L’Opec non raggiunge l’accordo sui livelli di produzione del petrolio

Finisce con un nulla di fatto l’ultima riunione dell’OPEC, con l’Iran che si rifiuta di sostenere il piano saudita per aiutare a stabilizzare i mercati.

L’obiettivo sarebbe dovuto essere, da parte di Arabia Saudita e Iran, di mettere da parte la faida e raggiungere un accordo sui livelli di produzione del greggio al fine di stabilizzare i mercati. Purtroppo, così non è stato e ora i mercati tremano ancora.

L’impasse politica significa anche che gli altri cinque membri dell’OPEC sono molto fragili e meno forti rispetto ai due leader. Nel gruppo dei piccoli inseriamo anche la Nigeria, il Venezuela (con la sua crisi) e la Libia, le cui economie sono quasi completamente dipendenti dalle entrate petrolifere.

L’Opec ha fatto buon viso a cattivo gioco, sottolineando come il costo del greggio è in salita del 80% rispetto all’ultimo vertice, lo scorso dicembre. Inoltre, è stato sottolineato come lo scopo principale della riunione (raggiunto) era quello di scegliere il nuovo segretario generale, il nigeriano Mohammed Barkindo.

Alla fine dell’intervento, il cartello ha confermato che “domanda e offerta stanno convergendo”, il che potrebbe porre da solo un rimedio alla situazione attuale senza che l’OPEC stesso faccia nulla.

L’Arabia Saudita, guidata dal nuovo ministro dell’energia, Khalid al-Falih, sta spingendo per “un’azione coordinata dei membri” per contenere la produzione, ma non procederà senza la cooperazione dell’Iran.

Dal canto suo, Bijan Zanganeh, ministro iraniano, ha chiarito che il suo paese vuole godere della ritrovata libertà di produrre ed esportare maggiori volumi di greggio dopo l’accordo sul nucleare, ecco dunque che il tetto alla produzione non avrebbe alcun beneficio per il suo paese.

Nel frattempo, lo stato attuale dei mercati petroliferi ha causato un intenso sconvolgimento economico e politico in luoghi come Venezuela e Brasile. Il primo in maniera particolare è perseguitato da carenze croniche di beni di prima necessità e medicinali essenziali, il costo dell’energia elettrica sale a dismisura e l’acqua è razionata, inoltre la spirale di criminalità è dilagante.

La situazione, dunque, rimarrà praticamente la stessa nel corso delle prossime settimane, vedremo come reagiranno i mercati.

MPS: cosa sono i derivati e come questi strumenti finanziari hanno causato lo scandalo della banca

In Italia è da qualche settimana che il settore bancario è al centro delle attenzioni di risparmiatori ed investitori: prima lo scandalo delle banche fallite (come la Etruria ma non solo), ora quello che sta colpendo MPS, il Monte dei Paschi di Siena.

Sono giorni che si parla dello “scandalo dei derivati”, ma che cosa sono e perché sono così importanti? Inoltre, quali sono le regole che questa banca ha violato e che hanno portato a questa situazione così complessa?
Primo punto, cosa sono i derivati?

I derivati sono strumenti finanziari che, come si può intuire dal nome, “derivano” il loro valore da altri prodotti, come le azioni, i titoli del debito pubblico, l’oro, il petrolio o altre materie prima. E’ possibile distinguere, per questo motivo, due tipologie di derivati:

  • La prima è quella dei commodity derivatives, ovvero quelli che prendono il loro valore da attività sottostanti come oro, petrolio, ma anche grano e caffè. In linea generale, dalle materie prime;
  • La seconda è quella dei derivati finanziari, che invece prendono il loro valore da attività che rientrano in questa categoria, come le azioni, le valute o i tassi d’interesse.

Una pratica molto diffusa è quella dell’arbitraggio, ovvero l’acquistare un bene sul mercato finanziario al solo scopo di rivenderlo per realizzare un profitto.

Tipi di derivati

Ci sono diverse tipologie di derivati su cui poter investire, a partire da quello sulle opzioni fino ai futures, swap e forward, giusto per citare i più famosi. Tra questo gruppo, i derivati che hanno maggior successo tra gli investitori sono quello delle opzioni e dei futures:

  • Il primo dà la facoltà di acquistare o di vendere un strumento finanziario ad una certa data e ad un certo prezzo che sono predeterminati;
  • Il secondo è un contratto con cui le parti si assumono l’obbligo di fare un acquisto futuro ad un dato prezzo e ad una certa data.

La differenza tra opzioni e futures sta proprio nell’obbligo, che nel primo caso manca e nel secondo c’è.

Non è la prima crisi causata dai derivati

Quella di MPS non è la prima crisi dei derivati che abbiamo avuto in Italia. Una precedente si era avuta già nel 2007, quando la Banca per i regolamenti internazionali aveva stimato un valore di derivati presenti sul mercato di 596.000 miliardi di dollari. Bankitalia, invece, aveva stimato un valore dei derivati in Italia di circa 60 miliardi di euro. Questi numeri sono importanti per aiutarci a comprendere in che maniera i derivati sono fondamentali per gli investitori e, dunque, perché in tempi di crisi le conseguenze sui mercati stessi sono spesso terribili.

La crisi del Monte dei Paschi di Siena

Nel caso del MPS, la crisi finanziaria è stata causata da un contratto che non veniva fuori in bilancio e che aveva come finalità quella di addebitare, sulla banca Nomura, del Giappone, le perdite che erano state causate da un derivato sui mutui ipotecari.

I due istituti di credito avrebbero anche firmato un accordo in base al quale MPS si impegnava a restituire il prestito con un asset swap a 30 anni.

Benché queste operazioni non siano nulla di illegale, esse devono necessariamente essere incluse nel bilancio bancario, cosa che MPS non ha fatto. Ecco perché si è scatenata la crisi, in considerazione del fatto che questa mancanza potrebbe pesare, sui conti della banca italiana, circa 740 milioni di euro. Il problema è che tale peso potrebbe poi ricadere sullo Stato e, di conseguenza, sui contribuenti.

Lavoro: calcolo dei contributi obbligatori INPS per i lavoratori dipendenti

In Italia è obbligatorio pagare i contributi per il lavoro che si svolge. A farlo devono essere tutti i lavoratori dipendenti, oltre che gli autonomi, nel rispetto delle norme che sono stabilite per legge. Si tratta di un obbligo che permetterà al lavoratore, tra le altre cose, di:

  • avere una pensione dal momento in cui potrà smettere di lavorare, sia per raggiungimento dell’età minima contributiva (pensione di anzianità) che per     raggiungimento dell’età minima pensionabile (pensione di vecchiaia);
  • nel caso in cui avesse bisogno di un contributo economico per diminuzione della propria capacità lavorativa, quale che ne sia la causa;
  • nel caso in cui ci fosse bisogno di un contributo economico a sostegno del proprio reddito familiare;
  • nel caso in cui si avesse bisogno della liquidazione della propria pensione, nei termini     previsti per legge.

Dal 2011, l’ente che si occupa delle pensioni in Italia è l’INPS. Oltre che per i lavoratori dipendenti del settore privato, questo ente si occupa anche del trattamento pensionistico delle seguenti categorie di lavoratori:

  • Lavoratori dipendenti del settore pubblico e ministeriale, i cui contributi pensionistici prima del 2011 erano gestiti dall’INPDAP, che è stato chiuso quell’anno per volere del decreto Salva Italia dell’allora governo Monti e le cui funzioni sono passate all’INPS;
  • I lavoratori autonomi di ogni settore economico ed i professionisti senza cassa;
  • I lavoratori parasubordinati;
  • Chi effettua vendite a domicilio;
  • I lavoratori occasionali;
  • I lavoratori associati in partecipazione che appartengono alla gestione separata;
  • Gli iscritti ai Fondi speciali.

