Riforme ‘senza precedenti’ investiranno a breve il ‘Paese di Mezzo’

Ci sono notizie interessanti per i sostenitori delle riforme economiche in Cina.
Coloro che supportano un aumento delle riforme economiche possono felicitarsi nel sapere che, venerdì, il governo di Pechino ha eliminato la norma che prevedeva dei requisiti minimi di capitale per la creazione di una nuova società.
E’ stato reso più semplice, per i piccoli investitori e i privati, intraprendere nuove operazioni manageriali.
Durante il fine settimana l’agenzia governativa di riferimento ha rilasciato un documento che garantisce per iscritto i termini e le condizioni entro le quali opera tale riforma.
Nel frattempo, un alto funzionario ha comunicato alla stampa che il Partito sta considerando di attuare cambiamenti in ambito economico che non hanno precedenti.

La legge, che è stata cancellata, prevedeva un requisito minimo di capitale ai soggetti interessati ad aprire un’attività commerciale.
Infatti richiedeva alle società di avere un prerequisito di capitale che andava dai 30,000 yuan ($4,900) fino ai 5 milioni di yuan.
Il Premier Li Keqiang sta continuando nel tentativo di incoraggiare le compagnie del settore privato a investire di più.

Come riportato da China Daily, il Premier Li Keqiang, settimana scorsa, parlando a una riunione esecutiva del Consiglio di Stato, il gabinetto cinese, ha spiegato il cambiamento.
Il Premier ritiene che facilitando l’accesso al mercato e riorganizzando il sistema di registrazione delle società in maniera innovativa e trasparente, sarà possibile creare una competizione maggiore e più equa, supportando il business di numerose imprese, soprattutto quelle piccole e innovative.

Domenica lo State Council’s Development Research Center, un influente gruppo di esperti governativo, ha rilasciato la proposta per una serie di riforme di ampia portata.
Questa serie di riforme investirà ben otto settori dell’economia, includendo “industrie di monopolio, il territorio, il settore finanziario, il sistema fiscale, l’amministrazione governativa, assets di proprietà statale, oltre ad un potenziamento dell’innovazione e dello sviluppo eco-sostenibile”.
Pechino vede le riforme come necessarie al fine di fornire slancio al Paese nell’ambito della crescita e dello sviluppo economico e sociale.
Inoltre è previsto che durante la Terza Sessione Plenaria, prevista per il XVIII raduno del Comitato Centrale del PCC, verrà varata una mappa completa del pacchetto di riforme.

L’incontro si concentrerà sullo studio di riforme complete e profonde.
Yu Zhengsheng, membro dell’organo decisionale del Partito, ha comunicato alla stampa, in un incontro tenutosi nella città di Nanning, che: ‘la profondità e la forza delle riforme sarà senza precedenti e promuoverà profondi cambiamenti in tutti i settori dell’economia e della società’.

Russia e stagnazione. Gli idrocarburi non bastano

L’economia russa sta attraversando un momento difficile.
Il Primo Ministro Medvedev ha dichiarato alla stampa di riconoscere il problema, una stagnazione economica che dura da alcuni anni.
Ciò nonostante il Cremlino non ha ancora annunciato un preciso piano di riforme volte a rilanciare l’economia del Paese.

La crescita economica russa registra un tasso di crescita attorno allo 0% e Medvedev si sta sforzando, con tutti i mezzi a disposizione, di dimostrare di aver individuato il problema e di saper come procedere per rivitalizzare l’economia nazionale.
In un’intervista al quotidiano economico russo Vedomosti, il Primo Ministro, ha dichiarato che l’economia russa è eccessivamente dipendente dalle commodities, specialmente dagli idrocarburi.
Medvedev ha aggiunto, nell’intervista, che la Russia non è capace di offrire, a oggi, un ambiente economico attraente e che sia in grado di ispirare la fiducia dell’investitore.

Screen Shot 2013-10-17 at 23.32.22

La debole crescita economica russa è trainata da ingenti investimenti provenienti dal governo o da compagnie controllate dallo Stato, da un aumento degli stipendi nel settore pubblico, da un’espansione dei sussidi all’agricoltura e da altri settori la cui espansione è però trainata dall’alto prezzo del petrolio.

In altre parole, il Primo Ministro Medvedev, ha ammesso che l’economia russa non registrerebbe neppure una lieve crescita se la sua economia non fosse trainata dal denaro proveniente dal mercato delle materie prime e dai grandi progetti infrastrutturali, centralmente diretti, come i Giochi olimpici invernali di Sochi 2014 e la FIFA World Cup prevista per il 2018.

La situazione appare quindi alquanto complessa, questo anche perché gli investimenti privati non sono tali da sostituire gli investimenti pubblici.
È la fiducia nelle istituzioni a mancare e a danneggiare l’economia russa.
Inoltre, gli investitori privati si scontrano con la presenza di una concorrenza che è, per la maggior parte, a controllo statale.
Il controllo del Governo, oltre che commerciale, è anche finanziario; infatti, le banche a controllo statale detengono oltre il 53% sul totale del portfolio prestiti.

Il Primo Ministro ha dichiarato che l’economia russa si trova dinanzi ad un bivio.
Continuando a percorrere l’attuale strada, la Russia, rischia di non riuscire a emancipare la sua economia dalla ormai pericolosa dipendenza verso il commodity market.
L’alternativa all’attuale corso è rappresentata da una profonda riforma dell’economia e delle istituzioni oltre che della concorrenza sul, nel, mercato.

Secondo Sergei Aleksashenko, direttore del dipartimento per gli studi macroeconomici alla Moscow Higher School of Economics, è già un fatto positivo che il Primo Ministro Medvedev abbia denunciato, così apertamente e con termini adeguati, le debolezze del sistema economico russo.

HSBC PMI e FTZ Shanghai, due facce della stessa medaglia

Domenica (29 settembre 2013) il Partito Comunista Cinese ha inaugurato la Free Trade Zone di Shanghai.
Un’area di 29 chilometri quadrati che sarà soggetta ad un allentamento dei controlli finanziari e sugli investimenti.
Le prime due banche che hanno annunciato di voler partecipare alla FTZ sono Citigroup Inc. © e Bank of China Ltd.

Il Ministro del commercio cinese Gao Hucheng ha detto alla cerimonia di apertura, tenutasi ieri, che l’obiettivo è di creare un’area economica maggiormente aperta ed efficiente.
Infatti, la FTZ sarà un banco di prova per una futura politica del mercato libero che il Premier Li Keqiang ha già annunciato di voler attuare e poi implementare.
Li e il presidente Xi Jinping hanno intenzione di ridurre, in quell’area, la presenza del governo sull’economia e sul sistema finanziario.

Secondo le parole di Wellian Wiranto, investment strategist presso Barclays Plc, Pechino è intenzionata a monitorare gli effetti che questa riforma avrà sul sistema economico cinese.
Da questo monitoraggio il governo vedrà se ampliare o no l’applicabilità di tale apertura ad altre parti del Paese.

La sfida cinese ruota attorno alla disperata ricerca di aumentare il ruolo dei servizi e dei consumi domestici all’interno della crescita economica del Paese.
Crescita che, nell’ultimo anno, è rallentata fortemente.

HSBC PMI

È stato diffuso, da HSBC e Markit, il dato relativo al PMI di settembre riguardante l’economia cinese.
L’HSBC Purchasing Managers’ Index (PMI) ha raggiunto i 50.2 punti.
Dato che è di molto inferiore al dato flash diffuso da HSBC nelle settimane scorse.
Difatti, settimana scorsa era stato diffuso un dato di crescita di 51.2 punti.

 

Screen Shot 2013-10-01 at 01.10.59

 

Sono ancora gli ordini nelle esportazioni a trascinare il PMI cinese.
Infatti, i nuovi ordini nell’export, sono saliti a 50.7 punti dai 47.2 del mese di agosto.

Il Dollaro australiano (AUD), fortemente legato alle dinamiche economiche cinesi, è caduto di un quarto di centesimo a causa dei dati, inferiori alle previsioni, riguardanti il PMI cinese.

Proprio perché l’indice diffuso da HSBC nella giornata di ieri è inferiore al flash di due settimane fa, questo significa che l’economia cinese ha perso terreno negli ultimi dieci giorni.

Oggi il governo diffonderà il PMI ufficiale. Il National Bureau of Statistics usa come indici di calcolo le grandi aziende statali.
Il PMI governativo, solitamente, diffonde dati migliori rispetto all’analisi effettuata dagli attori privati, come HSBC, che si concentra maggiormente su imprese più piccole, oltre che private.

HSBC e Markit – Flash PMI Cina

L’indice manifatturiero cinese, il Shanghai Composite Index, ha registrato, nel mese di settembre, il dato più alto di crescita da sei mesi a questa parte. Segno che la seconda economia al mondo sta riprendendo quota.

Lunedì, 23 settembre 2013, il Purchasing Managers’ Index, diffuso da HSBC Holdings Plc e da Markit Economics ha segnato quota 51.2 punti base.
L’indice nel mese di agosto era arrivato a quota 50.1 punti.

Screen Shot 2013-09-25 at 00.53.52

Il Shanghai Composite Index (SHCOMP) e il dollaro australiano hanno preso quota sui dati ottimistici relativi alla crescita cinese. L’obiettivo di Li Kequang di chiudere l’anno 2013 con un 7.5 di crescita del GDP sembra essere alla portata di mano.
Le ampie manovre di deleveraging a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi continuano e sembra che la People’s Bank of China sia determinata a perseguire ad ogni costo i suoi obiettivi di restrizione del credito. Operazione che non esula l’economia cinese da rischi finanziari.

Lo Chief economist per la Cina di UBS AG ad Hong Kong, Mr. Wang Tao, ha dichiarato che la crescita cinese continua a legarsi all’ingente volume di esportazioni.
La banca d’investimento svizzera ha visto migliorare le sue stime sulla crescita del GDP cinese, passando da un 7.5% a un 7.7% per l’anno corrente.

Il 30 settembre verranno diffuse, da parte di Markit e HSBC, le rivelazioni definitive riguardanti il PMI.
L’Ufficio Nazionale delle Statistiche invece rilascerà i dati, riguardanti il PMI, solo il primo di ottobre.
Le rivelazioni del National Bureau of Statistics, che prende in considerazione un campione d’indagine più ampio, hanno riportato una crescita del PMI fino a 51.0 punti base nel mese di agosto, il dato più alto dall’aprile del 2012.

Il report di HSBC sulla Cina ha visto crescere l’output, i nuovi ordini, gli ordini per esportazioni e i prezzi, crescita accompagnata da un rallentamento meno marcato dei dati riguardanti l’impiego.

[Il Flash PMI (i dati definitivi come detto saranno diffusi il 30 settembre 2013) di HSBC e Markit è basato su un campione di 420 imprese del manifatturiero.]

Focus India. Un rapporto di fiducia messo a dura prova

L’economia dell’India non sta passando un periodo felice.
Tuttavia il suo settore industriale rimane sotto l’egida della buona sorte. In questo caso la fortuna è incarnata dai numerosi investitori esteri che nutrono ancora una forte fiducia nelle compagnie di punta del panorama economico indiano.

Screen Shot 2013-09-18 at 13.10.07La rupia nelle ultime settimane si è risollevata; questo anche dopo che il nuovo presidente della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ha promesso e attuato riforme nel settore finanziario.
Tensioni permangono in riferimento a un possibile venuta meno del quantitative easing programme della Federal Reserve, la Banca centrale statunitense.
Tuttavia molti analisti (tra cui anche Alexander Mozley, intervista del 4 settembre 2013. Paniere Brics – Il ritorno del Bull e il tramonto delle Tigri) ritengono che l’azione di tapering avverrà in modo alquanto graduale.
Il peggio per la terza economia asiatica, l’indiana appunto, sembra essere passato.

