Fusione BPM e Banco Popolare: piano approvato, ora tocca all’UE

Siamo di fronte ad un momento storico per il nostro paese: la nascita del terzo gruppo bancario italiano, grazie alla fusione tra BPM e Banco Popolare. I due istituti di credito, che daranno vita al Banco BPM, se ne divideranno le azioni in base alla rispettiva grandezza, dunque il 54,626% andrà ai soci veronesi, mentre la restante parte a quelli milanesi. Verona e Milano saranno anche le due sedi principali del nuovo gruppo bancario italiano.

L’obiettivo di questa nuova banca è quello di dirigere le attività del gruppo, oltre che coordinare in maniera unitaria tutte le società che ne fanno parte.

Il primo CDA sarà composto da un totale di 19 persone, con la figura di presidente che verrà coperta da Carlo Fratta Pasini. Altri nomi importanti sono quelli di:

  • Giuseppe Castagna, amministratore delegato;
  • Mauro Paoloni, vicepresidente vicario;
  • Guido Castellotti, vicepresidente;
  • Maurizio Comoli, vicepresidente

Ora che tutti i lavori sono stati fatti in Italia, la palla rimbalza alla vigilanza europea, che dovrà esprimersi in merito entro i prossimi 90 giorni. A chi pensa che non ci saranno problemi, rispondiamo che potrebbero esserci dei colpi di scena imprevisti.

Dal punto di vista economico, il gruppo bancario ha chiuso il primo trimestre 2016 con un rosso di 300 milioni di euro a carico del Banco Popolare. Intanto, il nuovo gruppo bancario dovrà concentrarsi sull’incremento di capitale di 1 miliardi di euro che dovremmo vedere il prossimo mese, che non sarà facile considerando la situazione del mercato, anche se a fornire le garanzie necessarie sono Bank of America e Mediobanca.

Alla luce dell’importanza di avere gruppi bancari di grandi dimensioni per poter sopravvivere alla competizione globale, la decisione delle due banche di unirsi per diventare ancora più grandi ha senso e dovrebbe essere un mattoncino verso una maggiore solidità del nostro paese, che parte necessariamente dal settore bancario.

Conto corrente postale: versamento e compilazione bollettino

Il bollettino postale è uno dei mezzi di pagamento più usati in assoluto: è utile per pagare le bollette, le rate di un prestito personale e così via. L’opzione più comoda in assoluto è quando si ha un bollettino precompilato con tutti i dati necessari, in quanto basta semplicemente andare in un ufficio portando con sé il bollettino e consegnandolo all’addetto.

Nel caso in cui il bollettino postale deve essere invece compilato a mano, ecco come poter fare senza errori.

Due modelli di bollettino postale

La prima cosa da sapere è che ci sono due tipologie di bollettini:

  • CH8/bis, composto di due parti, una è la ricevuta di accredito, che rimane all’ufficio postale, l’altra è la ricevuta di versamento, che invece viene consegnata al cliente come prova dell’effettuato pagamento;
  • CH8/ter, composto di tre parti, una ricevuta di accredito che rimane all’ufficio postale, e due ricevute di versamento, di cui una per chi paga, l’altra nel caso in cui debba essere data al beneficiario del pagamento come prova dello stesso.

Come compilare il bollettino postale

Nella compilazione del bollettino postale, bisogna indicare i seguenti dati:

  • numero del conto corrente del destinatario (“Sul c/c n.”)
  • importo del versamento in numeri (di Euro) e in lettere (“importo in lettere”)
  • intestazione (“intestato a”)
  • causale del pagamento
  • bollo dell’ufficio postale
  • dati personali di chi paga (“eseguito da”)

Il numero del conto corrente è un valore di 12 cifre al massimo che rappresenta il conto postale di chi riceve il pagamento.

L’importo in cifre deve essere sempre indicato in due cifre, ad esempio 10,00 , mentre quello in lettere deve essere scritto con le lettere per quanto riguarda gli euro, può essere scritto in lettere o in numeri per quanto riguarda i centesimi.

Nella scrittura del numero è consigliato mettere un “hash” (#) prima del primo numero dell’importo in numeri e dopo l’ultimo numero dell’importo in lettere, in maniera tale da stare tranquilli che nessuna persona possa modificare l’importo stesso.

Nel campo intestazione e in quello “eseguito da” occorre scrivere una lettera per ogni casella, mentre gli spazi possono essere lasciati con una casella vuota.

La parte del bollo dell’ufficio postale rappresenta il costo del pagamento del bollettino postale, che al momento è di 1,50 €.

Ricorda che sia che tu debba compilare il bollettino in due parti, che se devi compilare quello in tre parti, le informazioni da scrivere sono esattamente le stesse, l’unica cosa che bisogna fare attenzione è lì dove si scrivono le informazioni, che sia il posto esatto sul bollettino.

Pagare il bollettino postale online

Da qualche tempo le Poste Italiane hanno messo a disposizione l’opportunità di pagare i bollettini postali direttamente su internet, accedendo al sito web delle poste, creando un profilo con il quale poter accedere a tutti i servizi che l’ente postale mette a disposizione dei cittadini italiani.

Bollettino postale con errore, che cosa fare?

Se dovessi fare un errore nella compilazione del bollettino postale, non devi aver timore, è una cosa che capita. Se è un errore minore, nel senso che il dipendente postale può comunque processarlo, allora non ci sono problemi, altrimenti ti toccherà semplicemente strapparlo e compilarne un altro nuovo.

Bilancio, Conto economico: riclassificazione e struttura

Il conto economico è uno dei prospetti più importanti per un’azienda in quanto permette di conoscere costi e ricavi dell’anno economico in corso o di quelli passati.

Prima del 1991 il conto economico era realizzato in una forma “a sezioni contrapposte”, nella quale sulla sinistra ci sono i costi aziendali e sulla destra i ricavi. Sommando le due parti si ottiene l’utile lordo di esercizio, da cui poi vengono calcolate le tasse da pagare e si arriva, per differenza, all’utile netto.

Da quell’anno in poi è stato introdotto con la IV Direttiva CEE uno schema di conto economico nuovo e più interessante, più utile dal punto di vista delle informazioni che è in grado di fornire.

Se prima il conto economico era un riassunto di costi e ricavi senza alcuna distinzione tra valori “tipici” aziendali e quelli “collaterali”, d’ora in poi il conto economico divide queste due parti, permettendo dunque di avere un controllo maggiore e più informazioni di quello che concorre a formare il reddito di esercizio.

Ad esempio, se un’azienda produce principalmente biciclette, ed inizia a mettere sul mercato anche accessori, oppure decide di spostarsi su un altro business, come ad esempio quello dei monopattini, sfruttando magari l’esperienza accumulata nello sviluppo e nella produzione delle bici, ecco che potrebbe essere utile distinguere quali sono i costi ed i ricavi derivanti dal core business aziendale, ovvero le biciclette, da quelli che invece sono derivati sia dagli accessori alle bici che dai monopattini.

Questo esempio può essere fatto anche per altre attività aziendali, di ogni genere.

C’è da dire, infatti, che l’utile di esercizio viene determinato anche sulla base di tali costi e ricavi, in quanto hanno comunque una certa influenza sulla cassa aziendale.