Come effettuare il calcolo dei contributi

I lavoratori dipendenti hanno i contributi versati dai rispettivi datori di lavoro, nei cui calcolo essi dovranno versare mensilmente una certa somma che viene calcolata secondo le indicazioni date dall’INPS.

I contributi obbligatori devono essere versati dal datore di lavoro secondo i termini che sono previsti dalla legge, obbligatoriamente, altrimenti si incorre nel rischio di venire multati, con sanzioni aggravate.

I contributi vengono calcolati tenendo presente che una quota degli stessi deve essere versata dal datore di lavoro, mentre un’altra dal dipendente.

Il calcolo dei contributi viene calcolato in maniera percentuale sulla retribuzione lorda che il lavoratore ha conseguito nel periodo di riferimento. Il conteggio di tale retribuzione lorda viene fatto tenendo presente qualunque somma di denaro che il lavoratore ha percepito dal datore di lavoro, al lordo delle ritenute.

Su queste somme di denaro vengono calcolate le aliquote che sono a carico sia della ditta che del dipendente, tenendo presente che la prima è del 32,70% (potrebbero esserci delle agevolazioni a seconda di determinate condizioni previste per legge), mentre la seconda è del 9,19%.

Non devono essere incluse nel conteggio della retribuzione imponibile:

  • Tutte le somme che sono percepite a titolo di (TFR);
  • Le somme che sono percepite come risarcimento danni;
  • I proventi che derivano dalle polizze assicurative;
  • Tutti i trattamenti di famiglia;
  • le mance che sono percepite dagli impiegati che lavorano presso le case da gioco, entro la misura del 25% del loro ammontare;
  • Alcune somme di indennità di trasporto

Per agevolare il calcolo dei contributi, l’INPS ha messo a disposizione un comodo strumento di calcolo direttamente sul suo sito ufficiale.

Mercati finanziari: attenzione alle riunioni BCE e OPEC

Le borse europee dovrebbero aprire al ribasso oggi mentre gli investitori guardano avanti all’ultima decisione di politica monetaria da parte della Banca centrale europea (BCE) e al vertice Opec a Vienna.

L’indice FTSE di Londra dovrebbe aprire 11 punti al ribasso a 6.181, il tedesco DAX in calo di 33 punti a 10.171 e il CAC francese in calo di 26 punti a 4.449.

Il sentiment degli investitori europei non è spinto al rialzo neanche dall’Asia, dove la maggior parte delle azioni sono scese nelle prime ore del trading di oggi. Il Nikkei 225 è sceso e lo yen si è rafforzato nei confronti del dollaro dopo che il governo si è mosso per ritardare l’aumento delle tasse sulle vendite, con il primo ministro giapponese Shinzo Abe che ha fatto sapere che tale aumento non ci sarà fino al 2019 a causa di una debolezza continuata nell’economia.

Occhi puntati sull’Europa intanto, con i mercati che guarderanno strettamente da vicino l’ultima decisione di politica monetaria della BCE per trovare suggerimenti su eventuali ulteriori misure di stimolo e per conoscere le più recenti previsioni di inflazione e di crescita da parte della banca. Non è previsto alcun cambiamento del tasso di interesse.

Per chi investe nel forex sarà importante anche capire in che maniera la valuta unica potrebbe muoversi.

Nel frattempo sarà importante anche tenere d’occhio la riunione dell’OPEC a Vienna. Il gruppo dei 13 produttori non dovrebbe tagliare né congelare la produzione di petrolio e questo potrebbe far scendere ancora una volta il prezzo del greggio, che di recente si era mosso intorno a 50 dollari al barile.

Questo, in aggiunta alle voci di ieri secondo le quali alcune fonti OPEC hanno detto che il gruppo di produttori potrebbe prendere in considerazione l’idea di porre un nuovo tetto alla produzione di petrolio, potrebbe influire notevolmente sui prezzi del greggio nelle prossime ore/ giornate.

Contributi INPS: come si calcolano le aliquote per i commercianti e per la ditta individuale

Quando si parla di contributi INPS per commercianti e per proprietari di una ditta individuale, bisogna far riferimento alla circolare numero 15 del 29 gennaio 2016 che ha reso noti gli importi e le aliquote per quest’anno, sia per i commercianti che per gli artigiani.

Da dire che, dopo la manovra Monti di qualche anno fa, tutti i commercianti e gli artigiani che sono iscritti alla gestione autonoma INPS, devono pagare dei contributi che aumentano di anno in anno di una percentuale pari allo 0,45%, con l’obiettivo di arrivare a pagare il 24% entro il 2018.

Il reddito minimo annuo che bisogna avere per poter calcolare i contributi IVS è di 15.548 € e le aliquote sono le seguenti:

  • Artigiani di qualunque età titolari di azienda o coadiuvanti / coadiutori che hanno più di 21 anni, 23,10%. Contributo 3.599,03 (3.591,59 IVS + 7,44 maternità);
  • Commercianti di ogni età titolari di azienda oppure coadiuvanti / coadiutori che hanno più di 21 anni, 23,19%. Contributo 3.613,02 (3.605,58 IVS + 7,44 maternità);
  • Artigiani coadiuvanti o coadiutori che abbiano un’età inferiore a 21 anni, 20,10%. Contributo 3.132,59 (3.125,15 IVS + 7,44 maternità);
  • Commercianti coadiuvanti o coadiutori che abbiano un’età inferiore a 21 anni, 20,19% . Contributo 3.146,58 (3.139,14 IVS + 7,44 maternità).

Diverso è il calcolo nel caso in cui il periodo di riferimento sia inferiore all’anno solare, nel qual caso bisogna usare il seguente conteggio mensile, riportato secondo lo stesso ordine di cui sopra:

  • 299,92 (299,30 IVS + 0,62 maternità);
  • 301,09 (300,47 IVS +0,62 maternità);
  • 261,05 (260,43 IVS + 0,62 maternità);
  • 262,22 (261,60 IVS + 0,62 maternità).

Nel caso in cui i redditi d’impresa realizzati lo scorso anno sono compresi tra il minimo di 15.548,00 € e un valore massimo di 46.123 € , le aliquote previste sono le seguenti, riportante sempre secondo l’ordine iniziale:

  • artigiani titolari + coadiuvanti o coadiutori > 21 anni, 24,10%;
  • commercianti titolari + coadiuvanti o coadiutori > 21 anni, 24,19%;
  • artigiani coadiuvanti o coadiutori fino a 21 anni, 21,10%;
  • commercianti coadiuvanti o coadiutori fino a 21 anni, 21,19%

In sostanza, si ha un aumento di 1 punto percentuale.

Il massimale di reddito entro il quale vengono calcolati i contributi IVS è di 76.872 € (ovvero 46.123 € + 30.749 €).

Questi redditi sono dei limiti del singolo soggetto, non di tutta l’impresa e valgono solo per i soggetti che sono iscritti alla Gestione già da prima del 1° gennaio 1996 o che hanno un’anzianità contributiva calcolata a quella data.

La tabella contributiva, nel solito ordine, è la seguente:

  • 064,92;
  • 134,10;
  • 758,76;
  • 827,94.