È interessante notare che nell’ultimo periodo, questo traumatico mese di agosto, che ha colpito l’economia indiana e la Rupiah, i deflussi di capitale sono stati limitati.
Ci sono sì stati deflussi, questi possono essere calcolati in una cifra che si aggira attorno ai 900 milioni di US$.
Cifra che, registrata nel mese di agosto, è stata più che compensata nelle prime due settimane di settembre.
La dipendenza dagli investimenti esteri è un problema che, però, riguarda da vicino l’economia indiana.
Quest’ultima infatti, tra gli Emerging Markets, è quella che più fa affidamento all’afflusso di capitali esteri.
Se una buona parte di questo denaro dovesse optare per l’abbandono del mercato indiano le conseguenze per l’India sarebbero disastrose.

Il fatto che, dopo le turbolenze di agosto, ciò non sia avvenuto porta a pensare che vi sia una forte collosità dei capitali.
Questa ‘collosità’ dei capitali al mercato indiano aveva caratterizzato anche gli eventi del 1990 relativi alla Crisi delle tigri asiatiche.

Questa lealtà non è basata su una caritatevole benevolenza.
Ma vi è una forte fiducia nei fondamentali dell’economia indiana. Nei fondamentali di una crescita futura.
Proprio per questa ragione sono soprattutto i managers di numerosi ‘long only’ foreign funds, come Aberdeen Asset Management e First State, a permanere fiduciosi nei confronti dell’economia indiana.

La loro fedeltà si manifeta nella partecipazione a grosse holdings che riguardano soprattutto i settori dell’IT outsorcing, dell’industria farmaceutica, dei beni di consumo e dei servizi finanziari.
Gli investitori apprezzano le performance di queste punte di diamante dell’economia indiana. I cavalli di battaglia, quotati anche sul Bombay Stock Exchange, sono Tata Motors, Sun Pharmaceuticals e HDFC Bank; questi macro attori dovrebbero resistere ad eventuali turbolenze di mercato.

Le radici sottostanti a una tale determinazione e fiducia degli investitori nei confronti dell’economia indiana sono rinvenibili in pochi, ma fondamentali, fattori:
l’India resta un Paese relativamente povero con una notevole abbondanza di margini e anche settori veri e propri di crescita potenziale; inoltre ha, al contrario della Cina, una demografia favorevole ed un immenso mercato domestico.

Tuttavia rimane una questione importante da risolvere. L’India ha apparentemente superato le incertezze di mercato degli ultimi mesi ma il Paese continua a crescere a un tasso che è inferiore all’aspettativa e soprattutto alle sue stesse potenzialità.

HSBC, proprio in queste settimane, ha tagliato le previsioni di crescita relative al GDP indiano.
I dati calcolati dagli analisti della Hong Kong and Shanghai Banking Corporation parlano chiaro; l’economia indiana crescerà per quest’anno del 4%.
Questo significa che crescerà di meno della metà rispetto a tre anni fa.
Sono dati che non possono che allarmare anche il management delle grosse e forti imprese.

Screen Shot 2013-09-18 at 13.02.27

Nel frattempo i settori preferiti dagli investitori stanno crescendo anch’essi a un tasso inferiore al potenziale.
Uno dei settori favoriti, quello dei servizi finanziari, è stato colpito duramente dalle misure della Banca centrale indiana.
Misure che hanno portato a una diminuzione della liquidità disponibile.

È un ambiente economico e finanziario che necessità di riforme urgenti.
Le riforme dovrebbero riguardare il settore fiscale e il mercato del lavoro.
La continua fedeltà degli investitori esteri resta. Essa poggia sulla certezza, anche se sempre più debole, che l’economia indiana torni a crescere impetuosamente. A oggi sembra difficile.

Un investitore estero in maniera scherzosa ha accostato, con un acuto parallelismo, l’economia indiana all’Hotel California cantato dagli Eagles.
Un Hotel California delle economie emergenti; un luogo dove puoi entrare ma che avrai difficoltà ad abbandonare.

Free Trade Zone a Shanghai. Piccola finestra, grande futuro

Questo mese sarà festa nella municipalità di Shanghai, ma anche in tutta la Repubblica popolare cinese e probabilmente nell’ufficio di qualche attore economico interessato all’economia asiatica.
Di fatti è in programma, per questo mese, una cerimonia di apertura per l’avvio di una Free Trade Zone a Shanghai. Il cerimoniere sarà, come da rituale, il premier Li Keqiang.
L’evento si terrà molto probabilmente, agenda Li permettendo, tra i giorni del 27 e 29 settembre.

 

China_Shanghai_0

 

Il quotidiano cinese Shanghai Daily ha scritto che la FTZ nello Shanghainese aprirà ufficialmente il 29 settembre.
Questa notizia conferma le dichiarazioni di Wang Xinkui, presidente della Shanghai Federation of Industry and Commerce.
La zona di libero scambio permetterà la libera convertibilità del Renminbi, la liberalizzazione dei tassi d’interesse è un allentamento delle restrizioni sugli investimenti esteri.
Tutti questi provvedimenti fanno parte dell’agenda Li.
Il premier si propone di guidare la crescita, della seconda economia mondiale, verso il settore dei servizi e della domanda domestica.
Il duo governativo Li Keqiang, Xi Jinping, è determinato ad emancipare l’economia nazionale dalla dipendenza per investimenti e esportazioni.
È la prova di maturità che l’economia asiatica deve superare per mettersi davvero in corsa per il gradino più alto del podio economico mondiale.
Inoltre, è giusto ricordare che la Cina, con l’ultima tornata di riforme, si gioca anche la partita relativa al rischio middle income trap.
Un ulteriore obiettivo, che Pechino si è proposto, è quello di far divenire Shanghai una piazza finanziaria globale entro il 2020. L’ottenimento di questo risultato significherebbe una messa in questione del ruolo esercitato da Hong Kong, HKEx.

132654741_151n“Un’importante parte della riforma economica è iscritta nella riforma finanziaria”, ha detto Li, l’11 di questo mese (settembre 2013), al World Economic Forum nel città di Dalian, nel nord del Paese asiatico.
“Questo perché è un progetto alquanto complicato, perché le riforme attuate dalla Cina sono entrate in una deep water zone o, altrimenti, nella loro fase più difficoltosa”.
Numerosi analisti ritengono che il Partito attuerà, da qui alla fine dell’anno corrente, una stretta alle riforme.
Secondo una ricerca di Bloomberg News i vertici di Pechino puntano ad una espansione del ruolo giocato dai mercati, questo anche al fine di rinvigorire una crescita del GDP che potrebbe attestarsi sotto il 7.5% per il 2013.
Crescita che sarebbe la più bassa dal 1990. E ricordiamo che gli eventi del 1989, tra cui la rivolta di Piazza Tienanmen (1989) e i dati economici del 1990, spinsero il Partito a un nuovo pacchetto di riforme e alla decisione di Deng Xiaoping di compiere il Southern Tour (nel 1992).

La rimozione dei limiti sui tassi d’interesse nella Free Trade Zone avrà, probabilmente, effetti molto significativi sui flussi di capitale.
Wu Xiaoling, rappresentante per la People’s Bank of China, ritiene che la FTZ non darà una crescita economica reale, sarà, però, una finestra per il commercio.
Il Partito deve ora promuovere le riforme ed essere in grado di farle valere su tutto il territorio nazionale, questo è il vero obiettivo.
Wu ha voluto, infatti, sottolineare che le riforme finanziarie devono interessare tutto il Paese e garantire a tutto il territorio cinese una crescita sostenibile e matura.
L’attuazione della FTA cinese è un modo per vedere se le riforme possono avere luogo in Cina e se l’economia cinese è pronta, essa stessa, a un’apertura finanziaria di questo genere.

Oggi verrà promulgato un comunicato del Partito che riporterà la “prohibited list”.
Sulla lista saranno presenti gli investimenti non ammessi nella FTZ.
Inoltre, durante la cerimonia di apertura della FTZ verranno enunciati 10 obiettivi a cui mira Pechino.
La nascita di questa Free Trade Zone è un’occasione per piccoli e grandi attori economici. Non è da sottovalutare l’impatto finanziario che si avrà nel lungo periodo.
La Cina, soprattutto i vertici di Pechino, hanno imparato una lezione storica dall’autoritarismo di Mao; ovvero che i grandi balzi in avanti possono essere mortali (30 milioni di morti circa nel 1960 a seguito di una carestia) e che è conveniente procedere passo dopo passo o come dice un antico proverbio cinese: “attraversare il fiume tastando pietra dopo pietra 摸着石头过河”.

Paniere BRICS – Il ritorno del Bull e il tramonto delle Tigri?

Il 22 maggio scorso Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, ha fatto intendere ai mercati e agli attori in gioco, che la politica monetaria della FED seguirà un lento processo di tapering
Ovvero sia, in maniera graduale, la banca centrale americana diminuirà i suoi stimoli all’economia nazionale e per riflesso ai mercati finanziari.
Con il passare dei trimestri verrà meno la politica del ‘denaro facile’.
 
Il venir meno degli stimoli straordinari all’economia ha spinto molti investitori a ritirarsi da posizioni maggiormente rischiose.

 Le posizioni più rischiose sono quelle sui Paesi che hanno economie emergenti.

TABELLA_PZ_tempesta-300x295

Le economie emergenti sono divenute, nell’ultima decade, attraenti per gli investitori. 
Sono economie caratterizzate da un forte sviluppo industriale e da una relazione intensa, che delle volte è una vera e propria dipendenza, con il mercato delle commodities.
 La crisi finanziaria che ha colpito le economie avanzate ha spinto molti capitali a virare verso questi Paesi.
 L’aumentata massa monetaria, che faceva da stimolo alle economie dell’Occidente è poi dirottata verso la ricerca di un più alto rendimento, destinazione economia emergente.
 Fino all’inizio del 2013 le banche centrali degli emergenti avevano raccolto riserve di valute per un totale di oltre 7.000 miliardi di US$.

Tapering e liquidità

Con il sussurrato annuncio di una manovra, se pur graduale, di tapering gli investitori hanno optato per manovre di riposizionamento sul mercato forex.
 Nell’ultimo trimestre si è potuto assistere a un deflusso dai fondi obbligazionari emergenti. Secondo EPFR Global, nell’ultimo trimestre i deflussi totali sono saliti a un totale di ben 20.4 miliardi di US$.
Non è ancora sudden stop; tuttavia, l’FTSE Emerging Index, ovvero sia un paniere di titoli azionari dei Paesi emergenti ha perso ben 11 punti percentuale dall’inizio del 2013.

Le valute

UnknownBloomberg stima che il paniere composto dalle monete BRICS è ai minimi storici dal giugno 2010 nei confronti dello US$.
 La Rupia indiana è ai minimi storici, il Real brasiliano ha perso il 15% da inizio anno sullo US$.
 La Rupia indonesiana, a sua volta, è ai minimi dal 2009.
 Il fatto più pericoloso è che il calo di moneta si va ad aggiungere a una forte inflazione e a conti pubblici in sofferenza accompagnati da dati di crescita in rallentamento.
Riposizionamenti anche sul mercato dei Bonds, l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, tra cui anche Bund e Treasury, ha alimentato le difficoltà di rifinanziamento dei bilanci in deficit dei Paesi emergenti. 
Così le banche centrali, degli EM, hanno dovuto attingere dalle loro riserve valutarie.
 L’Indonesia ha speso circa il 14% delle sue riserve per difendere i costi valutari e la banca centrale brasiliana ha annunciato l’attuazione di manovre per circa 60 miliardi di US$.