Per poter avere la certezza di prendere tutte queste informazioni, ecco che la riclassificazione del conto economico è fondamentale. Con questa procedura i costi ed i ricavi sono riaggregati in forma scalare e offrono informazioni che, altrimenti, sarebbe praticamente impossibile raggiungere.

In pratica, se prima del 1991 i costi erano a sinistra e i ricavi a destra, ora sono tutti in colonna, con l’unica distinzione tra l’importo dei costi è mantenuto distito da quello dei ricavi.

Sono tre gli schemi secondo i quali è possibile fare la riclassificazione del conto economico:

  • A costo del venduto e ricavi, che permette di conoscere l’utile lordo sulle vendite e il costo del venduto stesso;
  • A valore aggiunto, che mette in evidenza la capacità aziendale di creare ricchezza, ovvero valore;
  • A margine di contribuzione, la versione più complessa tra le tre, che viene fatta usando uno schema che permette di distinguere costi fissi e costi variabili ed evidenzia il contributi che la gestione ha dato sui costi fissi e sulla formazione del reddito.

Tra le tre opzioni viste in precedenza, diciamo che nessuna delle tre è migliore delle altre in assoluto, dipende tutto dal tipo di informazioni che si vogliono ottenere dal conto economico aziendale. Alla fine, un buon commercialista, sarà in grado di suggerire quale delle tre opzioni è la più utile.

Approvato il nuovo pacchetto di salvataggio greco

I funzionari europei hanno fatto sapere di aver rilasciato un nuovo pacchetto di aiuti in favore della Grecia del valore di 10,3 miliardi di €, e hanno definito questa decisione come un “importante passo avanti”, giorni dopo che il paese ha approvato l’aumento delle tasse e dolorosi tagli al bilancio.

L’accordo prevede quindi la prospettiva di una riduzione del debito per Atene, sotto forma di tassi di interesse più bassi e un’estensione delle scadenze di rimborso del prestito se necessario in futuro.

Tale misura era vista come cruciale da parte del Fondo monetario internazionale, che aveva dichiarato preoccupazione in merito alla situazione debitoria del paese ellenico e aveva spinto per prendere decisioni che rendessero il debito del paese sostenibile.

Il ministro delle Finanze greco, Euclide Tsakalotos, ha detto che l’accordo di salvataggio, arrivato dopo 11 ore di colloqui a Bruxelles, ha aperto un certo ottimismo per il paese e potrebbe dar modo di fare investimenti altamente necessari.

Anche il presidente UE, Donald Tusk, si è espresso a favore dell’accordo dicendo che lo stesso è un forte messaggio di stabilità per la Grecia, per l’Europa e per l’economia globale.

Ma, nonostante questo aiuto, la situazione critica della Grecia permane. Il paese si è sempre fortemente opposto alla riduzione del debito citando preoccupazioni su come questa decisione potrebbe creare una “prima volta” e incoraggiare anche le altre nazioni a debito ad abbandonare le riforme di austerità che, invece, dovrebbero portare avanti.

Ma nonostante le riserve di Berlino, i ministri delle finanze di altri paesi hanno lodato Atene per gli “sforzi considerevoli” fatti dal primo ministro Alexis Tsipras. Tra gli altri, il ministro delle Finanze francese Michel Sapin, ha detto che la Grecia ha bisogno di spazio per respirare e ha bisogno di certezze. Questo accordo è prima di tutto una dichiarazione di fiducia verso il paese greco.

Carceri e Giustizia: le novità su Amnistia e Indulto 2016

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo visto diverse discussioni in merito all’amnistia e all’indulto, con vari disegni di legge che sono stati oggetto di discussione presso la Commissione Giustizia del Senato.

E’ dello scorso aprile la decisione in merito alla riforma del processo penale, correlato in qualche maniera proprio a questi due argomenti. Il punto principale della questione è che le carceri del nostro paese sono sempre più affollate e addirittura il 20% del totale dei detenuti è in attesa di un giudizio. Ecco dunque che riuscire a riformare realmente i procedimenti penali con l’obiettivo di snellirli e renderli più veloci potrebbe aiutare molto da questo punto di vista.

Riforma del processo penale, in che cosa consiste?

Principalmente, la riforma del processo penale consiste in un totale di 35 articoli che mirano a cambiare alcune disposizioni del codice penale e quello di procedura penale.

In maniera particolare, ad esempio, si prevede che il giudice potrà dichiarare estinto il reato nel caso in cui l’imputato abbia ripagato al 100% il danno causato e/o se ha eliminato le conseguenze del reato.

Una delle novità più importanti riguarda il codice di procedura penale, con l’introduzione di due diversi processi per le incapacità reversibili e quelle che non lo sono, e l’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere, che verrà articolata su un totale di due gradi di giudizio.

Saranno inoltre modificati alcuni aspetti del codice di procedura penale, andando a riformare alcuni riti speciali (come quello abbreviato), il ripristino della distinzione tra PM e altre parti, abbassato il valore di un giorno di detenzione da 250 a 75 € .

L’introduzione delle “love rooms”

E’ più recente la novità che si vorrebbero introdurre nelle carceri italiane le “love rooms”, ovvero stanze appositamente pensate per permettere a tutti i carcerati di prendersi cura dei loro affetti anche mentre sono in detenzione.

Questo porterebbe alla fine della pena accessoria di fatto, intesa invece come la negazione della sessualità nei confronti dei detenuti.

Ovviamente le “love rooms” stanno facendo molto discutere e ci sono già diverse persone che si dicono contrarie a questa novità, come ad esempio il sindacato di Polizia Penitenziaria (SAPPE).

Daniele Capece, segretario generale del sindacato, ha infatti detto che quando un detenuto si chiuderebbe in queste “love rooms” lo farebbe per un periodo di tempo che va da 12 a 24 ore, e in queste ore nessuno può sapere che cosa sta realmente facendo.

Se è vero che il ddl sulla riforma del processo penale dovrebbe essere approvato entro l’estate, ecco che anche queste stanze potrebbero essere vicine ad essere realizzate.

Secondo i fautori della novità, le “love rooms” sono importanti perché, grazie ad esse, il detenuto potrà passare del tempo con i propri cari e avrà il diritto di riservatezza dell’affettività, che viene riconosciuto di particolare importanza, soprattutto nei paesi laici.

L’obiettivo è quello di non costringere la moglie all’astinenza, altrimenti potrebbe esserci addirittura un invito al tradimento e all’adulterio, una condizione che le carceri non dovrebbero portare.

Se le “love rooms” dovessero passare, sarebbe semplicemente un adeguamento del nostro paese ad altre realtà europee, dove i detenuti hanno degli spazi per poter passare del tempo con la moglie, ma anche con i bambini.

INPS, aliquote 2016: gestione separata per i professionisti

Quando si parla di INPS, i liberi professionisti che non sono iscritti a nessuna cassa in particolare ma che fanno capo alla gestione separata, devono versare ogni anno dei contributi che vengono calcolati in percentuale. Lo stesso trattamento è riservato anche ai collaboratori a progetto e a quelli parasubordinati che sono iscritti alla gestione separata INPS.

Sappiamo che il versamento dell’INPS è obbligatorio per tutte le categorie di lavoratori, tranne in alcuni casi specifici che sono disciplinati dalla legge, come ad esempio chi lavora con un contratto di collaborazione occasionale.

