ma le performance peggiori da un punto di vista dei rendimenti sono quelle dei mercati asiatici, che hanno avuto dei cali anche del 4%.

Meglio gli indici americani che, anche grazie alla debolezza del dollaro, potrebbe riuscire a breve a toccare nuovamente i massimi del 2015. C’è anche da dire che negli Stati Uniti la ripresa economica sta andando meglio, è più forte. Lo testimonia anche l’incremento dei tassi di interesse da parte della FED di qualche tempo fa, prima banca centrale di un’economia avanzata a farlo dopo la crisi dei mutui subprime. Nel 2016 la crescita del paese a stelle e strisce non è partita in quinta, ma dovrebbe crescere secondo ogni previsione e si parla già di rialzo dei tassi. Resta solo da vedere quando, considerando che a giugno c’è il referendum sul Brexit e a novembre l’elezione del presidente USA.

Ad influire sulla situazione economica mondiale è anche il prezzo del petrolio, che è tornato ancora una volta al di sotto della quota di 45.

Tassi di Interesse BCE: bassi ancora per lungo periodo causa inflazione

Le decisioni sui tassi di interesse da parte della BCE non stanno portando da nessuna parte. Pensate ovviamente per cercare di stimolare l’inflazione della zona euro, in realtà essa non è riuscita a guadagnare slancio, come ha ammesso anche la Banca centrale europea. Ne consegue che i programmi di stimolo non sono stati finora in grado di spingere la crescita dei prezzi più vicina al bersaglio.

Il tono dell’ammissione è stato ovviamente cupo, le parole sono state una vera e propria “mazzata”. Fino ad ora i politici della BCE hanno riscontrato esclusivamente poca fortuna nel ritorno dell’inflazione al target di quasi 2 punti percentuali, nonostante l’uso di programmi di acquisto di bond e i tassi di interesse negativi.

Un rinnovato calo dei prezzi del petrolio, insieme con il recente rafforzamento dell’euro, hanno rappresentato un freno all’inflazione nella zona unica, inoltre le aspettative di inflazione degli investitori si sono stabilizzate a livelli bassi, il che se vogliamo rappresenta un problema a livello di sentiment.

Il rapporto mensile della banca centrale è stato pubblicato alcuni giorni dopo che la Commissione europea ha tagliato le sue previsioni di inflazione, che ora sono pari allo 0.2% entro la fine dell’anno, un dato comunque positivo rispetto al -0,2% nel mese di aprile.

Mario Draghi, presidente della Bce, ha detto che si aspetta che l’inflazione possa riprendere la sua della salita nella seconda metà dell’anno e continuare ad aumentare anche nel 2017 e nel 2018, una previsione ripetuta nel bollettino mensile della banca centrale.

La banca centrale continuerà il suo allentamento quantitativo almeno fino al prossimo marzo, o comunque fino a quando i politici non assisteranno ad un aggiustamento sostenuto dell’inflazione, un chiaro segno che la crescita dei prezzi è saldamente sulla buona strada per conseguire l’obiettivo del 2% come stabilito dalla BCE.

Relativamente ai tassi di interesse, il numero uno della banca centrale Europea ha detto che essi rimarranno bassi ben oltre l’orizzonte del programma di acquisto di asset della BCE, il che suggerisce che l’area dell’euro dovrebbe aspettarsi degli interessi ancora sotto zero per più di un anno.

Petrolio: il prezzo potrebbe salire oltre i 50 dollari al barile?

Il prezzo del petrolio continua a tenere banco sui mercati mondiali. Da qualche tempo a questa parte sembra che il valore del greggio sia in salita e ora ci si chiede se potrebbe riuscire a salire oltre il valore di 50 dollari al barile.

La scorsa settimana il greggio aveva fatto segnare un rialzo del 5%, raggiungendo il valore di 45,92$ al barile. Gli esperti dicono che ci sono gli spazi per una salita ulteriore, ma fino a che non ci sarà un bilanciamento tra domanda ed offerta sarà difficile poter fare delle previsioni certe.