[Il grafico mostra il calo di rendimento del FTSE Emerging Index]

Il ritorno delle tigri

Goldman Sachs ha tagliato le sue stime su molte valute dei Paesi emergenti.
 Secondo Goldman Sachs le valute più a rischio sono la Rupiah indiana, il Ringgit malesiano e il Bath tailandese.
Questo spettro richiama la crisi delle Tigri asiatiche di fine anni ’90.

Screen Shot 2013-09-13 at 01.03.07

È interessante quindi capire come si può operare in questo panorama in continuo divenire.
 Non ci sono certezze. Il mercato FX si contraddistingue per la sua volatilità, però in questo periodo alla volatilità si aggiunge un necessario riposizionamento.
Riposizionamento che non è facile da operare a causa dell’esitante tapering della FED, della politica monetaria di Draghi, dell’Abenomics e di questo rischio valutario proprio delle economie emergenti.

Mi rivolgo ad Alexander Mozley, analista finanziario di stanza a Hong Kong, per comprendere meglio come può agire un investitore per ottenere buoni risultati o, semplicemente, mettere al riparo i suoi investimenti.

Dottor Mozley, quali sono le prospettive d’investimento, ora che le politiche monetarie del paniere G10 stanno mutando e le monete dei Paesi emergenti stanno perdendo terreno sul dollaro statunitense?

L’ultimo trimestre ha prodotto un environment finanziario di ampia volatilità.
 Da evidenziare l’over-shooting delle monete dei Paesi emergenti, questo significa che vi è una tendenza a deprezzarsi maggiore rispetto a quella di alcune monete del paniere G-10.
 Il rientro di capitali nei Paesi avanzati, rientro dato soprattutto dall’annuncio del tapering, operato dalla FED, comporta una preferenza d’investimento verso una selezione di monete del paniere G-10.
 Importante è quindi, in questa circostanza, evitare la volatilità che contraddistingue le monete dei Paesi emergenti, e dirottarsi verso selezionate monete del paniere G-10.
 Il continuo stimolo all’economia, operato dalle banche centrali major (come la FED, la BoJ, la BCE e la BoE ) aveva indotto un ingente volume di capitali alla ricerca dello yield, cercando di guadagnare sull’esposizione senza troppa selettività.
 Ora, seguendo l’annuncio del tapering, la selettività nel costruire un portfolio diventa molto importante.
 I fondamentali delle economie avanzate sembrano, ora, dare maggiore fiducia all’investitore e, quindi, generare un ritorno dei capitali verso queste economie.
 La posizione core del portfolio dovrebbe essere long sullo US$.
 Questo perché l’economia statunitense è in ripresa. La crescita degli yield sui Treasuries dovrebbe rendere appetibile lo US$.
 In aggiunta ritengo che lo sviluppo dello shale gas contribuirà, nel lungo termine, alla ripresa dello US$.

Per quanto riguarda il paniere BRICS, ritiene che tutte le opzioni siano da cestinare?

Il paniere BRICS è da maneggiare con cura. Economie come quella brasiliana, sud africana e russa hanno sofferto molto della loro dipendenza dalle commodities. Questo nonostante ci sia una ripresa nei Paesi avanzati.
 L’unica moneta che sembra essere ancora appetibile è quella cinese, il Renminbi.
 I fondamentali dell’economia cinese sul medio, lungo, periodo sembrano essere ancora solidi.
 La politica monetaria del deleveraging non dovrebbe minare l’attrattività della moneta nazionale. Inoltre alcune mancanze nei fondamentali dell’economia cinese, come la mancanza di una domestic demand, non dovrebbero, nel medio periodo, indebolire la moneta cinese.
 Il Renminbi è quindi la moneta meno volatile del paniere BRICS.
 Il consiglio resta quello di valutare i fondamentali delle economie sulle quali monete si vuole investire.
 Quindi diciamo che altre monete appetibili, tra quelle dei Paesi emergenti, possono essere il Dollaro di Singapore, Dollaro taiwanese e il Won sud coreano.

E  il richiamo alla crisi delle Tigri asiatiche del 1997, concorda con questo parallelismo?

La situazione è diversa dal 1997. Innanzitutto nel 1997 le monete erano ancorate allo US$. Inoltre fattori esterni, che non c’erano nel ’97, sono stati determinanti per la forte volatilità che ha contraddistinto le monete dei Paesi asiatici nell’ultimo trimestre.
 E poi, c’è il fattore riserve monetarie. Le banche centrali di questi Paesi hanno accumulato negli ultimi anni riserve monetarie che ora permettono di rallentare l’over-shooting.

N.B. Le opinioni espresse da Alexander Mozley sono e restano esclusivamente personali e non vogliono spingere il lettore ad alcun investimento.

Luglio. PMI cinese ancora sotto la soglia dei 50 punti

L’immenso settore manifatturiero cinese ha rallentato, nuovamente, nel mese di luglio.
Questo rallentamento si deve, soprattutto, alle esitazioni nei nuovi ordini e alla poco chiara situazione del mercato del lavoro.
La seconda più grande economia al mondo sta nuovamente perdendo vitalità.

L’HSBC/Markit Purchasing Managers’ Index è calato, in questo mese, a quota 47.7 dal 48.2 del mese di giugno.
Questo score, sotto lo spartiacque dei 50 punti, segna il terzo mese consecutivo di contrazione del PMI.
Da ricordare che il benchmark dei 50 punti segna se l’economia è in espansione (>50) o in contrazione (<50).

Line-chart-China-flash-PMI-July-2013-HSBC

Il livello del mese di luglio è il più basso registrato dal mese di agosto 2012.

Hongbin Qu, chief economist per la Cina di HSBC, si è pronunciato sulla questione.
Egli ritiene che i dati relativi al China Manufacturing PMI sono chiari ed evidenziano una contrazione prolungata della prima economia asiatica.
Contrazione dovuta a un rallentamento dei nuovi ordini e a un più rapido destoccaggio.
Qu ha aggiunto che questi dati mettono pressione sul fronte del mercato del lavoro.

L’indice, derivato, relativo ai nuovi ordini è sceso al livello più basso degli ultimi 11 mesi, ed è rimasto al di sotto dei 50 punti per la maggior parte del mese di luglio.
La produzione è calata anch’essa, rimanendo in zona negativa, ovvero al di sotto dei 50 punti, per il secondo mese consecutivo.

Unknown

L’HSBC/Markit Flash PMI viene pubblicato una settimana prima dei risultati finali. Approssimativamente il 90% delle anticipazioni corrisponde ai risultati definitivi di fine mese.

Sempre Qu ritiene che il governo deve escogitare il modo di mantenere la crescita stabile attorno al 7%, evitando contrazioni eccessive e incontrollabili. Inoltre, una crescita stabile e sostenuta è necessaria a mantenere certi livelli d’impiego.

Gli economisti ritengono che una crescita del 7% circa sia adatta a soddisfare le esigenze di una nazione così grande e soprattutto così popolosa.

Nel Q2, il periodo che va da aprile a giugno, l’economia cinese è cresciuta del 7.5% rispetto all’anno precedente. È il nono quarto consecutivo di contrazione degli ultimi 10.

Martedì, il Presidente Xi Jinping ha detto, in una nota, che è fondamentale intensificare le riforme. Riforme che investono diversi settori.

Senza l’applicazione di misure di stimolo all’economia la crescita cinese dovrebbe, per il 2013, attestarsi attorno al 7.5%.
Dato che coincide con la volontà e le previsioni del Partito.

Il settore ferroviario cinese; un placebo o un rimedio?

Il benchmark dell’indice azionario cinese è cresciuto maggiormente nelle ultime due settimane. Il governo ha incrementato la spesa in infrastrutture, soprattutto nelle ferrovie e nelle politiche ambientali.
Strategia intrapresa al fine di mantenere una crescita non inferiore al 7%.

CSR Corporation e China Railway Construction Company hanno guadagnato più del 7% dopo che China Business News ha riportato la notizia di un aumento degli investimenti, da parte della China Railway Corporation, destinati alla costruzione della rete ferroviaria del Paese.

Screen Shot 2013-07-24 at 01.51.20

Fujian Longking Company, che si occupa della costruzione di apparecchiature per il controllo delle emissioni inquinanti, ha visto, nelle ultime sette settimane, crescere di molto il valore del titolo azionario. Sempre China Business News ha riferito che il governo è pronto ad investire l’interessante cifra di 100 miliardi di yuan (equivalenti a circa 16 miliardi di US$) all’anno per cinque anni nel settore.
Questi ingenti investimenti sono parte del nuovo corso politico intrapreso da Pechino, un ‘nuovo corso’ che si propone di aumentare la domanda domestica e di traghettare l’economia verso una crescita sostenibile e con prospettive di lungo periodo.

Il Shanghai Composite Index (SHCOMP) ha guadagnato il 2 percento arrivando a quota 2,043.88 punti alla chiusura, con volumi scambi che negli ultimi 30 giorni sono cresciuti del 16%.
Il Premier Li Keqiang ha detto, ad un incontro finanziario tenutosi nella giornata di ieri (martedi 23 luglio 2013), che il limite di crescita dell’economia nazionale è rappresentato da quel fatidico e quasi mistico 7% (Beijing News).

Secondo Qian Weihai, analista per la Shanghai Securities Company il commento di Li ha l’intento e anche il potere di rassicurare i mercati.

Obiettivi di crescita

Lo Shanghai Composite ha perso il 10% da inizio anno. Soprattutto a causa dei dati negativi relativi alla produzione industriale e alle esportazioni che hanno spinto l’economia verso un rallentamento.
Anche l’impennata, registratasi questo mese, dei tassi interbancari ha avuto effetti prociclici, spingendo l’economia verso un maggiore rallentamento.
Dopo che, lunedì, il Ministro delle finanze, Lou Jiwei, ha detto che una crescita inferiore al 7.5% sarebbe un “grosso problema”, sono aumentate le speculazioni sull’incapacità del governo di Pechino di mantenere una crescita tale.

Screen Shot 2013-07-24 at 01.46.22

Ting Lu, economista della Bank of America Corporation ha scritto in una nota che il Premier Li è assolutamente a conoscenza dell’impossibilità di scendere al di sotto di quel 7.5% di crescita, tuttavia rimane fermo nella sua decisione di non operare un allentamento della politica monetaria. L’intento del governo rimane quello di rafforzare la domanda interna senza peggiorare i già esistenti problemi strutturali dell’economia cinese.

Le società ferroviarie

China Railway probabilmente incrementerà gli investimenti per la costruzione di linee ferroviarie al di sopra dei 650 miliardi di yuan (106 miliardi di US$) previsti per il 2013.
La nuova linea dell’alta velocità aiuterà a impiegare la produzione in eccesso delle industrie dell’acciaio e del cemento (come riportato dal Shanghai Securities News).

CSR, il più grande produttore ferroviario della Cina ha visto crescere il titolo dell’8% fino ad arrivare a quota 3.86 yuan per azione.
China Railway Construction ha guadagnato il 7.2% raggiungendo i 4.76 yuan per azione.
L’indotto industriale, in questo caso rappresentato da Baoshan Iron & Steel Company e l’Anhui Conch Cement Company, è stato travolto anch’esso da questo bull market ferroviario.
La Baoshan Iron & Steel Company è cresciuta infatti del 1.5%, l’Angang Steel Company di un buon 3% e l’Anhui Conch Cement Company del 2.7%.

“Gli investimenti nel settore ferroviario sono la via più facile, per il governo, al fine di rafforzare la crescita ogni volta che l’economia rallenta”. Così ha parlato, in merito alla situazione attuale dell’economia cinese Li Jun, strategist alla Central China Securities Co. a Shanghai.

