Analisi della Francia, un paese in crisi, parte 2

Analisi della Francia, un paese in crisi, parte 2
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Categoria:
News
Ultimo aggiornamento:
11 gennaio 2013




Abbiamo parlato nello scorso articolo della Frencia e della sua perdita di competitivà, una cosa già successa in Italia, in Spagna e in altri paesi in difficoltà. La differenza è che queste nazioni stanno adottando delle riforme strutturali per ripristinare la competitività, mentre la Francia non sta facendo niente del genere. Il declino della Francia è meglio illustrato se si guarda il rapido deterioramento del suo commercio con l’estero. Nel 1999, la Francia ha fatto segnare circa il 7% delle esportazioni mondiali. Oggi, la cifra è di poco superiore al 3% e in veloce caduta. Al contrario, le importazioni stanno prendendo una quota sempre crescente di redditi, con il risultato che la bilancia commerciale ne risente in maniera pesante. Un esempio eccellente del divario di competitività è l’abisso tra le esportazioni tedesche e quelle francesi in Cina. La Germania invia ogni anni nel paese orientale circa 70 miliardi di euro tra automobili, macchine utensili e altri prodotti, mentre la Francia solo 10.

Anche il turismo sta soffrendo a causa dei prezzi elevati. Piuttosto che andare in Francia si preferisce andare altrove. La ragione principale della differenza di costi in Francia è il peso del costo lavoro, un fattore che solitamente rappresenta circa il 70% di tutte le spese aziendali nel mondo. In Francia, il problema è posto sia dai salari elevati, oltre che dai costi sociali e dalle rigide leggi, tra cui una settimana di 35 ore di lavoro che consente ai dipendenti francesi il minor numero di ore di lavoro in tutto il mondo sviluppato. Inoltre, 76 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 88, godono di contratti a tempo indeterminato, che rendono i licenziamenti estremamente costosi.

In Francia, 42 euro su ogni 100 euro di spese totali vanno in oneri sociali, contro i 34 euro in Germania, i 26 nel Regno Unito e i 20 negli Stati Uniti.
Ovviamente, le leggi restrittive e i sindacati ostili non sono una novità.

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