Tra tutte le varie categorie, quella maggiormente penalizzata dalla normativa previdenziale 2016 sono i parasubordinati senza partita IVA, i quali devono pagare un’aliquota del 31% + lo 0,72% di aliquota aggiuntiva, per un totale del 31,72%. L’incremento, rispetto al 2015, è stato di un punto percentuale.

Le previsioni per questa categoria di lavoratori non sono certo rosee, infatti si prevede un incremento di un punto percentuale anche per il 2017 e per il 2018, quando si arriverà al 33,72%.

I lavoratori autonomi che hanno partita IVA e che non sono iscritti a nessuna cassa in particolare, continueranno a versare anche per quest’anno il 27,72%, così come gli anni precedenti. Grandi rincari a partire dal prossimo anno, quando si dovrebbe versare un’aliquota del 29,72%, mentre per il 2018 è previsto un pareggio di aliquota con i parasubordinati, dunque 33,72%.

Alla gestione separata sono iscritti anche i collaboratori a progetto occasionali e chi vende porta a porta. In questo caso la percentuale da versare è del 31,72%.

Una precisazione: nel caso in cui un lavoratore parasubordinato, un collaboratore occasionale o un venditore porta a porta sia iscritto anche ad un’altra tutela pensionistica, l’aliquota da pagare all’INPS scende al 24%.

Come vengono pagati i contributi

I contributi per la gestione separata sono per 2/3 a carico dell’azienda committente e per 1/3 a carico del collaboratore. Per i parasubordinati, il versamento “pratico” viene fatto dal “datore di lavoro” entro il 16 del mese successivo a quello di riferimento tramite uso del modello F24.

I liberi professionisti, invece, devono pagare tutto il contributo facendolo gravare sulle proprie tasche e usando sempre il modello F24.

Massimale e minimale

Per il 2016 sono rimasti invariati massimale e minimale, rispettivamente 100.324 € (pertanto l’aliquota si applica fino a che si raggiunge questa soglia) e 15.548 € . Ne consegue che il contributo minimo che bisogna versare ogni anno è pari a:

  • 931,83 € nel caso di aliquota al 31,72%;
  • 309,91 € nel caso di aliquota al 27,72%;
  • 731,52 € nel caso di aliquota al 24%.

Aliquote 2016: bloccate al 27% per i professionisti

I professionisti che non sono iscritti a nessuna cassa si sono visti bloccare, per quest’anno, l’aliquota INPS da pagare al 27% (a cui aggiungere sempre lo 0,72% di aliquota aggiuntiva.

La decisione è stata presa dalla Legge di Stabilità 2016 e ha interessato i titolari di partita IVA iscritti alla gestione separata che non sono iscritti presso altre gestioni di previdenza obbligatoria e non sono pensionati.

In sostanza, questo blocco ha permesso di evitare l’aumento del provvedimento che era originariamente previsto dalla legge Fornero che, invece, voleva un aumento della percentuale di contributi da versare alla gestione separata INPS.

Prezzo del petrolio in calo a causa dell’aumento della produzione USA

Il prezzo del greggio è ancora in calo, benché qualcuno pensava potesse finalmente tornare a a salire. Sembra che la causa principale sia legata agli Stati Uniti e al fatto che il numero totale degli impianti in funzione sia stato stabile, per la prima volta, dall’inizio del 2016, dopo che si erano registrati sempre e soltanto dei cali.

Questo ha avuto i suoi effetti sul prezzo del greggio, con il Brent che arriva a 48,83 dollari al barile e il WTI che invece viaggia attorno a 47,90 dollari al barile.

Il prezzo del dollaro è in calo anche a causa del dollaro forte, il che rende più costoso il greggio per chi ha valuta estera.

Dunque, gli effetti che avevamo visto nei giorni scorsi in merito alla diminuzione della produzione del greggio legata agli incendi in Canada e al fermo della produzione in Nigeria, sono praticamente finiti.

Le previsioni per il valore del greggio non sono certo rosee e questo preoccupa molto, ovviamente, i paesi la cui produzione economica è legata al prezzo dell’oro nero. Addirittura, la banca di investimento Goldman Sachs prevede che entro il 2020 gli States metteranno in fila, uno dietro l’altro, tutta una serie di incrementi produttivi, che spingerà il breakeven dell’olio di scisto a 50 dollari al barile.

In calo le previsioni dei prezzi per il 2017: sempre a causa della produzione che non accenna a diminuire, si pensa ora che il Brent potrebbe arrivare a 55 dollari al barile nel prossimo anno, contro una previsione precedente di 60 dollari, mentre il WTI potrebbe salire fino a 53 $ al barile, mentre in precedenza si valutava una crescita fino a 57 $ .

Nel frattempo la decisione dell’Iran di non tagliare la produzione e l’esportazione, bensì di farla salire a 2,2 milioni di barili entro questa estate, pesa ancora una volta sul prezzo del greggio, che ancora nei prossimi giorni potrebbe scendere.

Scontrino, fattura o ricevuta fiscale: la normativa e per chi è obbligatorio

Scontrino, ricevuta fiscale e fattura sono i tre documenti fondamentali che bisogna emettere per non incorrere nel reato di evasione fiscale. Vediamo che cosa sono nello specifico, quando devono essere emessi e chi è esente.

Scontrino fiscale

L’emissione dello scontrino fiscale è obbligatorio per legge, altrimenti si incorre in una multa. Per la precisione, questo documento deve riportare:

  • Data e ora di emissione
  • Dati identificativi dell’azienda che lo emette;
  • Importo pagato;
  • Numero progressivo;
  • Logotipo fiscale, composto dalla sigla “MF” e da una serie di numeri e di lettere.

Per chi fa detrazione delle spese dalla dichiarazione dei redditi, come nel caso delle persone fisiche che detraggono le spese per le medicine, è necessario richiedere lo scontrino parlante, ovvero quello che riporta anche il codice fiscale dell’acquirente. In questo caso bisogna specificare di aver bisogno di uno scontrino parlante prima dell’emissione di quello normale.

Scontrino non fiscale

Alcuni ristoranti o bar possono emettere lo scontrino non fiscale. E’ fondamentale che il locale emetta uno scontrino differente da quello fiscale come colore e che indica esplicitamente che non si tratta di uno scontrino fiscale. Questa tipologia di documento vale solo se al cliente viene comunque rilasciato altro documento fiscale.

Ricevuta fiscale

Si tratta di un documento che viene rilasciato in vece dello scontrino e che ha la stessa validità.

In maniera particolare, lo scontrino fiscale deve indicare:

  • La qualità e la quantità dei beni ceduti o dei servizi che sono prestati;
  • I dati identificativi di chi emette lo scontrino, inclusa ovviamente la partita IVA;
  • L’importo dovuto, IVA inclusa.

La ricevuta fiscale non porta alla distinzione della somma dovuta in termini di capitale e IVA, ma quanto spettante al venditore viene indicato in una unica cifra.

La ricevuta fiscale può essere emessa anche manualmente, usando degli appositi moduli.

Fattura

E’ necessario emettere fattura dal momento in cui il cliente ne fa richiesta. La domanda può essere fatta sia dalle aziende che da liberi professionisti, purché titolari di partita IVA.