Per tutti coloro che non rientrano nelle date descritte in precedenza, il massimale personale è di 100.324,00 € non frazionabile mensilmente. Per tali soggetti, la tabella di calcolo è come segue:

  • 716,85;
  • 807,14;
  • 707,13;
  • 797,42.

Il pagamento dei contributi per gli artigiani e per i commercianti dovrà essere effettuato tramite F24, è da tenere presente però che non si riceverà più alcuna lettera da parte dell’ente previdenziale per quanto riguarda il modello in questione o la sua compilazione, che rimangono dunque a carico del contribuente.

Le scadenze attualmente in vigore relative al versamento degli importi contributivi sono il 22 agosto, il 16 novembre e il 16 febbraio 2017.

La compilazione del modello F24 deve avvenire con indicazione, tra le altre cose, del codice della sede INPS presso cui si ha una posizione contributiva, della causale del contributo come stabilito dall’INPS, del codice INPS, del periodo di riferimento e degli importi che vengono versati con quel dato pagamento.

Tutto sul riscatto e accredito dei contributi figurativi INPS

I contributi figurativi sono una soluzione pensata dallo Stato per aiutare tutti quei lavoratori dipendenti che, per un certo periodo di tempo, non possono lavorare e, dunque, non avrebbero diritto ad avere contributi.

Nello specifico, se un dipendente non può prestare la sua opera lavorativa prezzo un’azienda per un periodo di tempo, il datore di lavoro non ha più l’obbligo legale di versare i contributi al suo dipendente. Per evitare che questo si traduca in una perdita di denaro e di contributi, la legge stabilisce che, in questi periodi di tempo, tale obbligo ricada in capo all’INPS.

Quando si ha diritto ai contributi figurativi

Ci sono dei momenti, esattamente stabiliti per legge, durante i quali un soggetto ha diritto ai contributi figurativi:

  • Quando percepisce un’indennità di disoccupazione per aver perso il lavoro in maniera involontaria;
  • Quando si trova in cassa integrazione guadagni, ordinaria o straordinaria che sia;
  • Quando percepisce un’indennità di mobilità (tranne se la stessa viene erogata in un’unica soluzione);
  • Se il lavoratore non può prestare la sua opera a causa di un infortunio o di una malattia;
  • Quando una donna si trova in congedo di maternità, o comunque il lavoratore è in congedo parentale;
  • Nel caso di contratti di solidarietà, ma solo per la parte di contributi persi;
  • Nel caso di lavoratori che sono impiegati in lavori socialmente utili;
  • Se non si può lavorare a causa di una calamità;
  • Per periodi di assistenza sanitaria dovuta a malattia tubercolare;
  • Nel caso di candidatura elettorale, quando si ha diritto ad una certa aspettativa;
  • Se il lavoratore ha un’invalidità superiore al 74%. In questo caso si ha diritto ad un contributo figurativo pari a 2 mesi all’anno per un massimo di 5 anni;
  • Nel caso di lavoratori non vedenti, ma solo per un massimo di 4 mesi ogni anno;
  • Nel caso di lavoratori che assistono dei familiari che abbiano un grave handicap, in questo caso il periodo massimo è di 2 anni;
  • Se si è donatore di sangue, nei giorni in cui si fa la donazione;
  • Per tutte le altre assenze ad ore previste dalla legge 104/1992.

Tutte queste situazioni prevedono l’accredito dei contributi figurativi in maniera automatica da parte dell’INPS, senza bisogno che il lavoratore presenti domanda.

Riscatto dei contributi figurativi

Essendo dei contributi che sono a carico dell’INPS e che vengono accreditati in favore del datore di lavoro in maniera automatica, tali contributi vengono riscattati nel momento in cui si presenterà domanda di pensione.

Non c’è nessuna richiesta extra da fare, essi vengono semplicemente conteggiati come se fossero stati pagati dal datore di lavoro (anche se in realtà sono a carico dell’ente pensionistico).

Vantaggi dei contributi figurativi per il lavoratore e per il datore di lavoro

Il principale vantaggio di questa tipologia di contributi è da trovare sia nel datore di lavoro che nel lavoratore dipendente stesso. Il primo non ha l’onere di versare i contributi non avendo ricevuto il vantaggio della prestazione lavorativa del soggetto, il secondo invece non perde nessun contributo in concomitanza dell’impossibilità a lavorare per delle cause previste per legge, che abbiamo visto sopra.

IMU e TASI 2016: ecco chi deve pagare

Si avvicina la data di scadenza del 16 giugno, quella fatidica per versare allo stato le prime rate della Tasi e dell’Imu 2016. In totale gli italiani pagheranno circa 9 miliardi di euro e, benché a prima vista il costo sembra molto salato, in realtà tra sconti ed esenzioni, lo è meno che in passato.

Quest’anno, infatti, l’IMU non verrà pagata sulle prime case, così come la tassa sui servizi indivisibili che sono erogati dai comuni. In totale, si tratta di un risparmio di circa 200 € per famiglia, ma anche così è tutto un po’ complesso.

Vengono confermate tutte le esenzioni sulle pertinenze dell’abitazione principale, ma solo se ce n’è una per ogni tipo (dunque, una cantina, un solaio, ecc.). Se ci dovesse essere una seconda pertinenza, su quella non c’è esenzione.

E’ previsto uno sconto pari al 50% sulla base imponibile nel caso in cui ci sia un contratto di comodato registrato a dei parenti di primo grado in linea retta, dunque i genitori che intestano un contratto ai figli, o viceversa, ma solo a condizione che l’immobile sia usato come abitazione principale.

Ancora, il comodante (ovvero colui che usa l’immobile) non deve avere intestati a suo nome altri immobili abitativi nel nostro paese e deve avere la residenza anagrafica nello stesso Comune dove si trova l’immobile che gli è stato concesso in comodato.

Al massimo, oltre all’immobile che viene concesso in comodato, può avere, sempre nello stesso Comune, un’altra casa che non rientra tra le categorie “di lusso” che è stata adibita a propria abitazione.

Per le case che vengono affittate a canone concordato, la legge prevede uno sconto del 25% sull’Imu e sulla Tasi.

Relativamente alle aliquote, i comuni non possono rivedere al rialzo quelle che sono state previste lo scorso anno (mentre potrebbero farlo al ribasso).

L’aliquota definitiva deve essere decisa entro il 16 ottobre, dunque si beneficerà di eventuali cambiamenti solo nella rata del 16 dicembre.

Mutui on line: dopo il primo trimestre del 2016, saranno ancora in crescita?

Il numero di mutui on line richiesti nel primo trimestre 2016 ha confermato il momento d’oro della domanda di accesso al credito. Ma sono in molti, tra operatori e potenziali clienti, a chiedersi quanto durerà questo trend. E non si tratta di una curiosità fine a sé stessa: la risposta ha infatti effetti importanti nelle tasche degli italiani. Ecco spiegato perché.

Interessi negativi: quanto durerà il momento d’oro dei mutui?

Se il primo trimestre del 2016 ha confermato la crescita dei mutui on line, dal tedesco Handelsblatt, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha ammonito sul fatto che i tassi negativi impostati dalla Bce “non potranno durare in eterno”. E’ meglio quindi approfittare oggi per chiedere un mutuo on line? E su quale tasso conviene orientarsi? Facciamo chiarezza per chi non è esperto del settore e, quindi, non dispone degli strumenti per fare previsioni di mercato.

Mutui on line: conviene il tasso variabile?

L’effetto più visibile della deflazione dal punto di vista della domanda, è quello di far aumentare la richiesta di mutui, soprattutto di quelli a tasso variabile (che in questo particolare momento storico appaiono essere particolarmente convenienti).