Il Vice Premier Zhang Gaoli ha detto, durante una visita alla provincia del sud di Guizhou, che il governo di Pechino continuerà una politica monetaria prudente.
Parole riprese poi da un comunicato del Consiglio di Stato apparso nella giornata di martedì.
La Cina, sempre secondo Zhang, deve intraprendere politiche che supportino, in maniera ragionevole la costruzione di infrastrutture, oltre a operare un sostegno alle aziende medio piccole del settore.

Fujian Longking ha raggiunto il valore per azione di 27.08 yuan crescendo dell’1.8%. Il China Securities Journal ha riportato la notizia di un piano destinato alla prevenzione dell’inquinamento dell’acqua che verrà varato, ad agosto, dal Consiglio di Stato.

Cina occidentale. Locomotiva nazionale?

Il Partito Comunista Cinese, nell’ultima decade, ha formalmente attivato due piani di sviluppo per le regioni dell’area occidentale e centrale del Paese.
Nel 2000 era stato proclamato il primo piano e poi, nel 2004, il Premier Wen Jiabao aveva annunciato l’avvio del Piano per la crescita della Cina centrale, un piano strategico che aveva l’intento di promuovere lo sviluppo di sei provincie della Cina centrale.

Il governo di Pechino, per arrivare a ottenere risultati concreti, ha nel corso degli anni sviluppato piani industriali specifici per queste regioni e creato un registro per le industrie utili alle aree interessate dal progetto.
Entrambi i piani avevano l’obiettivo di stimolare l’afflusso di Foreign Direct Investments nelle aree interessate dal progetto.

La Cina occidentale sta sì crescendo economicamente, tuttavia sono in molti a ritenere che questo sviluppo manchi di fondamentali solidi e caratterizzanti una crescita di lungo periodo.
Questo perché sono mancati gli investimenti nel settore delle tecnologie e in quello delle infrastrutture.
Malgrado queste carenze strutturali l’economia della West-China ha registrato una crescita del GDP del 12.48% sull’anno precedente.
È una crescita del prodotto interno lordo ben più importante di quelle registrate nelle regioni dell’est e del centro.
Rispetto alla media nazionale, la crescita del GDP (12.48%), è superiore al 2.16%.

Il GDP delle regioni occidentali pesa per il 19.75% sul totale nazionale, un peso che è cresciuto dello 0.38% rispetto al 2011.
Però, come già accennato in precedenza, queste regioni hanno un deficit infrastrutturale, del sistema educativo, delle politiche di tutela e rispetto dell’ambiente, e della qualità della vita. Debolezze che sussistono dopo circa una decade di sviluppo e di politiche incentrate sulle aree dell’ovest del Paese.

 

Screen Shot 2013-07-23 at 01.05.20

Secondo Yao Huiquin, direttore del Center of Studies of China’s Western Economic Development presso la Northeast University, i problemi maggiori riguardano “un’inadeguata struttura industriale, una scarsità di innovazione e di talento internazionale e un minor livello di commercializzazione”.
Yao ha aggiunto che la regione sta ancora vivendo un periodo accelerato d’industrializzazione. Paragonandola alle economie delle regioni dell’est e del centro, quella della Cina occidentale, è ancora fortemente dipendente dagli investimenti e manca di tecnologia e miglioramenti nella competizione di mercato.

L’economia dell’Ovest dipende fortemente dai settori del manifatturiero, dell’estrazione e dall’energetico. Settori che contano per la metà dell’intero prodotto interno lordo dell’area in questione.
Lo sviluppo del settore terziario rimane fermo al 36.5%.

Oggi molti governi regionali dell’area occidentale sono gravati da un pesante indebitamento e minacciati da un forte rischio finanziario che si estende a tutta la regione, questo anche a causa di un eccesso produttivo del settore secondario.

L’area è fortemente minacciata da una bolla immobiliare. Molti distretti dell’Ovest hanno scommesso sul settore immobiliare e hanno, per troppo tempo, basato la loro crescita sul settore edilizio.
In questa situazione alquanto complicata il governo centrale deve cambiare strategia e cercare di fondare la crescita dell’ovest su una diversa strategia.
Nel lungo periodo la Cina occidentale dovrà fare affidamento su una crescita sostenibile e legata al settore industriale ma anche, e questo concerne il Paese intero, un consumo interno.
L’Ovest rappresenta, per certi versi, l’intero Paese. Cresce a doppia cifra (la nazione al 7.5%), però soffre di numerose lacune e fragilità di carattere, anche, strutturale.
La crescita dell’Ovest secondo molti non è, se continua a poggiare su questi fondamentali, sostenibile nel lungo periodo.
Inoltre, è un’economia che non ha modo di alimentarsi se non per mezzo di continui investimenti.

Pechino ha lanciato la Western Development Strategy nel 2000.
L’ha fatto per aiutare la metà occidentale a stringere la forbice economica con l’est.
La strategia investe le provincie di: Gansu, Guinzhou, Shaanxi, Sichuan e Yuannan; le regioni autonome di Guangxi, della Mongolia interna, Ningxia, il Tibet e Xinjiang.
La regione è una macro-area che ricopre il 71.4% del territorio cinese totale ma conta ‘solo’ per un 28.8% (circa 400 milioni di persone) della popolazione totale.

I dati raccolti sono riportati dal Blue Book of Western China

Cosco e Rongsheng. L’industria navale cinese naviga in cattive acque

Una delle tante vittime della “crisi” cinese (il termine crisi è chiaramente inadatto ma richiama certa stampa allarmista sul destino della seconda economia mondiale) è l’industria navale.

Pechino nella seconda metà dell’anno corrente, questo economicamente complesso anno del serpente (secondo il calendario cinese), introdurrà politiche di supporto all’industria navale.
La cantieristica navale cinese, infatti, se la sta passando molto male, così il governo di Pechino ha deciso di rimuovere alcune “tasse irrazionali”, come le ha definite lo stesso Partito, e aiutare l’industria navale del Paese.

Song Dexin, Ministro dei Trasporti navali, si sta battendo da più tempo per una giusta ed equa pressione fiscale che non penalizzi le industrie del settore.

Tutto è iniziato la scorsa settimana quando la Cosco Shipping Company, un’industria quotata e tra i giganti del settore, ha annunciato che nella prima metà dell’anno corrente ha triplicato le perdite nette.

UnknownLa notizia della Cosco Shipping Company, unita alla congiuntura sfavorevole (forse, e lo si vedrà sul medio periodo), ha fatto allarmare i vertici economici e gli attori dell’intera industria pesante nazionale.

 

Recenti i dati, del mese di giugno, che rilevano una caduta dell’import e dell’export del Paese asiatico.

La più grande industria navale, fuori dal controllo statale, la China Rongsheng Heavy Industries Group Holdings Ltd., sta tentando di ottenere aiuti statali.
Inoltre, come se non bastasse, le previsioni dell’Associazione Armatori danno per il prossimo trimestre un crollo negli ordini di navi.

Il rallentamento economico

La crescita economica in Cina nel Q2 2013 è, come visto nell’articolo Q2 2013 – L’economia cinese segna una crescita del 7.5% , rimasta sotto l’8%. Il GDP cinese è infatti cresciuto nel periodo in questione di ‘solo’ il 7.5%.
Un dato di crescita che era atteso e che non ha sconvolto i mercati. Tuttavia, questa crescita del 7.5% segna un rallentamento rispetto al Q1, che aveva segnato un 7.7% di crescita, e anche in confronto al quarto trimestre del 2012, 7.9%.

Il colosso della navigazione, Cosco, non ha specificato i motivi delle sue ingenti perdite.
I portavoci dell’impresa, Guo Jing e Wang Jian, sono stati vaghi e non hanno immediatamente risposto alle domande della stampa.

Dati alla mano, Cosco Shipping, quest anno ha già registrato perdite, nella prima metà del 2013, per 12 milioni di US$.
È un dato allarmante se pensiamo che un anno fa nel primo semestre la compagnia aveva registrato profitti per 23 milioni di US$.
Il titolo oggi ha perso uno 0.33%. In un anno, invece, ed è questo il dato allarmante, il titolo, quotato sul Shanghai Composite, ha perso il 23%.

Crisi di liquidità

Rongsheng, l’altro colosso (totalmente privato), con una nota ha fatto sapere agli investitori che la caduta degli ordini porterà ad una “ristrutturazione” aziendale e ad un taglio della forza lavoro impiegata. Il Wall Street Journal ha calcolato che l’industria licenzierà circa 8.000 lavoratori.
Il portavoce della Rongsheng ha detto che i vertici dell’azienda sono alle prese con il governo al fine di ottenere aiuti finanziari.

Tutto questo avviene in un momento in cui la crisi di liquidità, che ha investito la Cina nelle scorse settimane, ha fatto schizzare alle stelle i tassi interbancari.
L’ottenimento dei prestiti necessari è sempre più difficile, questo anche a causa di un aumento degli oneri finanziari.
Eccezion fatta per le compagnie nazionali l’ottenimento di “aiuti” statali è sempre più difficile.

Questo mostra una sorta di immaturità capitalista da parte del Partito.
Inoltre, solleva la questione se la Cina abbia davvero intrapreso un percorso capitalistico o se invece non si sia affatto emancipata dal socialismo stricto sensu.

Q2 2013 – L’economia cinese segna una crescita del 7.5%

Il National Bureau of Statistics di Pechino ha diffuso dati relativi alla crescita del secondo trimestre (Q2) 2013.

Rispetto all’anno precedente, il 2012, l’economia cinese ha visto crescere il GDP nel Q2 del 7.5%.
Le previsioni degli analisti non erano distanti da quanto riportato dal National Bureau of Statistics.
I dati riportati da Bloomberg in una previsione, relativa alla crescita del sistema economico cinese, riportavano la stessa cifra.
Le previsioni di crescita precedentemente diffuse anticipavano i dati comunicati oggi dal governo cinese.

images

L’economia cinese, nel mese di giugno, aveva già rallentato la sua crescita, difatti aveva fatto registrare un incremento del GDP, rispetto al Q1 2012, del 7.7%.
La crescita della produzione industriale del mese di giugno, invece, è stata la più debole dalla recessione globale del 2009.

Tuttavia, il Premier Li Keqiang sembra rimanere in una posizione di ostinato rifiuto verso un possibile intervento di stimolo all’economia.
Vedendo anche l’outlook del Fondo Monetario Internazionale (in merito si legga l’articolo: La crescita debole dell’economia mondiale colpisce anche gli emerging markets, Agenda BRIC) che, la scorsa settimana, ha tagliato le stime di crescita dell’economia mondiale, l’amministrazione Li deve, ora, affrontare il problema relativo a un cambiamento di prospettiva economica, ovvero il passaggio da un’economia dipendente dall’export ad un’economia matura che punta sui consumi domestici.

Liu Li Gang, direttore del dipartimento Greater China economics dell’Australian e New Zealand Banking Group Ltd. a Hong Kong, già collaboratrice della World Bank, ha scritto in una nota che il Partito dovrebbe iniziare a preoccuparsi del mantenimento del target di crescita previsto, ovvero superiore al 7%.
Liu ritiene che la mossa giusta siano politiche di tipo ambientale e fiscale che potrebbero incentivare la crescita economica e, allo stesso tempo, aumentarne la qualità e sostenibilità.

I mercati

La crescita del secondo quarto 2013 è stata la più debole degli ultimi tre quarti e ha prolungato la serie il periodo di crescita sotto all’8%. Il più lungo periodo d’espansione sub-8% delle ultime due decadi.

Screen Shot 2013-07-15 at 20.08.07

Il Shanghai Composite Index (SHCOMP) ha guadagnato, alla chiusura, l’1%; questo soprattutto grazie alle prestazioni forex del dollaro australiano (A$).
Il MSCI ASIA PACIFIC Index è cresciuto dello 0.1% sulla borsa di Tokyo (TSE).