La fattura presenta la particolarità che la somma da pagare viene “scissa” tra importo imponibile (il valore del bene o del servizio venduto) e l’imposta, ovvero l’IVA. La somma dei due dà adito al totale che il cliente deve pagare.

Esattamente come per la ricevuta fiscale, anche la fattura deve contenere:

  • Qualità e quantità dei beni ceduti o dei servizi prestati;
  • I dati identificativi di chi emette lo scontrino, anche in questo caso ovviamente la partita IVA deve essere indicata;
  • L’importo imponibile;
  • L’importo dell’imposta;
  • L’importo totale.

Esonero dall’emissione dello scontrino

Possono evitare di emettere scontrino fiscale i tabacchi e i negozi che vendono solo prodotti commercializzati dai monopoli dello Stato, chi vende carburante, chi vende prodotti agricoli nel caso di regime speciale, i giornalai, chi propone scommesse e concorsi, i gondolieri della laguna veneziana; i parrucchieri, barbieri, estetisti, sarti, chi vende cartoline e souvenir nel caso in cui sono dei venditori ambulanti senza alcuna struttura motorizzata.

Sono esonerati dall’emissione dello scontrino anche le aziende che fanno parte di gruppi il cui fatturato è superiore a 10 milioni di euro, a condizione che inviino telematicamente tutte le entrate all’Agenzia delle Entrate.

Tutto sulla ritenuta d’acconto per prestazione di lavoro occasionale

Ci troviamo in una situazione dal punto di vista lavorativo in base alla quale diventa sempre più difficile riuscire a trovare il posto fisso. Ecco perché sono sempre di più i datori di lavoro che, piuttosto che farsi carico del costo dell’assunzione di un dipendente, anche se a tempo determinato, preferiscono proporre un contratto di lavoro a prestazione occasionale, ovvero limitata ad un certo periodo di tempo e ad un certo lavoro.

Come funziona la ritenuta d’acconto per prestazione occasionale

In sostanza, con questo strumento il datore di lavoro effettua un pagamento come se stesse collaborando con un professionista con partita IVA.

E’ fondamentale che si configuri la situazione secondo la quale il rapporto di lavoro sia occasionale e che il collaboratore, ovvero colui che svolge il lavoro, non è obbligato ad avere una partita IVA (dunque deve avere un guadagno annuo inferiore a 5.000 €).

Il collaboratore deve emettere una ricevuta, che il committente deve pagare. A volte si potrebbe configurare la situazione opposta, ovvero quando è il committente che emette a sé stesso una fattura come se fosse il collaboratore, ma questo capita solo perché quest’ultimo non sa come emettere ricevuta in maniera pratica.

La ricevuta deve contenere, oltre alla data, anche i dati di ambo le parti, la descrizione dell’attività lavorativa che è stata prestata, l’importo lordo e quello netto, ovvero diminuito del 20%.

Pertanto:

  • Il committente, ovvero il “datore di lavoro”, paga effettivamente la somma lorda;
  • Il collaboratore incassa la somma netta;
  • La rimanente parte, ovvero il 20% del lordo, viene versato dal committente come tasse.

Al momento della dichiarazione dei redditi, l’anno successivo, lo stato potrà restituire al collaboratore una parte della somma pagata, tutta la somma pagata (se l’importo del 20% non era in realtà dovuto), chiedere un conguaglio se è stato versato meno del dovuto.

A chi conviene lavorare con contratto di prestazione occasionale?

In realtà è una situazione che non conviene a nessuna delle due parti, salvo il fatto che si tratta di un rapporto di lavoro veramente occasionale.

Il committente, infatti, si ritrova a pagare la stessa somma che pagherebbe per un libero professionista, ma ha in più l’obbligo di dover gestire, fiscalmente parlando, le ritenute d’acconto.

Il collaboratore ha l’unico “vantaggio” che la somma che incassa non è assoggettata all’INPS, dunque non è ulteriormente tassata. D’altro canto, questo vuole dire che quel dato periodo lavorativo non è valido ai fini della pensione.

E’ meglio avere una partita IVA?

E’ una domanda a cui è difficile dare una risposta perché molto dipende da sé stessi e dalla propria situazione. In linea di massima, la partita IVA conviene perché si possono dedurre le spese, si possono pagare le tasse solo l’anno successivo, e solo se effettivamente dovute, si può avere un credito di imposta se la somma delle tasse pagate è superiore al dovuto. Secondo il regime forfettario 2016, infatti, il collaboratore non potrà portare nulla in deduzione dal calcolo del reddito proprio in virtù del fatto che il conteggio dell’imponibile ai fini fiscali viene calcolato in via forfettaria.

Sconto 10% bollo auto per chi paga tramite RID

Il bollo auto è una tassa che è obbligatorio pagare da parte di tutti i possessori di un veicolo ma che, vuoi per una dimenticanza o perché si preferisce così, non tutti pagano. Per cercare di recuperare il più possibile i mancati introiti di questa tassa, che sono pari a diversi milioni di euro ogni anno, la regione Lombardia ha ideato un provvedimento all’interno della sua legge di semplificazione 2016.

In sostanza, tutti coloro che decideranno di pagare il bollo tramite RID, ovvero addebito diretto della somma sul proprio conto corrente, potranno beneficiare di uno sconto del 10% sul totale annuo.

Per un proprietario che paga 250 euro di bollo, significherebbe risparmiare 25 euro, che non sono affatto male.

Come detto, la prima regione ad applicare questa norma è la Lombardia e la novità sarà a disposizione di tutti gli automobilisti a partire dal prossimo anno.

Si spera che anche altre regioni possano seguire una strada uguale o quantomeno simile. La Liguria, ad esempio, ha previsto l’esenzione totale dal bollo per 5 anni per chi acquista un’auto ibrida, mentre in tutta Italia c’è un progetto di legge che mira ad eliminare completamente il bollo a fronte di una nuova accise sui carburanti di circa 15 centesimi per ogni litro.

Che vantaggi ci sono per gli automobilisti? Per chi ha sempre pagato il bollo, non fa certamente differenza scegliere di farlo tramite bollettino postale o tramite RID, almeno per quanto riguarda la modalità di pagamento.

A questo punto, scegliere il RID permette di risparmiare alcune decine di euro, come abbiamo visto dall’esempio di cui sopra.

Il governo, invece, avrebbe uno strumento che invoglierebbe gli italiani a pagare di propria iniziativa piuttosto che ricorrere a costose e lunghe procedure di recupero debiti.

Una situazione che sembra accontentare tutte le parti e che, si spera, sarà vista con grande piacere dagli automobilisti italiani.

Disdetta affitto: Risoluzione anticipata contratto di locazione

Quando si stipula un contratto di locazione di un immobile, bisogna indicare anche la data di scadenza dello stesso come parte fondamentale. A seconda dei casi, potrebbe accadere che una delle due parti, locatore o conduttore, si trovino nella necessità di porre fine al contratto prima della sua scadenza. Vediamo come si può procedere alla disdetta dell’affitto in entrambi i casi, tenendo presente che ci sono delle norme differenti che bisogna rispettare a seconda del proprio ruolo.