Va anche detto che, sebbene non siano previste brusche inversioni di tendenza del mercato, i mutui a tasso fisso rappresentano da questo punto di vista sempre una sicurezza rispetto alle oscillazioni future dei tassi. La scelta tra mutui a tasso fisso o variabile quindi dovrebbe tener conto anche della durata del finanziamento. I mutui più lunghi infatti sono maggiormente esposti alla aleatorietà dei tassi perché fare previsioni accurate e attendibili di tutte le variabili economiche non è sempre facile, soprattutto per i non esperti.

In linea di massima è intuitivo che maggiore sarà la durata del mutuo e più difficile diventa fare previsioni sull’andamento degli interessi nel lungo periodo. Questo spiega perché anche in queste particolari fasi del mercato, chi cerca un mutuo on line non scarta a priori i preventivi per i tassi fissi. Anche psicologicamente infatti, sapere che la rata resta congelata all’importo stabilito al momento della stipula, può essere confortante per chi ha paura di restare indietro sui pagamenti.

La prima scelta da fare quindi è quella tra mutuo fisso o variabile che, come abbiamo visto, dipende da fattori esterni ma anche da una predisposizione personale per l’uno o per l’altro tipo di finanziamento. Una volta stabilito questo si possono confrontare i diversi preventivi di mutui online usando i comparatori.

 

Pensione: come richiedere i contributi di riscatto INPS

Si parla di contributi di riscatto per indicare la situazione secondo la quale l’INPS permette a tutti i lavoratori di coprire dei periodi di tempo in cui sono stati privi di contributi tramite il versamento dei cosiddetti contributi di riscatto.

Essi possono essere considerati utili per poter avere diritti ad ogni tipologia di prestazione previdenziale, per accertare il diritto alla prosecuzione volontaria e per avere diritto a tutte le prestazioni pensionistiche, inclusa quella di anzianità.

In maniera particolare ci si riferisce a quei periodi di tempo durante i quali non si sono versati contributi per omissione, oppure perché non c’è stato alcun obbligo legale di farlo e, per qualunque motivo, si è deciso di non procedere, oppure ancora perché sono state introdotte delle particolari disposizioni di legge che hanno reso possibile versare dei contributi di riscatto.

Può presentare domanda di pagamento dei contributi di riscatto chi è iscritto all’assicurazione generale obbligatoria, chi fa parte della gestione speciale dei lavoratori autonomi, i parasubordinati che sono iscritti alla gestione separata, chi fa parte dei fondi speciali INPS, oltre che tutti i superstiti nel caso di un lavoratore deceduto.

Dopo aver presentato domanda, l’ente previdenziale studia il caso e fa sapere la risposta, ovvero se accetta la richiesta di versamento dei contributi aggiuntivi o meno. Nel primo caso, rende noto anche l’importo che occorre versare per potersi rimettere “in pari”.

Il pagamento della somma in questione può essere fatto in un’unica soluzione entro 60 giorni di tempo dall’accettazione della domanda oppure a rate, ma questa seconda opzione è possibile solo se chi fa richiesta non è già pensionato e se i contributi aggiuntivi da pagare non devono essere usati sin da subito per poterne beneficiare in termini di pensione.

Da tenere presente che la rateizzazione viene interrotta dal momento in cui si presenta domanda di pensionamento e tutta la parte che doveva ancora essere pagata, va saldata in una sola soluzione.

Le rate mensili dei contributi di riscatto

Ci sono alcune cose da considerare per quanto riguarda i contributi di riscatto:

  • Il numero delle rate mensili non può essere superiore a 60, in alcuni casi può arrivare fino a 120 (riscatto del periodo del corso di laurea relativo alle domande che sono state presentate dopo il 31 dicembre 2007);
  • L’importo del riscatto deve essere maggiorato degli interessi legali;
  • L’importo minimo di ogni singola rata è di 27 €;
  • La prima rata deve essere pagata entro i primi 60 giorni dal momento in cui la domanda di versamento di questi contributi viene accettata.
  • Se non si paga la prima rata, l’INPS presuppone che si è deciso di non procedere e dunque archivia la pratica, rendendo di fatto impossibile procedere;
  • Se la prima rata (o l’importo totale) viene versato in ritardo, l’INPS considera la cosa come una nuova domanda.

Da tenere presente anche che se non si effettua il pagamento e si esercita il diritto alla rinuncia del versamento dei contributi, sarà sempre possibile presentare in futuro nuova domanda, anche per lo stesso periodo contributivo.

Se si decide, infine, di interrompere dopo aver versato un certo numero di rate, esse verranno comunque conteggiata ai fini previdenziali.

Gestione separata: tutto quello che c’è da sapere sulla rivalsa INPS

Una delle norme che regola la fatturazione da parte dei soggetti lavoratori autonomi è l’applicazione della rivalsa nelle loro fatture, ovvero una percentuale aggiuntiva del 4% che viene calcolata sui compensi lordi.

Da un punto di vista legale, questa percentuale si riferisce al comma 212 dell’articolo 1 della legge 23.12.1996 n. 662:, che afferma come, ai fini dell’obbligo che viene previsto della legge 8 agosto 1995 n. 335, per la precisione all’articolo 2, comma 26, tutti coloro che sono titolari di un reddito da lavoro autonomo che corrisponde come indicato dall’articolo 49, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, e successive modificazioni, possono addebitare ai committenti una percentuale pari al 4% dei compensi lordi.

Chi deve iscriversi alla gestione separata INPS

In sostanza, coloro che sono obbligati per legge ad essere iscritti alla gestione separata INPS sono:

  • Chi esercita un’attività di lavoro autonomo e non è iscritto ad una Cassa di previdenza;
  • Tutti quei lavoratori autonomi occasionali che sono esenti dall’obbligo di iscrizione ad una cassa di previdenza e che hanno un reddito maggiore di 5.000 euro all’anno;
  • I lavoratori a progetto;
  • I lavoratori occasionali con reddito fino a 5.000 euro e con una durata della collaborazione che non arriva a 30 giorni lungo l’arco di un anno;
  • Chi si occupa di vendite a domicilio e ha un reddito superiore a 5.000 euro;
  • Chi ha conseguito una borsa di studio per poter frequentare dei corsi di dottorato di ricerca;
  • I pensionati oppure i professionisti che sono iscritti agli Albi di categoria e che eseguono delle prestazioni professionali coordinate e continuative;
  • I medici che hanno un contratto di formazione specialistica;
  • I volontari che fanno parte del Servizio Civile Nazionale;
  • Chi fa parte degli organi di amministrazione e controllo di società;
  • Chi fa spedizioni doganali e non lavora da dipendente

L’iscrizione alla gestione separata INPS si fa o recandosi presso gli sportelli di questo ente, oppure direttamente dal sito ufficiale INPS, o ancora per telefono tramite il numero gratuito 803 164.

Cos’è la rivalsa INPS?

Torniamo alla rivalsa INPS che possono applicare, in fattura, tutti i lavoratori autonomi che rientrano nelle descrizioni di cui sopra.

In sostanza, si tratta di applicare un extra pari al 4% del compenso lordo che risulta a carico del committente, ovvero del cliente.

L’applicazione di questa rivalsa non è obbligatoria e ogni professionista e lavoratore autonomo può decidere se applicarla o meno, ma se decidesse di farlo bisogna tenere presente che poi è lui stesso che deve occuparsi del versamento di tale importo direttamente nelle casse dell’INPS.