I minimi dell’anno, di circa 35 dollari al barile, sembrano lontani e per alcuni paesi potrebbe essere la fina di un vero e proprio incubo. Nonostante questo, bisogna guardare con estrema attenzione al fatto che le previsioni indicano come non ci sarà un vero pareggio tra domanda ed offerta prima del 2017, il che apre le porte a possibili cali di prezzo. Il prossimo anno le scorte del greggio saranno ai livelli massimi della storia, e il prezzo del petrolio rifletterà con certezza questa situazione.

Qualora il valore del petrolio dovesse salire oltre i 50 dollari al barile, assisteremmo per il prossimo anno ad un incremento della produzione di olio di scisto anche da parte degli Stati Uniti, il maggior produttore al mondo, il che potrebbe portare nuovamente al ribasso il valore del greggio.

Le notizie che arrivano dal Medio Oriente sono sempre interessanti. Un rapporto del FMI mette in evidenza come è fondamentale che le regioni di quest’area del mondo debbano diminuire la loro dipendenza dal greggio, accelerando invece le riforme per far sì che la loro economia possa essere sostenibile anche in altri modi. Su questo fronte, l’Arabia Saudita ha fatto sapere di essere già al lavoro.

Il valore del petrolio è un dato importante, cui la ripresa economica del mondo è strettamente legato, per cui occhi puntati sul greggio.

Grexit: se ne torna nuovamente a parlare

Siamo ancora in una situazione particolarmente delicata in Europa, con la crisi che non accenna a scemare, nonostante i vari tentativi di Mario Draghi di poterla mettere a tacere. Se fino a qualche settimana fa si era parlato molto di Brexit, ad indicare il rischio che il paese inglese esca dall’UE, oggi torna all’attenzione dei media nuovamente il Grexit, ovvero la situazione greca.

Sembra che l’intesa tra il paese ellenico e i suoi creditori sullo sbloccare il terzo piano di salvataggio stia proseguendo, ma a piccoli passi, anche a causa di un disaccordo tra Germania, FMI e Eurogruppo.

I tre “big”, infatti, stanno facendo delle richieste di vario genere al governo di Tsipras, su cui non tutti sono d’accordo.

Fermo restando che il paese deve ridurre il suo debito, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha detto che il paese deve riuscire a raggiungere un avanzo primario del 3,5% entro il 2018, ma ad andare contro l’Europa è proprio il FMI, il quale fa sapere che la Grecia non riuscirà ad ottenere l’obiettivo se permarrà l’attuale situazione delle riforme che sono imposte. E’ anche per questo motivo che lo stesso Dijsselbloem ha detto che si sta valutando un alleggerimento del debito di Atene.

Dopo questa dichiarazione, il valore dei BOT ellenici è sceso di 50 punti base, arrivando al 10,46% di rendimento, mentre il BOT decennale è salito di 69 punti base arrivando al 8,85%.

La mancata convergenza di vedute tra i creditori è ovviamente una cosa negativa per il paese e per l’Europa, anche perché si rischia di perdere altro tempo.

Il più grande “muro” contro la situazione greca è la Germania, che si è detta più volte non a favore di un taglio del debito del paese sud europeo: secondo loro è possibile semplicemente diminuire i tassi di interesse o allungare la durata di rimborso.

Crisi del Petrolio: i prezzi sono al collasso

La crisi del petrolio non accenna ad arrestarsi. Il vertice di Doha, che avrebbe dovuto sigillare un accordo tra i produttori per congelare i prezzi ed evitare un ulteriore calo, è fallito, e ora bisognerà aspettare il nuovo meeting OPEC di giugno per capire se ci saranno novità.

Il calo dei prezzi del greggio ha portato una crisi senza precedenti in vari paesi produttori, come il Venezuela, ultimo in ordine di tempo ad essersi lamentato dei prezzi dell’oro nero, che sono troppo bassi.