Accordo tra le parti

Se le parti riescono a trovare un accordo relativamente alla risoluzione del contratto di locazione, in questo caso la volontà è “sovrana” e bisogna semplicemente tenere conto degli aspetti fiscali della questione, così come indicato sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

Recesso anticipato da parte del conduttore

Il conduttore, ovvero colui che ha preso l’immobile in affitto, ha una libertà ben più ampia in merito al recesso di quella che viene garantita all’altra parte.

Nello specifico, egli può recedere dal contratto in ogni momento lo desideri tramite un’apposita clausola di recesso convenzionale che viene inserita nel contratto, oppure se ci sono dei gravi motivi.

L’unico obbligo che egli ha, praticamente, è di dare un preavviso di almeno 6 mesi. Se tale periodo minimo non viene rispettato, allora il conduttore ha l’obbligo di versare al locatore una somma di denaro pari al periodo di mancato preavviso, anche se egli rilascia l’immobile.

Inoltre, il conduttore dovrà anche risarcire i danni subiti dal locatore proprio a causa dell’anticipata restituzione dell’immobile stesso. L’onere della prova di questi danni grava sul locatore.

Recesso anticipato del locatore

Nel caso in cui a voler recedere dal contratto in maniera anticipata sia il locatore, ovvero il proprietario dell’immobile, ci sono delle condizioni molto più “strette” che bisogna rispettare.

Un caso è sicuramente quello della disdetta per finita locazione, ovvero quando il contratto giunge al termine. In questo caso il locatore deve dare comunicazione al conduttore della fine dell’intenzione di non rinnovare almeno 6 mesi prima della scadenza dello stesso, che diventano 12 o 18 rispettivamente se il contratto è ad uso non abitativo o riservato ad un’attività imprenditoriale che ospita persone (come gli alberghi).

Il locatore può riservarsi di non voler rinnovare il contratto di affitto in tutti questi casi:

  • Se vuole destinare quell’immobile ad uso abitativo o professionale proprio o della propria famiglia;
  • Se vuole destinare l’immobile all’esercizio di attività dirette con finalità pubbliche, sociali, cooperative o mutualistiche;
  • Se il conduttore ha un alloggio idoneo a sua disposizione nello stesso comune;
  • Se l’immobile si trova in un edificio molto danneggiato che deve essere ristrutturato e nel caso in cui la presenza del conduttore rende difficile o impossibile procedere con i lavori;
  • Se il conduttore non occupa in maniera continuativa l’immobile senza darne motivo;
  • Se il locatore vuole vendere l’immobile a terzi (in questo caso il conduttore ha diritto di prelazione).

In tutti questi casi, il locatore può disdire il contratto in via anticipata, dando comunque un preavviso di almeno 6 mesi al conduttore.

E’ da considerare che la fine anticipata del contratto di locazione comporta delle spese da ambo le parti. Per sapere quanto occorre pagare è importante rivolgersi all’Agenzia delle Entrate, che potrà studiare il caso specifico e fornire tutte le indicazioni necessarie.

Ravvedimento operoso: calcolo di sanzioni e interessi

Si parla di ravvedimento operoso per indicare la possibilità data al cittadino di regolarizzare la propria posizione nei confronti dello Stato per omesse o errate operazioni tributarie. In sostanza, se non si pagano le tasse oppure se si pagano degli importi inferiori rispetto a quanto era realmente dovuto, bisogna regolarizzare la propria posizione e cercare di farlo nel più breve tempo possibile. Il ravvedimento operoso permette di farlo in maniera spontanea, prima che possa intervenire un controllo da parte di chi di dovere.

In quanto si tratta di un ravvedimento che fa il cittadino di sua spontanea volontà perché si è accorto dell’errore commesso, le sanzioni e gli interessi che bisogna pagare sono decisamente inferiori rispetto a quelli che bisognerebbe sborsare se ad accorgersi della “pecca” fosse l’Agenzia delle Entrate. E potete star sicuri che, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine.

Quali sono le imposte per le quali si può fare ravvedimento operoso?

In linea generale tutte le imposte legate alla dichiarazione dei redditi, come IRPEF, IRES, IRAS e tutte le addizionali, ma anche l’IVA, l’imposta di registro, quella ipotecaria e quella catastale.

A quanto ammontano le sanzioni e gli interessi?

Il conteggio finale dipende dal momento in cui si effettua il ravvedimento stesso, secondo il dettaglio che segue:

  • Entro i primi 14 giorni (ravvedimento sprint), si paga una sanzione edittale del 15% ed una sanzione dello 0,1% per ogni giorno di ritardo (se sono 6, ad esempio, si pagherà una sanzione dello 0,6%);
  • Dal 15° al 30° giorno (ravvedimento semplificato), si paga una sanzione edittale del 15% e una sanzione ridotta del 1,5%;
  • Dal 31° al 90° giorno (ravvedimento semplificato), la sanzione edittale è sempre del 15%, la sanzione ridotta sale al 1,67%;
  • Dal 91° fino al giorno di termine di presentazione della dichiarazione (ravvedimento ordinario), la sanzione edittale sale al 30% e la sanzione per ravvedimento è del 3,75%;
  • Se si fa ravvedimento entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi (ravvedimento ordinario), la sanzione edittale è del 30% e quella da ravvedimento del 4,29%;
  • Infine, se si presenta ravvedimento oltre il termine di presentazione della dichiarazione (ravvedimento ordinario), la sanzione edittale rimane al 30% e quella di ravvedimento sale al 5%.

Oltre al versamento dell’imposta ancora dovuta e delle sanzioni, bisogna anche pagare degli interessi di mora dello 0,20%.

La sanzione edittale, per chi non ne fosse a conoscenza, rappresenta il massimo che si può pagare. Per ogni illecito, infatti, le sanzioni spaziano entro dei limiti minimi e massimi, cosiddetti “edittali”.

Omessa presentazione del modello F24

Se non si è proprio presentato il modello F24 per il pagamento di un tributo per cui si è fatta una compensazione con un credito tributario, e non si deve nulla al fisco, bisogna ricordare che il modello F24 va comunque presentato. Se si è omesso, si può sanare la situazione pagando una sanzione di 6€ se il ritardo è inferiore a 5 giorni lavorativi, oppure di 19 € se inferiore all’anno.

Pagare in ritardo ma senza ravvedimento

Se non si è pagata in tempo una sanzione è altamente consigliato fare il ravvedimento operoso, altrimenti si rischia di dover pagare delle sanzioni che arrivano anche fino al 30%.

Rialzo dei tassi di interesse FED: potremmo vederlo già a giugno o luglio

Un funzionario chiave della Federal Reserve, la Banca Centrale Americana, ha detto che sarebbe opportuno che i tassi di interesse venissero di nuovo alzati a giugno o al più tardi a luglio. A dirlo è stato William Dudley, presidente della Fed di New York, la più importante tra le Federal Reserve regionali, che opera anche da vice presidente del FOMC.

In passato si era discusso sul fatto se la FED avesse dovuto alzare i tassi di interesse già prima di questa estate, in considerazione sia del Brexit (ovvero l’uscita del Regno Unito dall’UE) sia dell’elezione del presidente americano in novembre, due grandi incognite sul nostro futuro.

Se fino a qualche settimana fa si riteneva meglio che la FED attendesse ancora qualche mese, ora invece i mercati vedono una probabilità del 60% di un aumento del tasso a giugno o a luglio.