Come calcolare la rivalsa in fattura?

Facciamo un esempio numerico per poter meglio il concetto. Se si svolge un servizio professionale per un importo pari a 1.000 € lordi, il 4% di rivalsa INPS deve essere applicato su questa somma, pertanto sarebbe di 40 € . L’imponibile IVA ed IRPEF rimarrebbero sempre i 1.000 € di prestazione iniziare, mentre l’IVA verrebbe calcolata sulla somma tra importo lordo e rivalsa del 4%.

E’ da tenere presente, poi, che sulla fattura ivata deve essere calcolata anche una ritenuta di acconto pari al 20%, che va detratta per avere il netto che il professionista o il lavoratore autonomo devono incassare.

Crisi greca: questa volta il FMI prende tempo

L’accordo “svolta” annunciato qualche giorno fa per riprendere a distribuire i soldi del piano di salvataggio della Grecia è suonato come ai vecchi tempi: il Fondo monetario internazionale lavora con i principali paesi europei, ancora una volta, come istituto di credito ufficiale per Atene.

Alla fine, però, questo creditore globale si è rifiutato di sostenere il terzo programma di salvataggio per il paese ellenico con il proprio contributo finanziario.

Il FMI ha detto che non darà un centesimo alla Grecia fino a che non vedrà un piano concreto dagli europei al fine di tagliare il debito del paese. L’accordo di mercoledì preso dai ministri delle Finanze dell’Eurogruppo non è riuscito a cambiare le cose.

Il FMI è ora focalizzato sulla protezione della propria reputazione dopo il fallimento delle prime due operazioni congiunte di salvataggio della Grecia. Ma con l’economia greca in bilico e con Atene ancora in debito a causa di diversi miliardi, il FMI può permettersi di tirarsi indietro?

Negli anni passati il FMI aveva partecipato, convinto da altri paesi europei, che una caduta della Grecia avesse potuto mettere a repentaglio l’intera zona euro, ma già allora l’istituto guidato da Christine Lagarde aveva dei dubbi sul funzionamento di tali piani.

Nel 2010, la Grecia è stata messa al centro dell’Europa e il FMI ha messo da parte i suoi princìpi per cercare di mettere in piedi qualche cosa che potesse funzionare.

Ora che gli europei hanno i propri meccanismi di stabilità finanziaria, i problemi della Grecia non minacciano più la più ampia economia dell’Eurozona. Il FMI è più prudente dopo che la Grecia non ha pagato circa 2 miliardi di dollari l’anno scorso, il più grande default mai subìto dal fondo, che ha minacciato la sua credibilità.

Anche se poi la Grecia ha onorato i pagamenti, il rischio di default rimane: Atene deve ancora al FMI 16,2 miliardi di dollari.

L’obiettivo da perseguire deve essere un altro, non continuare a far indebitare la Grecia. Ma l’Europa sarà disposta a metterlo in pratica?

Voucher INPS: cosa sono i buoni lavoro e perché sono utilizzati per prestazioni lavorative occasionali

Quando si tratta di svolgere un lavoro accessorio ed occasionale, non bisogna in alcun modo dimenticare che si ha il diritto anche ad una prestazione assistenziale, esattamente come se si fosse assunti. In linea di massima, i buoni voucher INPS, noti anche come buoni lavoro, sono pensati per remunerare chi svolge servizi di assistenza familiare.

Dall’inizio della loro vita fino ad oggi, sono state oltre 2 milioni (si stima) le persone che hanno avuto modo di usufruire di questi buoni, per un totale di 1,5 miliardi di euro di compensi in totale. Se guardiamo allo stivale, notiamo che per la maggior parte sono usati al nord, mentre per quanto riguarda l’industria economica di turno, sono molto usati nel settore del giardinaggio, nel turismo e nei servizi.

Quanto valgono?

Questi buoni sono acquistabili in tre diversi tagli: 10, 20 o 50 €. E’ da tenere presente che, di ogni taglio, il 75% va al lavoratore, il rimanente 25% è così suddiviso:

  • 7% contributi INAIL;
  • 13% contributi INPS della gestione separata;
  • 5% compensazione del concessionario.

A questo, bisogna anche aggiungere 1,50€ di commissioni nel caso in cui si acquisti il buono in tabaccheria.

Dove si possono comprare i buoni INPS?

Come detto prima, possono essere acquistati in tabaccheria (ad un costo maggiorato di 1,50 €), oppure presso gli sportelli delle banche popolari, presso gli sportelli delle sedi INPS presenti sul territorio, online sul sito dell’INPS e presso gli uffici postali.

Come incassare i buoni INPS?

Dopo aver ricevuto uno di questi buoni, il lavoratore ha 24 mesi per poterlo incassare. Il conteggio della tempistica viene calcolato a partire dal giorno dell’emissione.

In alternativa si può incassare:

  • tramite INPS card;
  • tramite bonifico bancario su un conto corrente intestato al beneficiario;
  • tramite un tabaccaio autorizzato al pagamento;
  • tramite una banca.

In che settori vengono usati?

Come detto in precedenza, i buoni INPS vengono usati in maniera particolare per remunerare chi svolge lavori occasionali e prestazioni di servizi chi fa assistenza familiare e a casa.

In linea generale, sono usati da:

  • famiglie;
  • persone che non sono imprenditori;
  • imprese familiari;
  • imprenditori agricoli;
  • committenti pubblici;
  • enti senza scopo di lucro.

Chi può beneficiare dei buoni lavoro?

Possono usare questi buoni lavoro ed incassarli:

  • i lavoratori dipendenti part time
  • chi è in cassaintegrazione;
  • i pensionati;
  • chi lavora durante il periodo di vacanza, ad esempio gli studenti che hanno meno di 25 anni e che sono iscritti all’università;
  • lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato;
  • autonomi;
  • extracomunitari, anche studenti, a condizione di essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno.

La novità della procedura telematica

Nel 2016 è stata introdotta una novità interessante per quanto riguarda la procedura telematica per l’ottenimento di un buono lavoro.

In maniera particolare ci si riferisce alla possibilità di richiedere i buoni lavoro per via telematica, direttamente sul sito web dell’INPS. L’obiettivo di questa novità è principalmente quello di evitare ulteriori abusi sui voucher INPS, in considerazione del fatto che già in passato ci sono stati diversi problemi e alcune persone hanno approfittato di questo interessante modo di remunerazione e contribuzione. Una soluzione eccellente in grado di soddisfare tutte le parti.

Lavoro e contributi: assegno ordinario d’invalidità. Caratteristiche e requisiti dati dall’INPS

L’assegno ordinario di invalidità viene concesso a tutti coloro che, pur lavorando, sono affetti da una qualche forma di invalidità che riduce la capacità produttiva stessa per oltre 2/3.

Non si tratta, dunque, di una vera e propria pensione di invalidità, che viene invece riconosciuta a chi non può lavorare per questioni fisiche, bensì di un contributo economico che lo Stato vuole riconoscere, per tramite dell’INPS, a chi ha problematiche tali da non poter essere efficiente al 100%.

L’ottenimento di questo assegno presuppone una visita medica di controllo: se essa conferma l’invalidità, allora si ha diritto all’assegno per un periodo di 3 anni, terminato il quale bisogna rifare un’altra visita e, se la situazione fosse confermata, l’assegno verrebbe concesso ancora. Qualora si ricevesse l’assegno per 3 volte di seguito (dunque per 9 anni), allora diventerebbe definitivo.