Il paese del Sud America è uno dei più grandi produttori di petrolio, ma la crisi scatenata dall’Arabia Saudita ne ha messo in evidenza i limiti e gli sbagli passati. Invece che usare il greggio per crescere, a Caracas lo hanno usato per finanziare la corruzione, per sostenere i paesi dell’area caraibica e, in generale, senza una mentalità professionale.

E dire che si sarebbe potuto fare molto di più. Il paese non ha investito nella tecnologia di estrazione e raffinazione, per accorgersi solo oggi che riuscire a raffinare questa materia prima ha un costo non da poco, e i prezzi bassi mettono in evidenza un’economicità che non c’è più.

Eulogio Del Pino, primi ministro del Venezuela, ha detto che teme un ulteriore calo dei prezzi, cosa che potrebbe far collassare tutto il mercato, se non si dovessero trovare degli accordi sul congelamento dei livelli di produzione.

I rischi sono legati, oggi, ad un incremento della produzione da parte della Russia. Proprio da Mosca fanno sapere che non sono mai stati pronti, né disposti, a tagliare la produzione di greggio, e che anzi, oggi potrebbero ancora portarla in alto (il che farebbe scendere il valore del greggio).

Le dichiarazioni del Cremlino hanno il sapore della sfida, quella tra Arabia e Russia, due paesi che la crisi del petrolio ha chiaramente messo uno contro l’altro.

E’ anche per questo che Obama, di recente, è andato a Riyad, per cercare di trovare una soluzione globale.

La Grecia rimane ottimista sulle prospettive di un accordo

Con Alexis Tsipras che va a Bruxelles per cercare di riavviare i colloqui con i creditori, molti greci sono sorprendentemente ottimisti circa le possibilità di un nuovo accordo nonostante gli avvertimenti da Berlino e Bruxelles che la pazienza è esaurita e non ci saranno ulteriori concessioni.

A dispetto delle indicazioni chiare che i tedeschi, in particolare, ne hanno avuto abbastanza della politica del rischio calcolato di Tsipras, una gran parte della popolazione greca è fiduciosa che presto ci sarà un accordo e la Grecia non sarà abbandonata a sé stessa.

Si dice che il referendum di domenica, in cui quasi il 62 per cento degli elettori ha rifiutato nuove misure di austerità, ha rinforzato la situazione del primo ministro e ha rafforzato il suo mandato.

Siamo ora in una posizione più forte per combattere con l’Europa per un accordo, dicono i grecei a gran voce. Ovviamente il paese deve pagare i suoi debiti, ma il popolo cerca anche i suoi diritti umani. Non è possibile pagare domani. L’economia deve tornare a crescere e se non si fanno soldi, non si può pagare il debito.

C’è anche chi va contro il primo ministro ellenico, accusato di aver giocato in maniera completamente sbagliata (sin dallo scorso gennaio) contro la Troika, finendo per inimicarsi senza motivo i creditori e ponendo le basi per un confronto disastroso che potrebbe vedere il paese ritornare alla dracma (con tutto quello che ne consegue, ovviamente).

Il problema principale della situazione è che il governo di sinistra radicale Syriza fatica a trovare simpatia dal resto d’Europa.

Tspiras chiederà ora la rinegoziazione del debito, ma se i sostenitori della linea dura in Europa dovessero dirgli di prendere o lasciare (dunque o si fa come dicono loro o il paese potrebbe uscire dall’euro), alla fine i rischi di una Grexit possono notevolmente aumentare.

Fitch, l’agenzia di rating, ha detto che la vittoria del No al referendum di Domenica “aumenta notevolmente” il rischio del paese di lasciare la zona euro. Secondo l’agenzia, una soluzione si può ancora trovare ma il tempo sta per scadere.

Jeroen Dijsselbloem, alto funzionario della zona euro, ha detto che vuole che la Grecia rimanga nella zona euro, ma ha avvertito che “non ci sono soluzioni facili”.

La Germania, nel frattempo, ha ribadito che non contempla la ristrutturazione del debito fino a quando i Greci non presenteranno un pacchetto di riforme credibili e di tagli di bilancio.