Sheng Layun, portavoce dello Statistic Bureau, ha comunicato, oggi in una conferenza, che la seconda economia del mondo non avrà problemi nel raggiungere gli obiettivi di crescita per il 2013.
Tuttavia, l’agenzia ha tenuto a sottolineare che il Paese sta attraversando una situazione economica complicata e piena di incognite.

Produzione industriale e il rischio di una bolla immobiliare

Income+Statement+EvolutionUn’incognita, una complicazione, è rappresentata dalla China Rongsheng Heavy Industries Group Holdings Ltd., la più grande industria navale cinese privata.
La società nel mese di giugno ha chiesto ripetutamente aiuto ai vertici dell’economia cinese non ottenendolo.

Hebei Iron & Steel Company, il più grande produttore, per volume, di acciaio della Cina, è fonte di preoccupazione per l’economia nazionale. Di fatti, se la domanda del metallo dovesse rimanere quella registrata nella prima metà dell’anno, subirà perdite nette per un 70-80%.

La produzione industriale cinese è cresciuta, rispetto al mese di giugno del 2012, dell’8.9%.
Il ritmo di crescita della produzione industriale dello scorso mese è il più basso dal 2009, escludendo i dati relativi ai periodi, di gennaio e febbraio, in cui si svolgono le celebrazioni del capodanno cinese.

La vendita retail in giugno è cresciuta del 13.3% dopo un 12.9% registrato nel mese di maggio.

Unknown

Il mercato immobiliare, e qui si apre un altro capitolo interessante dell’economia cinese, è cresciuto nel primo semestre del 20.1%.

Il valore delle transazioni per immobili abitativi è aumentato del 24% in giugno rispetto al mese precedente. È il dato di crescita maggiore da inizio anno. Questo dimostra che la volontà del governo di scoraggiare le transazioni legate alle proprietà immobiliari non ha trovato applicazione.
Le vendite nella prima metà dell’anno sono cresciute del 46%, ovvero di 2.82 trilioni di Renminbi (459 miliardi di US$).

Un deleveraging prolungato

JP Morgan ha ridotto le sue stime di crescita dell’economia cinese, passando da un 7.6% ad un 7.4%. Inoltre, ha abbassato le stime anche per il 2014, riportando una previsione del 7.2%.
La National Development and Reform Commission, ovvero sia l’agenzia di pianificazione economica cinese, ha approvato nel mese di giugno solo due progetti.
Inoltre, progetti approvati in precedenza stanno avendo difficoltà a partire. Alcuni distretti locali hanno avuto difficoltà a raccogliere i capitali necessari per la realizzazione d’infrastrutture.

Ogni nuovo progetto richiede finanziamenti che sono difficili da ottenere. I dati del mese di giugno inerenti all’erogazione di nuovo credito sono i più bassi degli ultimi 14 mesi.
Gli investimenti statali dello scorso mese sono stati del 3% più forti dell’anno precedente, ma del 9% inferiori al mese di maggio.

Nessuno stimolo all’economia

Yao Wei, China economist per Societe Generale SA a Hong Kong, ha scritto in una nota odierna che il governo è lontano dall’introdurre, nel breve termine, misure significanti di alleggerimento quantitativo. Così, sempre secondo Yao, la crescita economica cinese è destinata a seguire questo trend.

Il Fondo Monetario Internazionale, la scorsa settimana ha abbassato le sue stime di crescita dell’economia globale, passando dal 3.3% al 3.1% dell’Outlook di aprile.
L’IMF ha avanzato anche, per quanto riguarda l’economia della Cina, previsioni di crescita per il 2013 del 7.8%.

Però, Goldman Sachs Group Inc., HSBC Holdings Plc e Barclays Plc, lo scorso mese, hanno tagliato le loro stime.
Esse prevedono che l’economia cinese cresca del 7.4% nel 2013, questo significa che crescerà al ritmo più lento dal 1990.

La crescita debole dell’economia mondiale colpisce anche gli emerging markets

L’economia mondiale sta crescendo in maniera più debole delle attese.
Questo comporta notevoli rischi per i mercati emergenti.
La crescita mondiale è per il 2013 del 3.1% e del 3.8% per il 2014 (dati International Monetary Fund).
Una revisione al ribasso di ¼ di punto percentuale per anno se comparata alle previsioni del World Economic Outlook di aprile 2013 del Fondo Monetario Internazionale (IMF).
L’economia mondiale è cresciuta soltanto, in maniera assai debole, nel Q1 del corrente anno. Invece di accelerare, come presentato dalle previsioni del WEO di aprile, l’economia globale ha registrato tassi di crescita inferiori alle aspettative.
Anche i mercati emergenti sono stati colpiti da questo rallentamento. Rallentamento dovuto, soprattutto, a una forte recessione dell’Area-euro e a un’espansione inferiore alle attese dell’economia statunitense.
Tuttavia, la crescita economica in Giappone è stata maggiore delle aspettative.

La crescita dell’economia degli Stati Uniti è prevista raggiungere un 1.45% nel 2013 e un 2.45% nel 2014, questo soprattutto grazie all’andamento positivo, e solido, della domanda privata domestica.

In Giappone la crescita per il 2013 sarà del 2%. Questo significa un mezzo punto percentuale in più rispetto ai dati del WEO precedente. Quest’aumento della crescita economica giapponese si deve a un’accresciuta fiducia del settore privato. Fiducia stimolata dalla politica economica accomodante voluta da Abe.

L’Area-euro, invece rimarrà, secondo le previsioni, in recessione per tutto il 2013.
Nel 2014 tornerà nuovamente a crescere, anche se debolmente.
L’attività economica dell’Area-euro continuerà, per tutto l’anno corrente, a soffrire gli effetti combinati di una bassa domanda interna ed estera, una fiducia degli attori economici molto debole, l’assenza di un’integrazione fiscale e finanziaria.

globaloutlook

La crescita nei Paesi a economia emergente e in via di sviluppo raggiungerà un modesto 5% nel 2013 e un 5.5% nel 2014.
I dati, relativi al 2013, sono inferiori alle attese. I dati, inferiori alle previsioni, sono dovuti a un mancato sviluppo delle infrastrutture, una diminuzione dell’export, un abbassamento dei prezzi delle commodities, una carente stabilità finanziaria e, in taluni casi, un minor supporto nella politica monetaria da parte delle banche centrali.
La locomotiva mondiale, la Cina, raggiungerà un 7.8%, di crescita del GDP, nel 2013-2014.

La volatilità dei mercati finanziari è cresciuta nei mesi di maggio e giugno, dopo un periodo di calma apparente che continuava dalla scorsa estate. Le economie emergenti sono state colpite in maniera ben più forte da questa volatilità.
Il recente aumento dei tassi d’interesse delle economie avanzate, una volatilità maggiore dei prezzi degli asset, combinati con un rallentamento dell’attività domestica dei mercati emergenti, hanno fatto sì’ che l’afflusso di capitali nei mercati emergenti subisse una frenata e, viceversa, venisse in essere un deflusso di capitali esteri.

Il Fondo Monetario Internazionale ritiene che sia una frenata temporanea.
Questo rallentamento, infatti, riflette un riposizionamento sul rischio da parte degli investitori Riposizionamento dovuto ai dati, relativi alla crescita degli emerging markets, inferiori alle attese e al cambiamento di politica economica da parte della Federal Reserve.
Ma, se le vulnerabilità del sistema dovessero persistere e la volatilità del mercato finanziario dovesse rimanere alta, allora si assisterebbe a un forte deflusso di capitali e a una conseguente minor crescita delle economie dei mercati emergenti.
I rischi maggiori sono legati alla possibilità di un’inversione dei flussi di capitale, una conseguente diminuzione del credito e un indebolimento delle esportazioni.

Panorami cinesi: riforme e una prospettiva di lungo periodo

“Gli scambi della Cina con l’estero stanno attraversando un periodo di sfide importanti e queste difficoltà permarranno per tutta la seconda metà dell’anno”.

Con queste parole mercoledì, durante una conferenza, il portavoce dell’Amministrazione generale delle dogane, Zheng Yusheng, ha definito la situazione odierna della Cina.

L’export nel mese di giugno è diminuito del 3.1% dall’anno precedente, raggiungendo un valore di 174.32 miliardi di US$.

Le importazioni sono, invece, calate di uno 0.7%, raggiungendo quota 147.19 miliardi di US$, lasciando un surplus negli scambi di 27.13 miliardi di US$ (dati dell’Amministrazione delle dogane).

La prima metà del 2013 ha visto crescere le esportazioni del 10.4% sull’anno precedente, raggiungendo quota 1,052.82 miliardi di US$.

L’import è cresciuto del 6.7% sul 2012, raggiungendo 944.87 miliardi di US$.

La domanda estera rimane debole. Tra le ragioni di quest’indebolimento dell’export cinese troviamo: un aumento dei costi, dovuto anche all’aumento dei salari, e un’alterazione del tasso di cambio.

Inoltre, questioni relative agli scambi commerciali con l’estero colpiscono tutto il comparto industriale domestico riducendo anche l’importazione di materie prime.

Chen Hufei, analista della Bank of Communications, ritiene che questo indebolimento della domanda estera e domestica pesa gravemente sul rallentamento dell’economia cinese.

Ieri, 9 luglio 2013, il Premier cinese Li Keqiang ha tenuto a sottolineare che la Cina sta attraversando una fase di trasformazione della sua economia e di evoluzione della stessa.

images

L’obiettivo è quello di mantenere una crescita continua e uno sviluppo solido.

“E’ molto importante la pianificazione di tutti i bisogni per stabilizzare la crescita, promuovere la ristrutturazione dell’economia, avanzando riforme, per garantire lo stesso sviluppo economico”, ha detto Li a un meeting economico nel sud della Cina nella regione autonoma dello Guangxi Zhuang.

Mediante la stabilizzazione della crescita si potrà, sempre secondo le parole di Li, creare l’ambiente e le condizioni per una ristrutturazione dell’economia di modo da liberare le stesse potenzialità per una crescita costante e solida.

Sempre nel corso del meeting il Premier ha annunciato che l’intento del Governo è anche quello di favorire l’integrazione tra imprese e nuove tecnologie e di promuovere un nuovo tipo di urbanizzazione che ponga al primo posto le persone.

Li ha aggiunto che la Cina deve accelerare le riforme nei campi dell’amministrazione, della fiscalità, della finanza e porsi l’obiettivo di far sì che il meccanismo del mercato giochi un ruolo migliore.

Questo processo è fiancheggiato da un aumento del peso giocato dagli attori privati e dalle dinamiche di mercato.

Il supporto governativo, invece, vuole essere focalizzato sulla parte centrale e occidentale della nazione.

In merito a ciò Li ha annunciato di credere molto nel ruolo da trascinatore giocato dall’economia delle aree costiere e orientali del Paese.

Unknown

Differenze a parte, Li ha aggiunto che, l’area orientale, l’area occidentale e l’area centrale del Paese saranno al centro di una politica che metterà al centro delle priorità il benessere del cittadino e lo sviluppo di condizioni di vita migliori e più sostenibili.

Free trade agreement Pechino Berna

Sabato 6 luglio 2013. È stato firmato un Accordo di libero scambio (Free Trade Agreement) tra Cina e Svizzera. Questo FTA segnala al mondo intero la propensione anti protezionista del governo cinese e inoltre è una dimostrazione positiva della cooperazione tra Cina ed Europa.
Il Premier Li Keqiang ha tenuto a sottolineare la volontà della Cina di cooperare in maniera attiva con i Paesi dell’Unione Europea.
L’FTA tra Cina e Svizzera è il primo accordo di questo tipo siglato tra la Cina e un Paese dell’Europa continentale.