Requisiti per avere l’assegno di invalidità

Possono fare domanda di assegno di invalidità tutti coloro che rientrano nei seguenti requisiti:

  • Lavoratori dipendenti;
  • Lavoratori autonomi;
  • Lavoratori iscritti a dei fondi pensione sostitutivi ed integrativi.

Inoltre, è necessario avere:

  • Una riduzione della capacità lavorativa per più di 2/3 a causa di un difetto fisico o mentale;
  • Aver versato almeno 5 anni di contributi, di cui 3 anni devono essere stati versati entro in quinquennio precedente alla presentazione della domanda di assegno di invalidità.

Assegno di invalidità e situazione lavorativa

L’assegno di invalidità può essere ricevuto anche da chi svolge ancora un’attività lavorativa regolare. In questo caso, però, l’assegno viene ridotto se si superano determinate soglie, che possono venire controllate al momento della presentazione della domanda di pensione tramite una dichiarazione reddituale apposita.

Nel caso in cui il reddito sia compreso tra 25.012 € e 31.265 € , l’importo dell’assegno viene ridotto del 25%, mentre se è superiore a 31.265 € , la riduzione è pari al 50%.

Come ottenere l’assegno di invalidità

Nel caso in cui si presenti domanda per assegno di invalidità, saranno fatti dei controlli per verificare che si è in possesso dei requisiti previsti per legge, che abbiamo visto in precedenza. Nel caso in cui tali requisiti saranno soddisfatti, ecco che l’assegno inizia a decorrere dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda. Ad esempio, se si fa domanda a giugno, dal 1° luglio.

Come detto in precedenza, l’assegno di invalidità ha una durata di 3 anni, al termine della quale può essere confermato nuovamente a condizione di avere ancora i requisiti che ne hanno portato alla concessione la prima volta.

Qualora venisse confermato a vita (dopo 3 conferme temporanee), al raggiungimento dell’età pensionabile da parte del lavoratore, l’assegno viene automaticamente trasformato in una pensione di vecchiaia.

Per poter calcolare l’importo dell’assegno di invalidità si possono usare due metodologie di calcolo:

  • Contributivo, nel caso in cui il soggetto in questione abbia iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995;
  • Misto, ovvero una quota che viene calcolata usando il sistema contributivo, l’altra tramite il sistema retributivo.

Come presentare la domanda

La domanda di assegno di invalidità può essere presentata via web, direttamente sul sito ufficiale dell’INPS, oppure via telefono, oppure ancora per tramite dei patronati, che svolgeranno il compito di intermediario tra ente pensionistico e chi presenta la domanda.

Rendimenti Bot a 6 mesi, nuovo minimo negativo

Nuovo minimo storico per i Bot a 6 mesi, che arrivano a toccare un tasso di interesse negativo di -0,262%, un valore mai toccato. Siamo circa 9 punti base più in basso rispetto al minimo storico precedente e quest’era di tassi negativi non sembra voler avere fine.

Benché siamo di fronte a dei tassi di interesse negativi, dunque chi acquista oggi Bot accetta di perdere una piccola parte del suo investimento a patto di avere la sicurezza di poterli avere, la domanda è stata eccezionalmente alta: 1,63 volte l’offerta: 10 miliardi di euro di richieste, 6 miliardi di euro l’offerta.

Benché la situazione attuale sia un vero e proprio ossimoro della finanza, la spiegazione è presto data: l’economia attuale, tra deflazione e politiche monetarie aggressive da parte delle banche centrali per contrastare la deflazione, porta tanti a non voler rischiare assolutamente nulla per il loro denaro. Ecco dunque che è meglio affidarsi alla sicurezza di alcuni titoli di stato che investire altrove con il rischio di perdere molto di più.

I titoli a tasso di interesse negativo sono acquistati in maniera particolare dalle banche, che alla fine della sera devono parcheggiare la liquidità in eccesso e, per farlo, piuttosto che rivolgersi alla BCE, preferiscono scegliere altre soluzioni. Solitamente, infatti, per il denaro che le banche commerciali depositano presso la BCE, ricevono in cambio un certo tasso di interesse. Da qualche tempo a questa parte la storia si è invertita e sono gli istituti di credito che, invece, pagano per poter parcheggiare denaro. Al momento il tasso che bisogna pagare per parcheggiare denaro a Bruxelles è pari allo 0,40%, pertanto fino a che ci saranno dei bond che abbiano dei tassi di interesse negativi inferiori rispetto a questo limite, alle banche conviene.

Diverso è il discorso per gli investitori privati, per i quali, invece, conviene optare per bond che abbiano una certa remunerazione, anche se ovviamente ci sono dei rischi: Grecia, oppure le più sicure Canada, Norvegia e Inghilterra.

Assegno di disoccupazione: requisiti per la domanda del sussidio

Anche nel 2016 saranno tante le persone che, come ogni anno, presenteranno domanda di disoccupazione, così da prendere il sussidio previsto per chi non ha lavoro ed è in cerca. Vediamo quali sono i requisiti per poter presentare domanda e qual è l’importo dello stesso.

Requisiti del sussidio di disoccupazione

La nuova indennità di disoccupazione è la Naspi, prevista dal Jobs Act voluto dal Governo Renzi nel 2015. Tale novità fa parte della riforma del lavoro voluta proprio dall’attuale primo ministro italiano, che ha lo scopo di semplificare tutto questo mondo al fine di renderlo più efficace ed efficiente.

I requisiti necessari per presentare domanda di disoccupazione sono:

  • Essere disoccupato;
  • Avere versato, nei quattro anni precedenti, almeno 13 settimane di contributi;
  • Aver fatto almeno 30 giorni di lavoro effettivi nei 12 mesi che anticipato il periodo di disoccupazione.

L’indennità di disoccupazione è prevista per tutti coloro che hanno perso il lavoro in maniera involontaria, ad eccezione delle categorie elencate sotto:

  • Dipendenti a tempo indeterminato delle P.A.;
  • Operai agricoli, sia a tempo determinato che indeterminato.

Importo del sussidio di disoccupazione

Il sussidio di disoccupazione per l’anno 2016 viene calcolato in percentuale partendo dalla seguente operazione:

  • Sommare le retribuzioni degli ultimi 4 anni;
  • Dividere questo importo per il numero delle settimane di contribuzione;
  • Moltiplicare questo valore per 4,33.

Se il valore che risulta da questo calcolo è non superiore a 1.195 €, allora l’indennità di disoccupazione è pari al 75% dello stesso valore, se invece la retribuzione supera tale importo, allora bisogna calcolare per prima cosa il 75% come nell’esempio precedente e ad esso aggiungere anche una somma pari al 25% della differenza tra retribuzione mensile ed importo risultante dal calcolo.

In tutti i casi l’importo di disoccupazione previsto per il 2016 non può mai essere superiore a 1.300 € .

Durata del sussidio di disoccupazione

La durata del sussidio di disoccupazione per il 2016 dipende dalla storia del lavoratore in termini di contribuzione ed è pari alla metà delle settimane che sono coperte da contribuzione nei 4 anni che precedono il giorno in cui si è perso il lavoro.

In nessun caso tale durata può essere superiore a 2 anni.

Naspi, che cosa ci attende nei prossimi anni

Secondo le ultime previsioni, sembra che anche per il 2017 la Naspi durerà sempre al massimo 2 anni, mentre ci sono delle interessanti novità per i lavoratori stagionali, come ad esempio quelli che fanno solo la stagione estiva o invernale.

Se la durata della Naspi non dovesse superare i 6 mesi, allora nel calcolo della stessa vanno inclusi anche i periodi contributivi che hanno già permesso di avere un’indennità di disoccupazione ordinaria con i requisiti ridotti.