Dudley ha fatto sapere che i prossimi mesi sono quelli giusti per un altro inasprimento dei tassi, anche in considerazione dell’andamento dell’economia americana.

Il presidente della FED di New York ha fatto sapere che, secondo lui, la votazione sul referendum britannico di lasciare l’Unione europea, di per sé, non avrà influenza sulla decisione della FED di rialzare i tassi di interesse. La votazione sul cosiddetto Brexit è fissata per il 23 giugno, otto giorni dopo riunione di giugno della Fed.

Certo è che molto dipenderà da come gli investitori ed il mercato in generale reagiranno al rischio Brexit, e che impatto esso potrebbe avere sull’economia mondiale.

Per chi investe denaro nei mercati e preferisce farlo con l’analisi fondamentale, le prossime settimane saranno cruciali da ogni punto di vista, con il Brexit e la decisione sui tassi della FED che potrebbero influire in maniera notevole sia sul rapporto di cambio EUR / USD che su quello EUR / GBP, oltre che direttamente sul “cable”, ovvero il rapporto GBP/ USD.

La guida per conoscere sempre il cambio franco svizzero euro

Il rapporto di cambio tra franco svizzero e euro è uno dei più interessanti sul panorama europeo. Questo piccolo paese incastonato tra le Alpi, dai paesaggi meravigliosi e mozzafiato, è da sempre uno dei più importanti al mondo. Quando si parla di Svizzera e di Franco Svizzero viene subito in mente la stabilità economica, ed è anche per questo motivo che il franco, il cui codice internazionale è CHF, è riconosciuto come una delle valute rifugio a livello mondiale: nei tempi di crisi si tende a comprare franchi svizzeri.

A far muovere il valore del tasso di cambio svizzero contro l’euro sono principalmente le decisioni prese dalla banca centrale svizzera, che ha l’obiettivo dichiarato di tenere sotto controllo l’inflazione.

Se consideriamo la particolare e florida situazione economica della Svizzera, si capisce come difficilmente altre informazioni possano influenzare il rapporto di cambio:

  • Il debito pubblico svizzero non è rilevante, soprattutto se messo a confronto con il PIL del paese. Ecco perché la Svizzera difficilmente è in grado di fare delle svalutazioni pilotate della sua valuta ed ecco perché è da sempre considerata una valuta rifugio;
  • Il franco svizzero è una valuta stabile sia nei confronti dell’euro che verso il dollaro americano, e proprio questa stabilità è uno degli obiettivi della Banca Centrale Svizzera;
  • La bilancia commerciale del paese è in equilibrio: quello che importa in merci viene solitamente esportato in servizi, dunque neanche da questo punto di vista occorre intervenire per apportare delle modifiche e cercare di migliorare la situazione.

Ad oggi un franco svizzero vale circa 0.90 € , il che significa che per acquistare un euro sono necessari circa 1,10 franchi elvetici. Diciamo che si tratta di un rapporto di cambio abbastanza stabile proprio in virtù di quello che abbiamo detto prima, pertanto il valore di 0,90 può essere preso come una buona approssimazione per calcolare, al volo, il prezzo del franco contro l’euro.

Chi ha bisogno di una guida al rapporto di cambio EUR / CHF?

Tutti coloro che vivono in Italia ma lavorano in Svizzera possono averne bisogno, anche perché in questo caso lo stipendio sarebbe pagato in franchi svizzeri e dovrebbe essere convertito in euro per poterlo usare in Italia per le spese di tutti i giorni.

La stabilità del cambio aiuta molto da questo punto di vista, nel senso che durante tutto l’arco dell’anno si ha sempre un’idea piuttosto precisa di quanti euro si possono avere partendo dallo stipendio in franchi.

Del valore del rapporto di cambio possono averne bisogno anche le imprese zona euro che intrattengono rapporti di affari con aziende svizzere, così come ovviamente tutti i turisti dell’area euro che decidono di passare qualche giorno di vacanza in terra elvetica, che sia in una meravigliosa città come Lugano o nel verde dell’Engadina.

In conclusione, possiamo dire che questo rapporto di cambio è sempre molto stabile, e questo è uno dei suoi punti di forza. Chiunque voglia fare degli investimenti nel mercato valutario, oppure guarda alla Svizzera per qualunque motivo, ha a disposizione un punto fermo da cui partire.

Valute: il cambio sterlina euro

Sterlina e euro sono le due principali valute europee. La prima è la valuta ufficiale del Regno Unito, usata anche in 9 territori britannici, oltre che nel Guernsey, nell’Isola di Man e nel Jersey, la seconda è la moneta unica usata da 19 stati dell’UE, tra cui Italia, Spagna, Malta, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. Benché zona euro e Regno Unito usino due valute differenti, le loro economie sono profondamente legate ed è per questo motivo che il rapporto di cambio euro / sterlina è uno dei più importanti ad oggi.

Nel 2016 il valore di questo rapporto di cambio è oscillante fra un prezzo di 0,80 e uno di 0,77 . Questo significa che 1 euro vale tra 0,80 e 0,77 sterline, ovvero che per comprare 1 sterlina occorrono circa 1,30 euro.

Il prezzo del rapporto di cambio varia nel tempo sia a causa della domanda e dell’offerta di mercato, ma anche a seconda delle notizie economiche che vengono rese note dalle due economie, oltre che a causa di particolari situazioni politiche che coinvolgono il Regno Unito o l’Unione Europea.

Per quanto riguarda la domanda e l’offerta di mercato, ci riferiamo in maniera particolare sia all’analisi tecnica, ovvero alla formazione di particolari figure sui grafici che portano poi ad acquistare o vendere una valuta piuttosto che l’altra, sia all’analisi fondamentale, e qui torniamo ancora una volta alle notizie economiche e politiche.

Ma quali sono queste notizie così importanti da riuscire a movimentare il prezzo di due delle principali valute del mondo?

Per prima cosa il PIL del Regno Unito e della zona euro. Il Prodotto Interno Lordo è uno degli indicatori più importanti in assoluto e mette in evidenza l’andamento dell’economia di un paese. Solitamente, se il PIL è in crescita ed è meglio delle attese, l’effetto sulla valuta di riferimento è positivo, altrimenti se decresce e lo fa in maniera peggiore delle attese, allora si ha di solito un effetto negativo.

A proposito di PIL e zona euro, è importante sottolineare come sulla moneta unica ha effetto anche il PIL dei singoli stati, in maniera proporzionale all’importanza economica degli stessi (ad esempio, il PIL tedesco avrà un’influenza molto maggiore rispetto a quello greco, ad esempio).

I dati dell’occupazione sono anche particolarmente importanti: se il numero dei senza lavoro cresce, significa che ci sarà meno gente disposta ad acquistare sia beni di consumo che beni ammortizzabili come auto o case, pertanto l’economia potrebbe risentirne negativamente, cosa che pesa sul prezzo di una valuta.

Le previsioni dei tassi di interesse da parte delle banche centrali sono informazioni preziose per chiunque voglia fare trading. In linea generale, se una “central bank” vuole tagliare i tassi, l’effetto sulla valuta è negativo, in caso contrario ci sarà un effetto positivo.