L’accordo però è stato siglato a Pechino, dopo due anni di negoziazioni e dispute legali, da Schneider-Ammann e dal Ministro cinese del commercio Gao Hucheng.
Il Ministro cinese ha affermato che la Cina è intenzionata a collaborare con tutte gli attori economici partecipanti alle negoziazioni del Doha round e si proporrà di stabilizzare e rafforzare l’economia mondiale.
Il rappresentante elvetico, invece, ha voluto sottolineare l’importanza storica di tale accordo, inoltre ha espresso la sua fiducia nelle capacità di cooperazione, grazie anche al Free Trade Agreement, tra la Svizzera e la Cina.

La Cina è, in tutta l’Asia, il maggior partner commerciale della Svizzera. Viceversa, la Svizzera è l’ottava economia europea partner della Cina (dati del Ministero dell’economia cinese).
Quando entrerà in vigore l’accordo, il 99.7% delle esportazioni cinesi verso la Svizzera sarà immediatamente esentato dalle tariffe, mentre l’84.2% dell’export svizzero verso la Cina riceverà lo stesso trattamento tariffario.
L’accordo si propone quindi di facilitare la cooperazione industriale tra le due nazioni e, inoltre, di introdurre una nuova regolamentazione in ambito di inquinamento ambientale, lavoro, proprietà intellettuale e circolazione delle persone.

Il neo siglato Free Trade Agreement tra Cina e Svizzera potrà dare all’economia elvetica una sferzata d’energia.
Le autorità elvetiche sono sicure che tale accordo, il primo per un Paese europeo, sarà in grado di facilitare le aziende svizzere nei loro rapporti commerciali con il Paese di mezzo. Grazie all’accordo della Svizzera con la seconda economia mondiale, le aziende elvetiche beneficeranno di migliori condizioni rispetto ai competitor europei e non .
La Cina, dopo gli Stati Uniti e l’Unione Europea, è il terzo maggiore mercato d’esportazione per l’economia svizzera.
L’anno scorso, il 2012, le esportazioni svizzere verso la Cina sono state stimate per 7.83 miliardi di Franchi svizzeri (CHF), equivalenti a 8.26 miliardi di US$.

L’orologeria e la gioielleria hanno pesato per un 32% sul totale dell’export svizzero verso la Cina; il comparto dell’elettronica e dei macchinari industriali invece per il 28%.
Invece, la maggior parte dei prodotti esportati dalla Cina in Svizzera sono impianti industriali e prodotti di elettronica. Il peso sul totale dell’export ammonta al 40%.

L’economia svizzera ha vissuto un primo quadrimestre 2013 di debolezza, anche a causa delle difficoltà dell’Euro-zona.
Tuttavia, anche se l’export verso i Paesi dell’Unione Europea ha registrato un rallentamento dell’1.3%, l’export verso la Cina è cresciuto dello 0.3% (dati dell’Amministrazione federale delle dogane – AFD).

Le tariffe imposte sugli orologi svizzeri esportati in Cina verranno tagliate del 60% nell’arco di 10 anni. Mentre i prodotti tessili e le calzature prodotte in Cina potranno essere esportate sul mercato svizzero senza l’imposizione di alcuna tariffa.

I produttori di orologi elvetici sperano che il Governo cinese riduca la sua import tax dell’11% applicata a tutti gli orologi e alleggerisca anche quella sui prodotti di lusso, del 20%, applicata su tutti i segnatempo che costano più di 1.500 CHF.

images-3

Il taglio sui dazi potrà ravvivare l’economia svizzera e il mercato dell’orologeria in Cina.
La Cina rappresenta il terzo mercato al mondo dell’orologeria.
Le vendite di tali beni hanno subito un forte rallentamento, negli ultimi mesi, a causa del rallentamento dell’economia orientale.

Il Chief Executive di Swatch Group AG, Nick Hayek, ha dichiarato che gli effetti di questi provvedimenti daranno benefici nel lungo periodo.
Inoltre, Jan Atteslander, capo di Economiesuisse, ritiene che il Free Trade Agreement intensificherà gli interessi cinesi in Svizzera e incrementerà il volume di investimenti cinesi in Svizzera.

Insomma, l’FTA siglato sabato da Cina e Svizzera non sembra rappresentare essere una strada a senso unico.
Entrambe le economie ne trarranno beneficio.
È interessante vedere se l’UE si farà a compatta e tenterà di trovare nuovi accordi commerciali con la Cina, soprattutto dopo la recente diatriba, tra le due aree economiche, sui pannelli solari.

HSBC PMI conferma il rallentamento cinese

HSBC, la popolare banca britannica, ha pubblicato nella giornata del 3 luglio 2013 l’Outlook relativo al Purchasing Managers’ Index.
Questo indicatore si propone di monitorare mensilmente l’andamento delle imprese private.
Gli elementi chiave, che compongono l’indice, sono: i nuovi ordini, la produzione, le assunzioni, i tempi di vendita e gli stock di magazzino.

HSBC China Composite PMI ha segnalato che nel mese di giugno vi è stata, in Cina, una contrazione nella produzione di beni manufatti. La prima contrazione negli ultimi dieci mesi.
L’indice era, infatti, a 49.8 punti rispetto ai 50.9 punti del mese di maggio.
I dati distinti per settore indicano numeri differenti relativi al mese di giugno.
Infatti, se la produzione ha subito una lieve contrazione, la fornitura di servizi è cresciuta di un punto base, da 51.2 del mese di maggio, a 51.3 del mese di giugno.

 

Screen Shot 2013-07-05 at 03.53.43

Tuttavia, anche il numero totale di ordini è declinato nel mese di giugno.
La riduzione è stata largamente guidata dal manifatturiero che ha segnato una leggera contrazione nel numero di nuovi ordini. Anche in questo caso, però, i fornitori di servizi hanno registrato una crescita delle commissioni.

Di conseguenza, si è anche registrata una modesta riduzione nei livelli d’impiego.
In contrasto i fornitori di servizi hanno visto crescere i loro staff. È stata, di fatti, registrata una crescita degli impieghi nel terziario per il quinto mese consecutivo.

I fatti salienti sono, quindi, evidenziabili in una crescita, se pur lenta, del settore dei servizi. Crescita, tuttavia, contrastata da una decrescita nel settore manifatturiero.
Così accade anche nelle offerte d’impiego. Da una parte, nel settore terziario, si registra un aumento delle assunzioni, dall’altra, nel settore manifatturiero, vi è una leggera contrazione.

L’economia cinese non sembra quindi aver ripreso il vigore di un tempo.
La domanda globale è scarsa, soprattutto se pensiamo a quella proveniente dal vecchio continente.
Questi fattori costringono il sistema industriale e, come si è visto nelle scorse settimane, il settore finanziario a profondi cambiamenti.
Le aziende che non sopportano il ritmo debole di crescita sono destinate a chiudere i battenti. Viceversa le molte aziende private che stanno ancora operando egregiamente investono pesantemente all’estero, proprio là dove è calata la domanda.

I nuovi vertici, rappresentati da Xi Jinping e Li Keqiang, non sembrano minimamente colpiti da questa prospettiva. Sappiamo anche che non vareranno, in tempi brevi per lo meno, massicce misure di stimolo all’economia.

In giugno quindi, si è ripetuto, come mostra anche il PMI di HSBC, il calo registrato nel mese di maggio. La soglia dei 50 punti, dell’indice in questione, rappresenta la linea di confine tra crescita e contrazione dell’attività.

Screen Shot 2013-07-05 at 03.53.55

 

Sul fronte interno sono numerose le difficoltà manifestatesi.
Da tempo si moltiplicano i segnali d’indebolimento della crescita ma anche della restrizione del credito in Cina.
I tassi d’interesse del circuito interbancario cinese hanno segnato un’impennata, toccando l’8%.
I tassi interbancari Overnight sono arrivati fino al 25% con il Fixing fissato al 12.85%, si parla di massimi storici.

La Banca centrale ha comunicato di non avere alcuna intenzione di iniettare liquidità addizionale nel mercato.
Ha ammonito, inoltre le banche di diminuire la leva e stringere il credito per le imprese che hanno una sovraccapacità produttiva.

Vietnam. Alternativa o sorella minore della Cina?

Si dice soft landing la capacità, di un governo, di pilotare la propria economia verso tassi di crescita inferiori evitando però la recessione e i problemi a essa connessi.
Secondo il Senior Economist della DBS Ltd. Bank di Singapore, Leung, il rallentamento dell’economia cinese, che nel 2012 è cresciuta del 7.7%, è dovuto a manovre studiate dal governo di Pechino.
Anche il recente aumento dei tassi interbancari (il nostro Euribor), si deve alla volontà del Partito Comunista Cinese di raffreddare l’economia nazionale.
Questo scenario infausto, tuttavia, porterebbe al default numerose banche ma non l’intero sistema economico.
La Cina è passata da crescere del 12.1%, nel primo quarto del 2010, a crescere di un solo 7.7% (il ‘solo’ si riferisce al caso cinese, difatti una tal crescita per le economie europee sarebbe da boom economico) nel primo quarto del 2013.
Secondo molti analisti si può parlare di mosse “volontarie” che riflettono la volontà della nuova leadership, il ‘nuovo corso’ dettato dal Capo di Stato Xi Jinping e dal Capo di Governo Li Keqiang.
La nuova leadership ha annunciato in modo chiaro di voler sacrificare la crescita nel breve periodo a vantaggio, però, di un’economia solida nel lungo periodo.
La crescita attorno al 7% sarà l’obiettivo di questo ‘New Deal’ cinese.
Un indice della JP Morgan Chase e Co., che misura la fiducia nei mercati, ha dato un outlook in peggioramento per la Cina. L’indice è, infatti, calato a quota 35.7 punti percentuale, contro un 46.9% dello scorso mese.
Lo Chief economist per la Cina della stessa banca dice che la causa di questo rallentamento è da ritrovarsi in una diminuzione degli investimenti verso l’industria manifatturiera.
Il calo degli investimenti si deve a una sovrapproduzione che, soprattutto a causa della crisi dell’Euro-zona, non è supportata da adeguati ritorni.
Questa situazione è definita da una dipendenza eccessiva della Cina dalle esportazioni.
Un’altra fonte di preoccupazione per Pechino riguarda la corsa dei prezzi del mattone, che sono all’interno di una pericolosa bolla che potrebbe esplodere nel breve periodo.
Questa settimana di turbolenza dei mercati finanziari ha alimentato l’interesse del governo ad arginare il sistema di shadow banking che, secondo le stime della banca d’investimento Standard & Poor’s, è cresciuto dal 2010 del 34% annuo.
Un sistema finanziario off-banking che è pari al 57% del GDP cinese.
La frenata dell’economia impensierisce non poco i vertici del governo, oltre che gli investitori esteri e non.
È, tuttavia, interessante pensare alla possibilità che dietro questo rallentamento vi sia una decrescita pilotata da parte del governo di Pechino.

Decrescita che è anche legata a un aumento del costo della manodopera che ha fatto sì che numerose multinazionali, e non, delocalizzassero la loro produzione non più in Cina, ma in Paesi a essa vicini come il Laos, la Cambogia o, soprattutto, il Vietnam.
Questi tre Paesi sono stati in tempi recenti i concorrenti diretti per l’afflusso di Foreign Direct Investments e Portfolio Investments.
Due anni orsono il Vietnam ha superato la Cina nel World Bank Doing Business Report.
Il governo di Hanoi è arrivato a occupare il 78° posto a dispetto di un 79° posto occupato dalla Cina. Inoltre, il Vietnam è entrato dal 2010 nella lista dei Paesi a maggior sviluppo contenuta nel World Bank Doing Business Report.