Per quanto riguarda, invece, le colf ed i lavoratori domestici, è richiesto che essi abbiano almeno 5 settimane lavorative nel corso dell’anno. Si ha una settimana di lavoro quando, all’interno della stessa, ci sono almeno 24 ore di lavoro che sono state retribuite.

Queste novità riguarda varie categorie di lavoratori, come ad esempio:

  • i domestici;
  • chi lavora a domicilio
  • chi lavora per un certo periodo all’estero
  • i lavoratori che sono interessati dalla neutralizzazione con una vecchia contribuzione di interesse;
  • chi lavora nel settore agricolo

Contratto di apprendistato: durata e retribuzione

Quello di apprendistato è un tipo di contratto che prevede un periodo di formazione iniziale alla cui fine, secondo un accordo tra le parti, esso si trasforma in un contratto a tempo indeterminato. Dopo la riforma del lavoro voluto dalla legge Fornero, è il canale privilegiato per tutti i giovani che vogliono entrare in questo mondo. Nonostante questo, però, il contratto di apprendistato è rimasto pressoché inutilizzato.

Come diventare apprendista? Che tipologie di contratto ci sono?

Il contratto di apprendistato può essere firmato da chi ha fino a 29 anni. Sono tre le tipologie di contratto che sono previste:

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, un contratto che può essere stipulato da 15 a 25 anni. Chi ha meno di 18 anni può concludere la scuola dell’obbligo e continuare l’istruzione fino alla maggiore età. Si diventa operatore professionale dopo 3 anni e si ottiene un diploma professionale dopo 4;
  • Apprendistato professionalizzante, noto anche come contratto di mestiere. Può essere sottoscritto da chi ha da 18 a 29 anni, questo contratto permette di maturare una certa qualifica professionale come previsto dal CCNL;
  • Apprendistato di alta formazione, rivolto a giovani da 18 a 29 anni, è finalizzato al conseguimento del diploma o di una certificazione tecnica, oltre che di un titolo accademico o di un master.

La durata del contratto di apprendistato varia a seconda della tipologia, come segue:

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, la durata è di 3 anni per la qualifica e di 4 anni per il diploma;
  • Apprendistato professionalizzante, la durata è di 3 anni, tranne in alcuni casi in cui dura fino a 5 anni;
  • Apprendistato di alta formazione, la durata varia a seconda di quella del corso di studio, anche se spesso è superiore.

Come funziona il contratto di apprendistato?

La formazione del ragazzo viene svolta sia all’interno che all’esterno dell’azienda. Nel primo caso si svolge un piano formativo individuale, che permette anche di stabilire gli obiettivi che bisogna conseguire con l’aiuto del tutor (o referente all’interno dell’azienda).

Nel secondo caso, ovvero la formazione esterna, permette all’apprendista di raggiungere una serie di obiettivi presso delle strutture formative specializzate. Anche in questo caso la durata della formazione esterna varia a seconda del tipo di contratto di specializzazione:

  • Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, almeno 400 ore in un anno;
  • Apprendistato professionalizzante, 120 ore nel corso del triennio;
  • Apprendistato di alta formazione, il numero di ore da svolgere cambia a seconda del tipo di titolo che bisogna conseguire.

Diritti dell’apprendistato

I diritti che il contratto di apprendistato garantisce di avere includono, tra le altre cose:

  • La copertura previdenziale;
  • L’assegno del nucleo familiare;
  • Ammortizzatori sociali;
  • Assicurazione contro le malattie, l’invalidità e gli infortuni sul lavoro;
  • Copertura nel caso di malattia e maternità.

Come possiamo vedere, si tratta di tutta una serie di diritti che permettono all’apprendista di essere protetto e garantito durante ogni fase del suo lavoro.

Retribuzione del contratto di apprendistato

Ogni contratto di apprendistato prevede una certa remunerazione, che varia a seconda del tipo di contratto, la qualifica che bisogna conseguire e il livello di inquadramento.

Petrolio sopra 50 dollari al barile, ma fino a quando?

I prezzi del petrolio hanno sfondato 50 dollari al barile per la prima volta in quasi sette mesi dopo che le ultime figure hanno suggerito che la sovrabbondanza di fornitura del greggio sta scendendo. Molti analisti hanno previsto che la ripresa, che aiuterà l’industria petrolifera del Mare del Nord e potrebbe stabilizzare l’economia globale, potrebbe essere di breve durata.

Il prezzo del Brent è salito dello 0,9% a 50,2 $ al barile, potenziato dai dati dal governo degli Stati Uniti che mostra un calo delle scorte più grande del previsto nel corso della scorsa settimana.

Si tratta del valore del Brent più alto da inizio novembre, segno anche che il calo della produzione dovuto agli incendi in Canada e alle interruzioni nella produzione in Nigeria stanno cominciando a farsi sentire in tutta l’industria petrolifera mondiale. Il prezzo del greggio, che era a quasi 118 $ due anni fa, è stato aiutato anche da un calo del prezzo del dollaro.

Julian Jessop, capo economista globale di Capital Economics, ha detto che mentre una ripresa dei prezzi del greggio dovrebbe essere positiva per l’economia globale, ci sono degli aspetti negativi. Se, da un lato, si tratta di una buona notizia per l’economia globale e per i corsi azionari, prezzi che si trovano attorno a 50- 60 dollari al barile potrebbero essere ancora troppo bassi per aumentare in generale la spesa per beni e servizi.

Prezzi del petrolio più alti sono chiaramente la migliore notizia che i produttori potrebbero avere. Il rimbalzo dei prezzi del greggio sarà anche linfa per alcune economie in fase di ripresa sia in zona euro che in Giappone.

I rischi di tornare sotto la cifra di 50 $ al barile sono ancora concreti, considerando che la crescita della domanda è ancora lenta rispetto allo scorso anno e che, nel frattempo, l’Arabia Saudita e la Russia stanno ancora pompando a livelli record, mentre l’Iran è tornato a produrre più velocemente di quanto molti si aspettavano.

Postepay: come ricaricare, qual è l’importo limite e come effettuare un bonifico

La Postepay, la carta ricaricabile di Poste Italiane, è una delle più diffuse in assoluto, vuoi per la sicurezza che le Poste rappresentano da sempre nell’immaginario, vuoi anche per le condizioni economiche che sono, ad onor del vero, molto convenienti se paragonate a quelle di altre carte prepagate concorrenti.

In questo articolo vogliamo approfondire tre argomenti correlati a questa carta prepagata: come poterla ricaricare, qual è l’importo limite e come fare un bonifico usando la Postepay.

Come ricaricare la Postepay

Ad oggi, benché questa carta prepagata sia molto diffusa, molti pensano che l’unico modo per potervi depositare soldi sopra sia andando all’ufficio postale. Benché si tratta indubbiamente del modo più diffuso di ricaricare una carta Postepay, è anche quello che richiede più tempo di tutti in quanto occorre necessariamente fare la fila all’ufficio postale, e sappiamo che non è propriamente la cosa più rapida. In ogni caso, per chi volesse affidarsi allo sportello, la ricarica si può fare usando i contanti, un’altra carta Postepay, una carta Postamat Maestro oppure una Bancoposta abilitata. Il costo di ricarica è sempre di 1 euro.