La chiamata di margini, il peggior nemico del trader

Una richiesta di margini (o chiamata di margini che dir si voglia) è il peggior nemico di un operatore. Purtroppo è una situazione in cui tanti operatori si trovano prima o poi, alcuni perché hanno usato una cattiva gestione del capitale (o addirittura hanno deciso di fare forex senza l’utilizzo di qualsiasi tecnica per gestire il proprio denaro), oppure perché le tecniche usate sono state sbagliate, oppure ancora perché non si sa nemmeno che cosa sia una chiamata di margini. Andiamo a chiarire questo concetto, per tutti coloro che ne avessero bisogno.

Una richiesta di margini si ha quando l’equity del conto scende sotto un certo margine di mantenimento (che è pari al capitale necessario per aprire una posizione, vale a dire 250 euro se si utilizza una leva di 400:1 o 1.000 euro se si utilizza una leva di 100:1 nei conti standard).

In una chiamata di margini il broker chiude tutte le operazioni aperte, ecco perché è una cosa a cui stare estremamente attenti.

Vediamo un esempio di come funziona, in maniera da chiarire il concetto.

Ipotizziamo un commerciante forex che apre un conto e che fa un deposito iniziale di 4.000 euro. Il giorno dopo, tale broker decide di aprire una posizione in acquisto di Euro e di vendita di dollari (EUR / USD) a 1,2318, con due lotti standard. Il trader sta usando una leva di 100: 1, quindi il margine di mantenimento è di 2463,6 euro.

La mattina dopo, appena dopo essersi alzato, apre la piattaforma di trading e… sorpresa!! La coppia EUR / USD è caduta come un sasso e il saldo del conto è sceso a 2463,6 euro. La mossa di mercato sfavorevole fatto scattare una chiamata di margini.

Quando il trader è entrato nel mercato con due lotti standard, il margine di mantenimento è salito a 2463,60 euro, così egli poteva avere ancora 1.536,40 euro per poter far fronte alle perdite delle posizioni aperte (in caso di un movimento avverso, come effettivamente è stato). Un movimento di 100 pips sulla coppia EUR / USD, con due lotti, è pari a 2.000 euro. Se quella notte la coppia d valute EUR / USD è scesa di 113 pips, ad esempio, è andata ben oltre il limite che il trader poteva sopportare e dunque tutte le posizioni sono state chiuse, lasciando solo il margine di mantenimento.

Se il broker effettua una chiamata di margini nel corso di una fluttuazione forte del mercato, si rischia concretamente di perdere denaro, come abbiamo visto.

L’euro rimane abbastanza stabile, ignorando per ora il dramma greco

Nel dramma greco, l’euro è stato come un mattone: lo puoi buttare, ma non molto lontano. A dirlo è Goldman Sachs. Questa settimana l’euro è salito, ma questo non ha senso. Continuiamo a vedere le tensioni sulla Grecia come un catalizzatore per la parità euro-dollaro, soprattutto se il contagio ad altre economie periferiche dovesse portare la Banca centrale europea (BCE) ad accelerare il quantitative easing.

La Grecia ha mancato un rimborso di 1,6 miliardi di euro al FMI, diventando il primo paese avanzato ad andare in default sul debito. I colloqui per trovare una soluzione sono ad un punto morto dopo una mossa a sorpresa di Alexis Tsipras, primo ministro greco, di chiedere un referendum per decidere se accettare le proposte dei creditori, anche se alla fine del referendum stesso quelle proposte potranno non essere più sul tavolo. Il paese è ora oggetto di controlli capitali e non si possono prelevare più di 60 euro al giorno.

Nonostante tutto, l’euro è sceso solo per arrivare a 1,096, da 1,12 dollari venerdì. Inoltre, è sceso leggermente anche fino a mercoledì, arrivando a 1,1086 dollari, dopo aver raggiunto un picco vicino a 1,115 dollari nel corso della giornata.