Chiudiamo infine con la segnalazione che anche alcune notizie di carattere politico sono in grado di influire sul rapporto di cambio euro / sterlina: prendiamo ad esempio l’elezione del cancelliere in Germania, il referendum per uscire dall’UE da parte del Regno Unito, l’elezione del Primo Ministro britannico o il passato referendum sull’indipendenza scozzese, tutte occasioni che potenzialmente hanno molta forza ed influenza sul cambio EUR / GBP.

Bonus 500 Euro, come fare per ottenerlo

Finalmente il bonus 500 euro per le famiglie numerose verrà messo in pratica. Pensato per la prima volta con la Legge di Stabilità 2015, ora il governo Renzi ha reso note le istruzioni operative per poterlo ottenere.

Nella pratica, le famiglie che hanno almeno 4 figli e un reddito ISEE inferiore a 8.500 € , riceveranno il bonus da 500 € senza necessità di fare domanda, sarà tutto considerato e calcolato dal comune di appartenenza. Lo ha stabilito l’INPS con la circolare 70 del 2016, definendo anche che il pagamento verrà effettuato nel prossimo mese di luglio.

Saranno i comuni, pertanto, a dover inserire, entro il 31 maggio 2016, le domande di pagamento all’interno delle prestazioni sociali.

Nel caso in cui la nascita del quarto figlio sia avvenuta dopo che il genitore ha presentato domanda al Comune, quest’ultimo dovrà presentare un’altra DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica), entro il 31 maggio, con la quale si chiede il riconoscimento di quanto spettante dallo status di famiglia numerosa. La DSU non deve essere nuovamente presentata se in quella precedente era già stata indicata la presenza di almeno 4 figli minori di 18 anni.

Per chi non lo sapesse, la DSU è un documento che ha al suo interno tutte le informazioni anagrafiche, reddituali e patrimoniali relative alla situazione economica e patrimoniale di una famiglia.

Se la nascita del quarto figlio è avvenuta ad anno in corso, dunque lo status di famiglia numerosa e il conseguente bonus sarebbero dovuti solo per una parte dei 12 mesi, ecco allora che quest’ultimo sarà ottenuto solo per i mesi durante i quali tutti i requisiti sono stati soddisfatti.

Finalmente, dopo oltre 12 mesi, è stata messo in pratica il bonus delle 500 euro per le famiglie numerose. Per tutti i nuclei familiari italiani che rientrano all’interno delle caratteristiche elencate si tratta di una interessante novità, che potrebbe portare una piccola boccata di ossigeno tra spese e tasse da pagare.

Dimissioni: termini e tempi di preavviso per le diverse tipologie di contratto

Quando si ha un lavoro da dipendente si è ovviamente liberi di lasciarlo in ogni momento, ad esempio se non ci si trova bene in azienda o se si è riusciti a trovare un lavoro migliore e più remunerato. Bisogna però fare attenzione al fatto che la legge prevede la necessità di dare un certo preavviso al datore di lavoro per non incappare nel rischio di decurtazione dello stipendio.

Si parla, in questo caso, di indennità di mancato preavviso, e consiste in un importo pari alle retribuzioni che sarebbero spettate per il periodo di preavviso che non è stato lavorato.

Perché bisogna dare un preavviso?

Il contratto di lavoro è un patto che viene sottoscritto tra due parti, datore di lavoro e dipendente, che si accordano relativamente alla fornitura di una certa prestazione lavorativa in cambio di un compenso economico. La legge stabilisce che entrambe le parti di un contratto di lavoro a tempo indeterminato possono recedere dallo stesso a condizione di dare un certo preavviso nel termine e nei modi.

Quanto preavviso occorre dare?

Il preavviso che occorre fornire dipende da quattro varianti:

  • Tipo di contratto di lavoro;
  • Inquadramento;
  • Anzianità di servizio;
  • Qualifica

Preavviso contratto a tempo indeterminato

Nel caso di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, la miglior soluzione è quella di consultare il contratto collettivo a cui si fa capo per capire quanti giorni di preavviso occorre dare. In questo caso influiscono molto anche l’anzianità di servizio e la qualifica, e ogni CCNL stabilisce in maniera autonoma quanto tempo di preavviso è necessario dare in ogni singolo caso. Se non vengono fatte specificazioni, allora si può prendere in considerazione il periodo indicato dal contratto collettivo stesso per la generalità dei lavoratori.

Preavviso contratto a tempo determinato

Nel caso di contratto a tempo determinato non è previsto il recesso anticipato, dunque non è previsto neanche un preavviso. Il codice civile, all’articolo 2119, dice che il contratto di lavoro si può concludere in maniera anticipata solo se entrambe le parti sono d’accordo e solo se c’è una giusta causa.

Questo significa che se il dipendente vuole rassegnare le sue dimissioni prima della scadenza del contratto e non c’è una giusta causa, allora il datore di lavoro può chiedere un rimborso danni per il periodo di tempo di contratto di lavoro non svolto. Lo stesso si può dire per un recesso dal contratto di lavoro effettuato prima della scadenza da parte del datore di lavoro.

Con questa tipologia di contratto, la miglior soluzione in assoluto è quella di raggiungere un accordo tra le parti.

Preavviso contratto a progetto o di collaborazione coordinata continuativa

Per questo tipo di contratto non è previsto nessun preavviso, dunque il contratto può terminare in qualunque momento.

Dimissioni per giusta causa

Se le dimissioni vengono date dal dipendente per una giusta causa, non c’è bisogno di dare alcun preavviso, pertanto non si rischia nulla neanche a livello economico.

Cosa non viene conteggiato nei giorni di preavviso

E’ da tenere presente che il conteggio dei giorni di preavviso non include l’assenza del dipendente in caso di infortuni, ferie, maternità o malattia.

Ditta individuale: modalità di apertura della Partita IVA

Per chi volesse avviare un’attività imprenditoriale come autonomo o come ditta individuale, ci sono diversi aspetti da considerare dal punto di vista fiscale e contributivo. In questo articolo andiamo ad affrontare i passaggi che bisogna fare per aprire una partita IVA individuale e che cosa bisogna sapere da un punto di vista delle tasse.

Ditta individuale o lavoratore autonomo?

Fare questa distinzione a monte è fondamentale perché da essa dipende l’aspetto fiscale e contributivo della propria attività economica. In generale, diciamo che possono aprire una ditta individuale tutto gli artigiani ed i commercianti, ovvero soggetti che devono iscriversi al Registro delle Imprese, tenuto presso la Camera di Commercio di ogni provincia.

Gli artigiani sono quei soggetti che svolgono delle attività fatte in maniera, appunto, artigianale, come i pasticceri, i fabbri, i meccanici, i parrucchieri. Dall’altro lato, i commercianti acquistano merci o materie prime con lo scopo di rivenderle e lucrare sulla differenza. Tra i commercianti possiamo distinguere i dettaglianti, ovvero quelli che si rivolgono al grande pubblico, e i grossisti, che invece si rivolgono esclusivamente alle imprese e per acquistare dai quali occorre avere una partita IVA. Tra i commercianti possiamo far rientrare anche coloro che vendono oggetti su internet, tramite un proprio negozio di e-commerce o magari attraverso marketplace, siti di aste o di annunci.