Tra il 2000 e il 2010 il salario minimo è cresciuto con un ritmo medio del 12.6%.
La politica del lavoro in Cina ha subito importanti cambiamenti. Proprio perché il governo di Pechino sta incoraggiando una politica di crescita salariale. L’obiettivo è di arrivare a un raddoppio del salario minimo entro il 2015.
I motivi che spingono il Partito verso una tale politica, in materia di lavoro, possono essere ritrovati: nella volontà di favorire i consumi domestici e di diminuire la forbice sociale e, quindi, aumentare l’inclusione sociale.

Screen Shot 2013-07-02 at 17.32.40

Inoltre, sono state adottate politiche più severe che hanno spinto il Paese verso nuove regolamentazioni. La Labor Law, nata nel 1994, si propone di garantire un salario minimo ai lavoratori e richiede, inoltre, che i governi locali prevedano degli standard salariali di riferimento per ogni regione.
Il Labor Contract Law, poi, amplia il controllo sulle condizioni di lavoro e contrattuali; di fatti gli uffici distrettuali del lavoro hanno il compito di monitorare le assunzioni, i licenziamenti e anche i salari. Infine, con l’Employment Promotion Law si proibisce la discriminazione lavorativa.
Queste politiche hanno portato a un miglioramento dei diritti dei lavoratori cinesi, tuttavia le imprese si trovano alle prese con vincoli maggiori e, soprattutto, spesso macchiati indelebilmente da una corruzione dilagante.
Tutto questo comporta un aumento dei costi di produzione, infatti, la Cina si colloca al terzo posto, per il costo totale del lavoro, tra i Paesi asiatici, dopo Tailandia e Malesia.

Quest’aumento del costo del lavoro in Cina ha spinto molte aziende a delocalizzare in Paesi vicini. Un caso è quello del Vietnam.
Nel Paese con capitale Hanoi il costo del lavoro rappresenta un motivo d’investimento importante. In alcune aree del Paese il costo del lavoro può essere inferiore del 50%, 60% rispetto al costo del lavoro nel ‘Paese di mezzo’, ovvero sia la Cina.
L’ampia diversità salariale tra i due Paesi è determinata dal peso diverso che le imposte lavorative esercitano, oltre che dal sistema di previdenza sociale (Qui potrebbe aprirsi un ulteriore campo d’indagine. In quanto, la Cina dovrà vedersela con la necessità di attuare un sistema di previdenza sociale che dovrà dare garanzie a una popolazione di 1 miliardo e 200 milioni di persone circa).
In Cina le imposte lavorative influiscono per il 68% sul costo totale. In Vietnam, invece, incidono solo per un modesto 19.2% (dati della World Bank).
Il Vietnam prevede, quindi, circostanze più indulgenti, quali la limitazione dei costi, la flessibilità degli orari di lavoro.

Quando si parla di Vietnam si parla di un Paese che ha una popolazione di 88 milioni di abitanti e un mercato che si contraddistingue per un potere d’acquisto in sensibile aumento e per un incremento della domanda domestica per beni di consumo più o meno durevoli.
Dal 1986, le politiche di rinnovamento, le Doi Moi, varate dal Governo hanno permesso l’apertura del mercato agli FDI e ai Portfolio Investments, oltre che agli scambi internazionali.
Molte sono le imprese che hanno già deciso di delocalizzare in Vietnam.
Queste aziende possono beneficiare anche delle condizioni favorevoli che offre l’area ASEAN. Questa permette che tra i Paesi ASEAN e la Cina vi siano condizioni favorevoli in materia di interscambio commerciale e di capitale umano.
Screen Shot 2013-07-02 at 17.30.25Importante è stato l’ingresso nella World Trade Organization nel gennaio 2007.
L’adesione del Vietnam alle direttive della World Trade Organization e il conseguente ingresso nell’organizzazione, hanno contribuito a migliorare l’attrattività del mercato vietnamita.

Tra le aziende che hanno deciso di beneficiare di queste condizioni e di abbandonare il mercato cinese troviamo imprese di comparti differenti.
Nel comparto dell’elettronica la Intel Corp. Ha di recente investito un miliardo di dollari in un impianto di produzione nei pressi di Ho Chi Minh City, rinunciando agli impianti di produzione cinesi.
Canon si è trasferita a Que Vo, sempre in Vietnam.
Olympus, invece, ha causa della Labor Contract Law cinese, ha deciso di delocalizzare in Vietnam.
Nel settore della produzione di giocattoli la DreamIntl. Ltd., azienda di Hong Kong, prevede di mettere in atto una ‘strategia produttiva duale’, tra Cina e Vietnam.
Aziende produttrici di abbigliamento e accessori, some la KingmakerFootwear Group (produttrice di marchi di scarpe come New Balance e Ecko Unlimited), Uniqlo (compagnia di moda giapponese, sponsor anche del tennista Nole Djokovic) ha ridotto la produzione in Cina di un 30% a favore di una delocalizzazione in Vietnam.
Anche il colosso giapponese delle automotive Honda Motor Co. ha programmato il trasferimento produttivo di motocicli dalla Cina al Vietnam. Questo spostamento è dovuto all’incremento dei costi salariali, sia per far fronte alla maggiore domanda dei Paesi in via di sviluppo.

Questi elementi ci portano ora a considerare se il Governo cinese, ovvero il Partito Comunista Cinese, stia approfittando della situazione favorevole delocalizzando a sua volta imprese nazionali in Vietnam al fine di produrre a costi inferiori e allo stesso tempo aumentando i salari minimi nazionali aumentando, di conseguenza, la propensione alla spesa dei cittadini cinesi e la domanda domestica di beni di consumo.

Le relazioni tra Cina e Vietnam sono di lunga data.
Il rapporto tra le due nazioni è stato, nel corso dei secoli, altalenante.
Con il collasso dell’Unione sovietica e l’abbandono della Cambogia da parte dell’esercito di Hanoi, si arrivò a un riavvicinamento delle due nazioni.
I governi dei due Stati normalizzarono i loro rapporti in un incontro segreto tenutosi nel settembre 1991, ufficializzato nel seguente novembre.
Il rapporto bi-laterale tra Cina e Vietnam è cresciuto nei decenni seguenti.
Questa relazione sta diventando sempre più solida, soprattutto grazie agli scambi economici che avvengono tra i due Paesi.
La Cina è il maggior partner economico del Vietnam. Nel 2012 l’interscambio commerciale è stato pari a 36 miliardi di US$.
Pur essendoci un così stretto interscambio commerciale non mancano i sospetti di un’egemonia commerciale, oltre che politica, della Cina.
I sospetti in questione si fondano su un’esportazione del Vietnam nei confronti di Pechino che però non è sufficiente a colmare un disavanzo di 12 miliardi di US$ per il solo 2012.
images-1Il deficit è nei confronti della Cina ed è dovuto al fatto che la produzione è alimentata dall’importazione di prodotti intermedi di provenienza cinese.
Inoltre, in Vietnam ci sono circa 3.000 aziende cinesi, molte di queste però hanno alle dipendenze esclusivamente salariati cinesi. Il governo di Hanoi pensava che l’introduzione delle imprese cinesi in Vietnam avrebbe accresciuto le prospettive già positive (crescita GDP 5.08% World Bank data), dell’economia vietnamita.
Invece alcuni parlano di una sorta di colonizzazione e ulteriore manifestazione dell’imperialismo cinese.
Forse è eccessivo però il Ministero del lavoro, degli invalidi di guerra e della sicurezza sociale del Partito comunista vietnamita ha calcolato che su un totale di 74 mila stranieri impiegati in Vietnam, il 90% sono cinesi.

Questi numeri e questi fatti concreti ci spingono a pensare che la Cina stia invadendo in maniera pacifica i Paesi limitrofi, esportando manodopera e allo stesso tempo imprese.
Questi FDI di provenienza cinese però non aiutano i Paesi destinatari a beneficiarne, anzi questi Paesi soffrono una dipendenza che si nasconde sotto la veste di un’interdipendenza.
Forse non è una manovra esplicita come invece lo è per il continente africano, tuttavia è un’operazione che può essere considerata parte integrante di questo soft landing pilotato.
In quanto, permette alle aziende cinesi di beneficiare di costi di manodopera bassi ma allo stesso tempo permettere al Partito di operare una legislazione del lavoro che porti garanzie ai lavoratori e allo stesso tempo alle aziende medesime.
È una maturazione del mercato del lavoro cinese che coincide con un rallentamento dell’economia che è determinato anche da una maturazione, necessaria, del sistema bancario.
Come detto il Governo di Pechino non si preoccupa minimamente del fallimento di alcuni istituti bancari medio piccoli. Anzi, questa manovra finanziaria, a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, permetterà al Paese di fare crescere, nel senso di una maturità finanziaria e bancaria, il sistema bancario in genere.
Inoltre permetterà di stringere il credito che negli ultimi anni ha innescato quella che molti ritengono essere una bolla immobiliare.
Il Partito ha presente le necessità di una popolazione di oltre 1 miliardo di persone. Ha presente che dovrà a breve offrire un sistema di previdenza sociale maturo e soprattutto solido; inoltre, è cosciente che dovrà rispondere alle richieste di una classe media in crescita.
Questa classe media sarà la locomotiva dell’economia cinese. Un’economia che, raggiunta la maturità, dovrà non dipendere più dall’export.
Aumentare la domanda interna mediante un aumento dei salari, in miglioramento delle garanzie sulla previdenza sociale ed anche un miglioramento delle condizioni di vita della sua popolazione, queste sono le manovre che il Governo ha intrapreso.
Manovre che tuttavia dovranno, allo stesso tempo, far consolidare alcune necessità che penalizzeranno una crescita, sì incredibilmente forte, ma, al contempo, altrettanto instabile e troppo dipendente dalla domanda estera.

images-2

L’operato di Xi Jinping e Li Keqiang può definirsi un ‘New Deal’ che, a differenza del nuovo corso rooseveltiano, non si basa su un keynesiano investimento del pubblico, ma, invece, su un aumento dei consumi domestici e privati.
Aumentando l’inclusione sociale nascerà forse una classe media che chiederà una maggiore apertura politica, questo è un rischio per il partito che, tuttavia, è arginato da una cultura fondata sul confucianesimo.
Ma questa è tutta un’altra storia…

Credit Crunch in Cina. SSE cade del 5.08%

La Federal Reserve ha annunciato l’arresto delle iniezioni di liquidità entrò metà del 2014. Ora la Cina mette paura ai mercati finanziari ed è, come per gli USA, un problema di liquidità.

Nella giornata di ieri il Shanghai Stock Exchange ha perso 5.08 punti %. Era da quattro anni e mezzo che non avveniva una tale perdita sulla piazza finanziaria cinese.
Ieri è stato il secondo tonfo consecutivo della borsa di Shanghai. Gli indici sono stati mossi al ribasso dalla paura di crisi di liquidità che coinvolge il mercato cinese.
Le autorità centrali hanno comunicato la loro indifferenza verso questa fase di fragilità del mercato finanziario nazionale.
Il listino di Shanghai si è portato a 1.963 punti, cadendo del 5.08%, e chiudendo sotto la soglia psicologica dei 2000 punti per la prima volta da inizio anno.
È stata l’improvvisa stretta, registrata sul mercato del debito interbancario a breve (il nostro Euribor), a scatenare il panico e la conseguente vendita.

I tassi sono saliti notevolmente nell’ultimo periodo. Il repo a 7 giorni è cresciuto di molto arrivando in alcuni momenti a toccare anche il 25%.
Dalla scorsa settimana c’è stata una leggera diminuzione dei tassi che però rimangono attorno al 6%.
Questo livello mette in difficoltà gli istituti bancari piccoli e medi si vedono dipendenti dal debito interbancario.
Sui mercati aleggia la paura di nuove impennate dei tassi interbancari, derivata anche da un sentimento di sfiducia tra gli istituti.