Per chi ha fretta o magari vuole effettuare una ricarica nel fine settimana quando l’ufficio postale è chiuso, è possibile optare per una ricarica presso gli sportelli automatici ATM Postamat, che si trovano nelle vicinanze di ogni ufficio postale. In questo caso la ricarica si può fare usando un’altra Postepay, una carta BancoPosta oppure una qualunque altra carta di credito o di debito che aderisce al circuito Visa, Visa Electron, Vpay, Maestro e Mastercard. La commissione è di 2 € se si paga tramite PagoBancomat, 3 € negli altri casi.

Per i più tecnologici ci sono a disposizione il sito web oppure le app, sia quella Postepay che quella PosteMobile. Tramite il sito è possibile effettuare ricariche usando BancoPostaOnline o BancoPostaClick, mentre con l’app si può fare la ricarica tramite un’altra Postepay o sempre con il conto BancoPosta.

Altri metodi di ricarica sono per tramite delle ricevitorie Sisal, usando il servizio convenzionato con Banca ITB oppure il conto corrente online BPM.

Importi limite

L’importo massimo di ricarica è di 50.000 € all’anno, ricaricate dal titolare delle carte nominative che sono intestate allo stesso titolare.

Per chi volesse usare le ricariche online, invece, c’è un limite di 3.000 € per operazione e un numero massimo di 2 ricariche giornaliere dallo stesso ordinante.

Come fare un bonifico con la Postepay

Non tutti sanno che la Postepay permette anche di effettuare bonifici bancari verso altre carte prepagate con IBAN, conti correnti postali o bancari.

Per poter fare un bonifico bancario usando questa carta prepagata è necessario disporre della versione Evolution, che si caratterizza per avere le 16 cifre classiche di una carta di credito stampate sul fronte.

Il bonifico può essere disposto usando sia il sito web ufficiale di Poste Italiane che l’app Postepay, in alternativa si può fare richiesta presso un qualunque ufficio postale, direttamente allo sportello.

Oltre che per fare bonifici, la Postepay Evolution può essere usata anche per riceverli, quindi anche per ricevere l’accredito dello stipendio, per pagare bollettini, F24 e fare ricariche telefoniche.

Assunzione Colf: come assumere e regolarizzare la badante

Sono oltre 2 milioni le famiglie del nostro paese che si avvalgono della collaborazione di colf e badanti nello svolgimento di mansioni quotidiane all’interno di casa. Considerando che si tratta di una pratica sempre più diffusa, in maniera particolare tra le persone più anziane, ecco come fare per mettere in regola una colf o una badante, così come indicato dall’INPS.

Ci sono tre casistiche entro le quasi si può “ricadere”, a seconda della nazionalità e della residenza del lavoratore domestico.

Se il lavoratore è italiano o di un paese dell’UE

Siamo nel caso più semplice, quando è possibile assumere direttamente un lavoratore facendogli semplicemente un contratto legale. Bisogna concordare direttamente con il lavoratore elementi critici del contratto come la retribuzione oraria, le ferie e l’orario di lavoro.

Il lavoratore deve essere semplicemente in possesso di un codice fiscale, di una tessera sanitaria ASL e di un documento di riconoscimento. Non è necessario essere iscritto presso le liste di collocamento.

Nel caso in cui il lavoratore sia minorenne, occorre presentare anche un certificato di idoneità al lavoro, che viene rilasciato dall’ASL locale dopo una visita medica (a carico del datore di lavoro), e una dichiarazione dei genitore o di chi esercita la potestà familiare, che acconsente al fatto che il minore viva presso la famiglia del datore di lavoro e che, in ogni caso, possa prestare lavoro ad ore.

Se il lavoratore è extracomunitario ma residente in Italia

Non è più obbligatorio compilare il modello Q (dal 15 novembre 2011) per stipulare un contratto di soggiorno. Quest’obbligo è stato recepito nella comunicazioni obbligatorie che bisogna fare al momento dell’assunzione, della variazione o della cessazione del rapporto di lavoro. Tali comunicazioni devono essere trasmesse all’INPS dal datore di lavoro per tramite di internet.

Il lavoratore deve avere ovviamente un permesso di soggiorno che sia valido per svolgere un’attività lavorativa in Italia.

Se il lavoratore è extracomunitario e non risiede ancora in Italia

Siamo nella situazione più difficili e lunga anche perché ogni anno il numero dei lavoratori ai quali viene concesso il permesso di soggiorno a fini lavorativi in Italia viene programmato grazie al “decreto Flussi”. Ecco che qualunque datore di lavoro che voglia assumere una colf o una badante che non si trova in Italia dovrà attendere la pubblicazione in G.U. (Gazzetta Ufficiale) del decreto Flussi per l’anno in corso e, entro le date indicate, presentare domanda di nulla osta.

Come regolarizzare l’assunzione

Dal 29 gennaio 2009 la comunicazione dell’assunzione deve essere fatta entro le 24 ore precedenti a quello di inizio del rapporto di lavoro (si considerano anche le giornate festive). Tale comunicazione deve essere fatta all’INPS tramite il sito web ufficiale dell’ente e compilando tutti i campi richiesti.

Il contratto di lavoro per assumere una colf o una badante deve contenere i seguenti dati ed informazioni:

  • Nome della persona da assumere ed indicazioni utili per poterla riconoscere (documento);
  • Data di inizio del rapporto di lavoro;
  • Anzianità di servizio;
  • Categoria di assunzione;
  • Durata del periodo di prova;
  • Indicazione del giorno di riposo settimanale;
  • Orario di lavoro;
  • Retribuzione oraria;
  • Condizioni di vitto e alloggio

Fusione BPM e Banco Popolare: piano approvato, ora tocca all’UE

Siamo di fronte ad un momento storico per il nostro paese: la nascita del terzo gruppo bancario italiano, grazie alla fusione tra BPM e Banco Popolare. I due istituti di credito, che daranno vita al Banco BPM, se ne divideranno le azioni in base alla rispettiva grandezza, dunque il 54,626% andrà ai soci veronesi, mentre la restante parte a quelli milanesi. Verona e Milano saranno anche le due sedi principali del nuovo gruppo bancario italiano.

L’obiettivo di questa nuova banca è quello di dirigere le attività del gruppo, oltre che coordinare in maniera unitaria tutte le società che ne fanno parte.

Il primo CDA sarà composto da un totale di 19 persone, con la figura di presidente che verrà coperta da Carlo Fratta Pasini. Altri nomi importanti sono quelli di:

  • Giuseppe Castagna, amministratore delegato;
  • Mauro Paoloni, vicepresidente vicario;
  • Guido Castellotti, vicepresidente;
  • Maurizio Comoli, vicepresidente

Ora che tutti i lavori sono stati fatti in Italia, la palla rimbalza alla vigilanza europea, che dovrà esprimersi in merito entro i prossimi 90 giorni. A chi pensa che non ci saranno problemi, rispondiamo che potrebbero esserci dei colpi di scena imprevisti.

Dal punto di vista economico, il gruppo bancario ha chiuso il primo trimestre 2016 con un rosso di 300 milioni di euro a carico del Banco Popolare. Intanto, il nuovo gruppo bancario dovrà concentrarsi sull’incremento di capitale di 1 miliardi di euro che dovremmo vedere il prossimo mese, che non sarà facile considerando la situazione del mercato, anche se a fornire le garanzie necessarie sono Bank of America e Mediobanca.

Alla luce dell’importanza di avere gruppi bancari di grandi dimensioni per poter sopravvivere alla competizione globale, la decisione delle due banche di unirsi per diventare ancora più grandi ha senso e dovrebbe essere un mattoncino verso una maggiore solidità del nostro paese, che parte necessariamente dal settore bancario.