I lavoratori autonomi sono invece tutti coloro che svolgono un’attività prevalentemente intellettuale. Nell’elenco possiamo vedere avvocati, notai, consulenti del lavoro, architetti, psicologici e così via. Non fa distinzione, invece, essere soggetti ad iscrizione in un albo professionale o meno.

La distinzione fondamentale tra imprenditore individuale e libero professionista sta principalmente nel tipo di lavoro svolto.

Disciplina fiscale

Dal punto di vista del fisco, essere imprenditore individuale o libero professionista cambia di molto la propria situazione.

Questi ultimi vengono tassato solo per i compensi effettivamente ricevuti nel periodo di imposta, al quale vengono sottratti ovviamente i costi. In sostanza, si applica un principio di cassa.

Al contrario, gli imprenditori individuali vengono tassati sul reddito imponibile annuale determinato sulla base dei ricavi che hanno avuto la loro manifestazione economica nell’anno di esercizio, indipendentemente da quando sono stati incassati. In sostanza, i ricavi vengono tassati purché fatturati, anche se non sono stati incassati.

Disciplina contributiva

Anche per quanto riguarda i contributi ci sono delle notevoli differenza tra liberi professionisti e imprenditori individuali.

Questi ultimi sono obbligati ad iscriversi all’INPS, nella gestione dedicata a commercianti ed artigiani. Questa gestione prevede il pagamento di contributi previdenziali fissi, che non sono calcolati in base al fatturato. Da dire che, a fine anno, se si superano determinate soglie di reddito, bisognerà versare un conguaglio.

Al contrario, i liberi professionisti devono pagare i contributi in base al volume di fatturato annuo. Una considerazione a parte deve essere fatta per quei liberi professionisti che non devono iscriversi ad un ordine professionale: in questo caso occorre iscriversi alla gestione separata INPS, che prevede il pagamento dei contributi calcolati sulla base del reddito imponibile del professionista.

Poche differenze che, però, alla fine dei conti, sono sostanziali per capire quanto bisogna pagare.

Tassi Euribor negativi: cosa accade ai mutui a tasso variabile?

E’ una situazione decisamente particolare quella che stanno vivendo i consumatori italiani ed europei in questi periodi. I tassi Euribor a 8 e 12 mesi, quelli usati per indicizzare i mutui casa, sono scesi sotto lo zero, e in conseguenza di questo alcune banche della Danimarca hanno deciso di rimborsare i loro clienti invece che prendergli i soldi per pagare la rata. Nello specifico, ne hanno tratto vantaggio i clienti con mutuo a tasso variabile, quello che si “aggiusta” a seconda dell’andamento del tasso di interesse.

Ora sembra che anche la Francia e il Portogallo stiano discutendo per cercare di capire che cosa fare, se emettere rimborsi in favore dei loro clienti oppure meno.

In Italia gli indicatori Euribor si trovano da diverso tempo attorno allo zero, anche se sembra che le banche abbiano creato una sorta di “tappeto”, un minimo al di sotto del quale il tasso di interesse da pagare comunque non scenderebbe. Inoltre, a quanto pare, gli istituti di credito del nostro paese stanno già correndo ai ripari inserendo nei nuovi contratti di mutuo delle clausole in base alle quali non si prevede alcun rimborso se i tassi di interesse dovessero scendere in negativo.

Cosa accadrà nel nostro paese? Seguiremo forse l’esempio degli altri paesi, dove le associazioni dei consumatori hanno proposto che il governo formalizzi una sorta di proposta di legge che obbliga le banche a dare indietro, ai clienti, i soldi dei tassi di interesse negativi?

Difficile da dire, anche perché la situazione è particolarmente delicata e di fatto ci stiamo muovendo in un terreno non ancora esplorato.

Guardandola da fuori, potremmo dire che è giusto che le banche restituiscano i soldi degli interessi negativi, così come che prelevino i soldi degli interessi quando sono positivi. Altrimenti, questo gioco non è più equo e chi ci perde è sempre il cittadino.

Disdetta contratto di affitto commerciale e residenziale: ecco la guida

Dal momento in cui si prende in affitto un immobile da usare come abitazione privata o come uso commerciale da ufficio, è obbligatorio sottoscrivere un contratto di affitto. Oltre che richiesto per legge, un contratto ci mette al riparo da qualunque imprevisto e protegge entrambe le parti. A volte potrebbe capitare di dover disdire il contratto di affitto prima della sua scadenza, e allora come bisogna comportarsi? Quali sono i passi da fare e quanto tempo prima bisogna darne comunicazione all’altra parte?

Chi può fare la disdetta di un contratto di locazione?

Entrambe le parti possono farlo, ma in generale al proprietario dell’immobile non viene riconosciuta la facoltà di uscire dal contratto prima della scadenza, mentre l’inquilino, noto anche come conduttore, può farlo in ogni momento, previa comunicazione di almeno 6 mesi.

Come fare richiesta di disdetta del contratto

La disdetta del contratto può essere fatta dando comunicazione, tramite invio di un documento cartaceo, con un preavviso di almeno 6 mesi. Tale lettera deve essere inviata tramite raccomandata con ricevuta di ritorno al proprietario dell’immobile. Al suo interno dovranno essere indicati i dati anagrafici di chi affitta l’immobile, i dati relativi alla registrazione dell’affitto stesso, le motivazioni per cui si vuole porre fine al contratto e le tempistiche entro le quali l’immobile verrà lasciato libero.

Disdetta di un contratto di affitto di tipo abitativo

Per tutti coloro che vogliono disdire un contratto di tipo abitativo, partendo dal presupposto che la durata dello stesso è in genere di 4 anni, con formula 4+4, oppure di 3 anni con formula 3+2, la disdetta deve essere inviata a mezzo raccomandata A/R almeno 6 mesi prima del giorno in cui si vuole lasciate l’immobile. L’inquilino deve dare disdetta anche alla scadenza del contratto, ovvero dopo 8 o 5 anni.

Il proprietario di casa, invece, deve aspettare almeno la scadenza dei primi 4 o 3 anni prima di poter inviare una disdetta all’altra parte.

Disdetta di un contratto di affitto di tipo commerciale

Per questa tipologia di contratti ci sono delle tempistiche differenti rispetto a quelle viste in precedenza. In generale, la maggior parte delle attività commerciali hanno un contratto di affitto di 6 anni + altri 6, che diventano 9+9 nel caso di luoghi adibiti al pernottamento di persone, come gli hotel.

In questo caso occorre inviare una raccomandata con un anticipo di almeno 12 mesi nel primo caso e almeno 18 mesi nel secondo caso.

In questo caso, l’inquilino non deve dare alcuna giustificazione sul perché ha deciso di disdire il contratto, tranne se il proprietario chiede in maniera esplicita, mentre quest’ultimo deve fornire una motivazione.

Disdetta di un contratto di natura transitoria

Con questa definizione si definiscono quei contratti che hanno una durata massima solitamente di 18 mesi e che si riservano agli studenti universitari o a lavoratori temporanei, ad esempio. In questo caso il periodo di preavviso minimo è di 3 mesi.

Come abbiamo visto, disdire un contratto di affitto non è difficile, almeno per quanto riguarda l’inquilino, è sufficiente dare un preavviso minimo. Diverso è il discorso per il proprietario di un immobile, che invece deve attendere necessariamente un periodo minimo di tempo.