Alcuni ritengono che questa sia solo una manovra della Peoplès Bank of China. La banca di Pechino, seguirebbe una precisa strategia per mettere un freno al mercato del credito.

 

images-2

La bolla del mattone

La stretta del credito deriverebbe anche da un tentativo, da parte della Banca centrale, di frenare la corsa dei prezzi del mattone che sono all’interno di una pericolosa bolla che potrebbe esplodere nel breve periodo.

Shadow banking

Il sistema delle “banche ombra” è un problema ulteriore. Un circuito alternativo a quello ufficiale che, secondo le stime di Standard & Poor’s, è cresciuto dal 2010 del 34% annuo.
Un sistema finanziario off-banking che è pari al 57% del GDP cinese (sistema off-banking stimato per 4.8 mila miliardi di US$).

La frenata dell’economia

Le stime di crescita del GDP sono state tagliate. Gli analisti della Goldman Sachs hanno tagliato le stime di crescita per il 2013 e per 2014.
Il primo trimestre del 2013 ha registrato un’espansione dell’economia cinese del 7.5%, le stime erano di una crescita al 7.8%.
Per l’anno a venire la crescita è stimata all’8.4%.
Inoltre, si deve ricordare che l’economia cinese è cresciuta nel 2012 del 7.7%, dato notevolmente inferiore alle aspettative.
Il dato di crescita più basso degli ultimi 13 anni.

Brasile. Il gigante dai piedi d’argilla?

Nei giorni passati in Brasile, durante la Confederation Cup, ci sono state numerose proteste.
Queste non sono state pacifiche e, il più delle volte, sono state accompagnate da saccheggi e atti di vandalismo. Le città di Rio de Janeiro, São Paolo e Brasilia sono state tra le protagoniste di questa settimana incandescente che ha visto riversare nelle strade e nelle piazze numerosi cittadini insoddisfatti delle politiche attuate dalla presidentessa Rousseff.

images-2

Sabato sera a Salvador si è svolta la partita Brasile-Italia. La squadra allenata dal Commissario Tecnico Prandelli ha perso 4-2.
Ma, Salvador non ospitava solo un match calcistico di questa Confederation Cup 2013, Salvador è stata teatro di scontri violentissimi tra manifestanti e poliziotti.
La polizia e la Guardia nazionale brasiliana hanno perfino utilizzato gas lacrimogeno, manganelli e proiettili di gomma.

I primi scontri sono stati davanti all’Arena Fonte Nova di Salvador. Nello stadio è apparso uno striscione (la FIFA aveva proibito l’introduzione e l’apparizione di striscioni negli stadi della Confederation Cup) che recitava: “Lavora e abbi fiducia” e “scendiamo in strada per cambiare il Brasile”.
La città di Belo Horizonte, poi, è stata teatro di violenti scontri durante la partita giocata tra le nazionali di Giappone e Messico.
Anche Rio è stata travolta da quest’ondata di proteste. Dimostrazioni degenerate quando un gruppo di manifestanti ha iniziato ad assediare il municipio della città carioca.
Il bilancio nella sola Rio de Janeiro è stato di 62 feriti di cui 5 poliziotti.
Ci sono state anche delle vittime. A Ribeirão Preto (a 315 chilometri dallo Stato di São Paolo) un ragazzo di 18 anni è morto investito da un’auto che cercava di attraversare la fitta folla di manifestanti e una donna è morta, invece, a causa dell’inalazione dei gas lacrimogeni.

Le manifestazioni non si sono avute solo nelle città ospitanti la manifestazione calcistica.
Si calcola che circa 1 milione di persone sono scese in piazza a manifestare in oltre 70 città brasiliane tra la notte di venerdi scorso e di sabato.

L’insoddisfazione è generale e riguarda numerosi motivi. Quest’insoddisfazione deriva da diverse mancanze del Welfare State brasiliano, dal caro vita, dall’innalzamento delle tariffe dei mezzi pubblici, dai costi esorbitanti della FIFA World Cup 2014.
images-1Circa 8 miliardi di US$ sono stati spesi nella manifestazione e molti cittadini brasiliani sono insoddisfatti di come stanno progredendo le cose.
Scandali che hanno coinvolto l’amministrazione e la politica brasiliana minano la stabilità e la rielezione della presidentessa Rousseff.
L’ammontare dei soldi speso per la costruzione delle infrastrutture per i Mondiali di calcio del 2014 non convince la popolazione, di fatti risulta essere eccessivamente elevato.
Inoltre i trasporti pubblici, gli ospedali, le scuole hanno subito un forte taglio dei fondi, denaro che è stato poi investito nelle grandi opere per gli eventi sportivi in programma l’anno prossimo, la Coppa del mondo di calcio, e nel 2016, le Olimpiadi di Rio.

I contribuenti sono assolutamente scontenti nel vedere i propri soldi, versati al fisco brasiliano, finire nella realizzazione di progetti per i quali erano stati erogati già capitali a sufficienza.

Un sondaggio promosso dall’IBOPE ha evidenziato, nei numeri, quest’insoddisfazione generale nei confronti della governance brasiliana e della poca trasparenza.
Il 75% dei brasiliani si dice a favore dei manifestanti. Di questi il 77% è contrario all’innalzamento delle tariffe dei trasporti pubblici. Solo il 40% dei brasiliani, intervistati dall’IBOPE, è a favore dello svolgimento della Confederation Cup.

Questi dati mostrano chiaramente quanto i brasiliani non siano contenti di come stiano andando le cose.
La crescita economica ha registrato un rallentamento nel 2012.
L’area LatAm ha subito un rallentamento di 1 punto e mezzo percentuale.
Passando da un 4.5% di crescita registrato nel 2012 a un 3% nel 2012 (dati IMF).
La decrescita è stata trainata al ribasso proprio dall’economia brasiliana che nel 2012 ha registrato tassi di crescita inferiori all’1%.
La decrescita dell’area LatAm, soprattutto del Brasile stesso, è alla base di questa scontentezza diffusa che viene però incentivata da una corruzione dilagante e da una mala gestione dei soldi pubblici.
Il Brasile sembrava, grazie all’operato politico di Lula e poi della Rousseff, aver superato l’instabilità sociale e aver intrapreso un cammino verso una società maggiormente egualitaria e caratterizzata da un’inclusione sociale maggiore.

Le previsioni per l’anno corrente sono però positive. Il buon andamento delle commodities, che il Brasile esporta nel resto del mondo, dovrebbe permettere al Brasile di confidare in una prospettiva di crescita migliore per l’anno 2013.
Il World Economic Outlook, dell’IMF, del primo trimestre 2013 prevede una crescita del GDP brasiliano attorno al 3%.

Ospiterà la FIFA World Cup nel 2014, le Olimpiadi di Rio 2016 e si è candidato per l’EXPO 2020; queste manifestazioni internazionali porteranno posti di lavoro e visitatori da tutto il mondo.
Questi eventi dovrebbero essere un ancor di sicurezza per il mantenimento di una crescita brillante.
Crescita che, però, sembra coinvolgere solo una parte della società brasiliana. Di fatti, le proteste di questi giorni riportano a galla tutte quelle debolezze sociali che negli ultimi anni sembravano essere venute meno.
Osservando l’insoddisfazione manifestata dalla popolazione brasiliana, in questi giorni, è lecito chiedersi se: il Brasile è o no un gigante dai piedi d’argilla?

Sang a Beijing. Interdipendenza o dipendenza?

Le relazioni tra Cina e Vietnam sono, soprattutto per via della vicinanza geografica, di lunga data.
Durante la Guerra fredda la Cina comunista era un importante alleato strategico per il Vietnam del Nord. Il Partito comunista cinese forniva armi, addestramento e rifornimenti alle milizie nord comuniste.

I rapporti, però, non sono sempre stati d’intesa e di dialogo. Nel 1976, dopo la Guerra del Vietnam, l’esercito vietnamita supero il confine con la Cambogia. Lo sforamento vietnamita provocò la reazione cinese che si tradusse in un’alleanza di quest’ultima con la Repubblica democratica cambogiana.
Un fatto, ulteriore, che spinse la Cina ad agire in difesa della Cambogia fu il fatto che il Vietnam aveva ottimi rapporti con l’Unione sovietica.

Con il collasso dell’Unione sovietica e l’abbandono della Cambogia da parte dell’esercito di Hanoi si arrivò a un riavvicinamento delle due nazioni.
I governi dei due Stati normalizzarono i loro rapporti con un incontro segreto tenutosi nel settembre 1991 e poi ufficializzato nel seguente novembre dello stesso anno.

Il rapporto bi-laterale tra Cina e Vietnam è, nei decenni seguenti, cresciuto in termini di relazioni politiche ed economiche.
Nel 2002 Cina e Paesi membri dell’ASEAN hanno siglato un accordo di risoluzione pacifica e di garanzia contro i conflitti armati.

images-4Tuttavia, nel 2011, Cina e Vietnam si sono contesi un complesso d’isole, potenzialmente ricche di idrocarburi (potenzialità stimata in 213 milioni di barili). Queste isole sono situate in quella porzione di mare che la Cina chiama Mare cinese del sud e il Vietnam, invece, chiama Mare dell’est.

Recentemente i governi di entrambi i Paesi sono nuovamente giunti al dialogo e hanno instaurato una linea diretta. Anche le marine militari di entrambe le nazioni sono ora in dialogo. Le tensioni, nate nel 2011, in merito alle isole del Mare cinese del sud (o Mare dell’est) hanno portato alla nascita di una hotline diplomatica tra le marine di entrambe le nazioni.

Il presidente Truong Tan Sang a Beijing

Mercoledì prossimo (19 giugno 2013) il presidente vietnamita, Truong Tan Sang, inizierà una visità di tre giorni in Cina.
L’intento è di rafforzare la credibilità e la fiducia tra i due governi.
Questa sarà la prima visita in Cina del presidente Sang e la prima visita di una delegazione vietnamita in Cina dopo il cambio dei vertici del PCC.
Sang incontrerà il presidente cinese Xi Jinping e altri leader cinesi per rafforzare i rapporti bilaterali di cooperazione.

Le relazioni bilaterali tra Cina e Vietnam stanno diventando sempre più interdipendenti, specialmente per quanto riguarda l’economia.
Screen Shot 2013-06-16 at 12.07.03La Cina è il maggior partner economico del Vietnam. L’anno scorso l’interscambio commerciale è stato pari a 36 miliardi di US$.
Pur essendoci un così stretto interscambio commerciale non mancano i sospetti di una egemonia commerciale, oltre che politica, della Cina.
I sospetti in questione si fondano su di una esportazione del Vietnam nei confronti di Pechino che però non è sufficiente a colmare un disavanzo di 12 miliardi di US$ per il solo 2012.
Il deficit è nei confronti della Cina ed è dovuto al fatto che la produzione è alimentata dall’importazione di prodotti intermedi di provenienza cinese.
Inoltre, in Vietnam ci sono circa 3.000 aziende cinesi, molte di queste però hanno alle dipendenze esclusivamente salariati cinesi. Il governo di Hanoi pensava che l’introduzione delle imprese cinesi in Vietnam avrebbe accresciuto le prospettive, già positive (crescita GDP 5.8% World Bank data), dell’economia vietnamita.
Invece, alcuni parlano di una sorta di colonizzazione e ulteriore manifestazione dell’imperialismo cinese.
Forse è eccessivo, però, intanto il Ministero del lavoro, degli invalidi di guerra e della sicurezza sociale del Partito comunista vietnamita ha calcolato che su un totale di 74 mila stranieri impiegati in Vietnam, il 90% sono cinesi.