Dopo anni di suspense, il mercato continua ad aspettarsi un accordo all’ultimo minuto, magari all’indomani dell’annuncio del referendum. Alla fine, pochi sono disposti a vendere l’euro, anche se le possibilità di un aumento della deflazie è concreta.

A dire il vero, alcuni mercati continueranno a vedere la montagna greca come un granello di sabbia. Effettivamente l’economia della Grecia è piccola, molto piccola, rispetto a quella della zona euro (circa il 2% del PIL totale).

Piuttosto che al paese ellenico bisogna guardare allo spread tra i bond a 10 anni dell’Europa (ad esempio quelli italiani) e quelli a 10 anni del Tesoro USA, che sono un indicatore importante del fatto che la Grecia sta avendo un effetto contagio anche su altri paesi europei.

La moneta unica europea si muove in accordo con i rendimenti obbligazionari europei e viceversa. E’ il contrario di quello che ci si aspetterebbe nel caso di un contagio. Un deterioramento del credito in zona euro, soprattutto nelle sue economie più importanti, comporterebbe un forte calo dell’euro se il mercato dovesse ritenere che l’economia della zona euro è minacciata proprio dagli eventi greci.

Ma non è detto che si arrivi fino a questo punto, soprattutto se i numeri UE continueranno ad essere positivi come visto in passato.

Come e dove comprare Bitcoin

Molti considerano la possibilità di acquisto e di investimento in Bitcoin, una delle più note monete virtuali. Vediamo in questo articolo le opzioni che abbiamo a nostra disposizione per comprare Bitcoin e guadagnare denaro con essi.
Perché acquistare / investire in Bitcoin? Vedendo la scena internazionale, ci sono molte confusioni e movimenti imprevisti, anche perché le valute classiche dipendono molto dagli accadimenti politici ed economici del mondo (i Bitcoin no, invece).

In molti vedono i Bitcoin come un investimento e medio/lungo termine.

Che cosa sono i Bitcoin? Il concetto si basa su un accordo volontario tra un gruppo di utenti internet di utilizzare 21 milioni di unità come scambio valuta. I Bitcoin utilizzano una comunicazione attraverso Internet (P2P) per la creazione di una rete attraverso la quale tutte le transazioni vengono trasmesse. Si tratta di una rete decentralizzata, in cui i nodi interagiscono l’uno con l’altro su un piano di parità.

Il denaro si può ricevere o inviare attraverso qualsiasi punto della rete, la quale utilizza una crittografia per garantire la sicurezza delle transazioni, l’inviolabilità del controllo dei fondi e l’emissione di nuova moneta. In questo modo i Bitcoin sono emesse in maniera controllata e non potrà mai superare 21 milioni di unità, quindi la valuta non può essere svalutata mediante emissione incontrollata.

Si tratta quindi di una rete di consensi, in cui tutti i nodi cercano di raggiungere un accordo sulle transazioni e sui movimenti. Tutte le transazioni sono valide solo se registrate e pubbliche (sono inoltre completamente irreversibili).

Prima di iniziare ad investire in Bitcoin c’è bisogno di avere un portafoglio virtuale, da usare per metterne da parte. Tale portafoglio potrà essere usato per effettuare e ricevere pagamenti in tutto il mondo, in maniera veloce e gratuita.

Come nella vita reale, è importante essere diligenti e proteggere adeguatamente i propri Bitcoin, sono comunque denaro.
Dove comprare Bitcoins? Se vogliamo avere dei Bitcoin nel nostro portafoglio virtuale, possiamo acquistarli in internet oppure attraverso un broker Forex (Markets.com permette, tra gli altri, di operare con questa valuta virtuale).

Una volta che si avranno da parte un certo numero di Bitcoin sarà possibile convertirli in moneta “sonante”, come gli euro, le sterline o i dollari, per poterli usare anche nella vita reale e non solo in quella virtuale.

Investire in Bitcoin potrebbe essere considerata una valida alternativa per tutti coloro che desiderano diversificare il portafoglio di investimenti nella maniera più ampia possibile e minimizzare i rischi.